La poesia di Maria: Pagine

La poesia di Maria: Pagine

di Maria Matani

Giornate raccolte come pagine a formare libri.

Oggi libero i miei giorni dai calendari stanchi 

e affranco anche voi, mie pagine, da ogni pinza.

Siate libere nel vostro spiazzo smarginato,

svincolatevi da ogni data che vi ingabbia,

sfilatevi dalla costa. Amiche del vento siate,

non uccelli in gabbia, ma libere di scegliervi

il vostro albero, il ramo che vi pesa

e vi soppesa e cantate le vostre storie

e non le mie che erroneamente a lungo

con le vostre sono rimaste confuse.

“la mia vita può durare qualche ora,

quello che produco mi divora”

Noi persone di mare o di montagna viviamo la vita in modo intenso e solitario. Non perdiamo tempo a risolvere indovinelli; sarebbe come approcciarsi al bancone delle scommesse sportive a puntare e giocare a vincere facile. Noi, piuttosto, le attività sudate le facciamo di persona, oltre i loghi e le tute firmate.

L’esperienza inizia fin da bambini e gli anni diventano accumuli di meraviglie e si diventa vecchi anzitempo, ma si diviene vecchi di sapere, rimanendo giovani anche quando l’età si stratifica e tempo ne rimane per raccogliere le stagioni mutate, le ingenuità vissute, le curiosità svelate. Gli occhi, specchietti di cielo senza nubi, restano sgranati dinanzi alle scoperte rintracciate tra le piccole cose, le verità assimilate dai filosofi di strada con i vestiti rattoppati, persi tra gli orizzonti maestosi delle montagne svettanti e quelli allungati oltre la tavola appena increspata, dove il mare con il cielo si confonde a creare quel colore azzurro-bagnato che tanto piace ai pittori dei paesaggi innamorati.

Bambini fattisi troppo presto vecchi e vecchi che per sempre conservano occhi sognanti, pronti a raccogliere la curiosità che cola dalla fessura offuscata e quella che si schiude dalle crepe dell’uovo, deposto dal cardellino, nel nido a forma di coppa, costruito con fili d’erba secca imbottito di piume e lana, ben nascosto tra rami e rametti, dove più chiuso risulta allo sguardo, riparato dalla pioggia, dai raggi arroventati e dagli spazzini della natura, ignobilmente abilitati a reclutare di contrabbando uova fecondate e piccoli implumi.

Una assicurazione sulla vita della specie che ogni anno il piccolo passeriforme, con i suoi dodici grammi di peso, livrea colorata compresa, coraggiosamente stipula e rinnova, pagando a suon di fatiche inenarrabili. Il costo energetico messo in campo deve necessariamente essere sempre superiore o, quantomeno, pari a quella della vita stessa. E la natura esige che si paghi in natura. Sempre.

Laggiù, sul mare il discorso ancora vale negli stessi termini di curiosità, interesse e fatica rilevati sui picchi appartati. L’urlo del gabbiano solitario sul mare in tempesta disegna, sulla pelle di chi vive nel silenzio ed è sensibile al sacrificio, mappe profonde come i solchi scavati dai fiumi di lava, abbozzando una rappresentazione grafica pronta ad essere tradotta in fiaba senza parole per chi sa ascoltare oltre i suoni. 

Le storie non invecchiano, l’età guadagna in tenerezza, i dubbi fanno accrescere i dubbiosi in gentilezza, il tempo affina la capacità di riconoscere il vero dal falso, come le mani che con il tempo diventano sempre più capaci di separare lo scarto dalla buona semenza, pronta per essere interrata e fruttificare entro l’annata.

C’era un tempo in cui io correvo e tu, libero, mi aspettavi e sulla pelle accumulavi vecchiaia e insegnamenti e, per meglio proteggerli e a me donarli, li nascondevi tra la barba bianca. Poi, quando io tornavo, placida ti osservavo mentre la barba ti tagliavi; tu tornavi giovane e io sbiancavo e nel silenzio del gesto sicuro e lento, messaggi mi regalavi e poche spigolose parole a ricordarmi che il sapere si raccoglie sotto la zolla rivoltata e lo si coglie nel giusto momento, quello dell’aria setosa del mattino, quando la rugiada fa evaporare esalando  un sapore dolce e salato, o quello del mezzogiorno arroventato, quando i raggi si tuffano a specchiarsi  nella pozzanghera, fino a prosciugarla ed annientarla, trasformandola nel ricordo di una forma. 

“la mia vita può durare qualche ora,

quello che produco mi divora”

La soluzione non la so, la soluzione non la do. Mio interesse non è quello di cercare la risposta a un indovinello che non cambia la mia posizione e vive la frazione di un momento che mi lascia sullo stesso punto del circuito ad anello. Amo, piuttosto, impegnarmi a creare qualcosa che generi energia positiva, che parli prima ancora delle parole e tenti di penetrare i segreti di questo segreto mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *