La poesia di Maria. “Ora il mio paese dorme”

La poesia di Maria. “Ora il mio paese dorme”

Ora le case hanno smesso di danzare

al ritmo di passi cadenzati e veloci.

Occhi chiusi, bocche serrate,

nessuna alba li rispalancherà.

Mai più greggi ed asini zoccolanti

sui selciati sconnessi;

mai più rombi di motori a scoppio fumanti

tingeranno l’aria di fumi viscosi;

mai più parole urlate, preghiere cantate,

voci sommesse, grida spaventose,

bestemmie.

Ora il mio paese dorme.

L’anno 2026 si apre all’insegna del sole, della voglia di vivere e della voglia di riportare in vita qualcosa o qualcuno che da anni, ormai, dorme. 

Castiglione della Valle, borgo fantasma in comune di Colledara, si è assopito da troppo tempo ed ora si trova in uno stato di quiescenza e, come la Bella Addormentata nel bosco, pare che anch’esso, stia aspettando il principe per spalancare di nuovo i suoi splendidi occhi nel cielo azzurro.

Per il momento, intanto, gli occhi, ovvero le sue finestre, restano socchiuse e, attaccate per metà ai cardini, danzano al vento, schermate da brandelli di tenda, che indefesse dallo scorso secolo, resistono agli agenti atmosferici implacabili.

In questa mattina di gennaio, limpida e fredda, come il calendario vuole, sei piedi avanzano su quello che doveva essere l’ingresso al borgo, chiuso e circoscritto come un castello. Specchietti d’acqua ghiacciata sul versante nord si rompono sotto le nostre suole in un cric musicale. A farci strada un gatto bianco con una piccola macchia nera sul collo, un perfetto giovane maschio educato alla voce umana che ci ha introdotto nella piazza circolare attorniata da vecchi palazzi signorili, disposti come conviviali intorno al tavolo rotondo in dolce discussione. Mi piace pensare, che nel corso della loro lunga vita, si saranno scambiati pareri e profumi culinari, saranno stati testimoni di feste, nascite e, ahimè, tragedie familiari e storiche.

Tre volti, i nostri, ognuno perso dietro i nostri pensieri, i loro pensieri. In silenzio siamo andati verso il sole, verso sud, verso la luce e verso quel suono dolce di acqua che dalla fontana ancora scorre; nasone senza chiusura, ultimo testimone vivo, che ancora eroga acqua a profusione. Dolce fontana, portatrice di acqua vitale, ferma ancora lì, come la Biancaneve montanara, nell’atto di riempire una conca che non si riempirà mai.

Castiglione della Valle, borgo fantasma d’Abruzzo, tu vivi ancora tra la natura selvaggia della stupenda Riserva Naturale di Fiume Fiumetto, con le anime dei tuoi residenti di ogni epoca che aleggiano sulla tua piazza, tra le tue viuzze, sul greto e intorno ai due portali adornati di bassorilievi della tua imponente chiesa, sulle scalinate del tuo abitato incastonato nel grande vallone dove scorrono le limpide acque del fiume Chiarino.

La storia ti racconta in documenti risalenti al X secolo, un racconto che ti connette a famiglie nobili; successivamente il tuo nome si lega, in un moto di orgoglio provinciale, a Lucrezia Borgia e al suo soggiorno in questo fiorente borgo, dove vi trova rifugio nel 1449 insieme ad Alfonso D’Aragona per sfuggire al Duca Valentino. Una breve parentesi che trova posto in qualche pagina di storia, mentre tutto il resto è vera Storia, storia dell’Abruzzo teramano, che tra monti, fiumi, pascoli e boschi nei millenni si snoda. 

Ora, le tue case – raccolte attorno al campanile a vela coronate da quattro campane della chiesa di San Michele Arcangelo, esempio di architettura romanica, risalente intorno all’anno mille e costruito con pietre locali di fiume – respirano il paesaggio abbandonato, ma continuano a vivere dei panorami mozzafiato delle catene montuose poste a corona che, con il Dente del Lupo, il Monte Camicia e il Paretone del Corno Grande, fanno da coreografia ai sentieri di Salici, Pioppi e Roverella che, dolci, si aprono alle pendici dello sperone su cui Castiglione, altera, ora dorme.

Tutti i cittadini di Castiglione della Valle, dall’altura del loro paese sono saliti nel cielo un po’ più in alto, di Lucrezia rimangono le sue gesta tra le pagine ripiegate, mentre le parole, quelle vere, sono nel vento; chi il borgo attraversa le può sentire, può sentire il respiro del suo passato carico di Storia, Museo all’aperto della memoria, che urge non essere dimenticato.

A noi tre, turisti per necessità di conoscenza, restano i paesaggi, le prospettive, le vette, il cielo terso merlettato di nuvole bianche, i fossi, un borgo abbandonato ancora abitato dalla fontana che le antiche storie canta e la voce del vento, che tutto sa e tutto racconta, che dal fiume risale e dietro il Gran Sasso scompare.

Nota di Umberto Braccili

Questa pagina la possiamo definire “contaminata”. Attraverso la poesia Maria parla dell’allarme borghi non più abitati. Nel filmato vi racconto che qualcosa le istituzioni possono fare. Vi porto a Roio del Sangro.

7 pensieri su “La poesia di Maria. “Ora il mio paese dorme””

  1. L’abbandono dei paesi è uno dei temi più cari a Maria, al punto da personificarli. Pare davvero di vederli com’erano, basta leggere e poi chiudere gli occhi

  2. Grazie Gina😘
    La mia poesia oggi, supportata dall’inchiesta di Bracciali, si pone su un piano di realtà, realtà che sempre cerca.

    1. Tornare a casa significa anche questo: (Ri)scoprire luoghi della propria Terra, assaporando un’aria che sembra antica, con l’immaginazione di un passato da una regale aura.
      Da straniera come sono nella mia Terra, ogni passo era timido di fronte ad un paesaggio montano accogliente e ad un paesino che nasconde una bellezza ancora tutta da scoprire!

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