La poesia di Maria: “Linee ferree e oggetti ronzanti”
di Maria Matani
Le mie idee alate
superano gli ostacoli spaziali
e riuniscono in foto
punti invisibili tra loro.
Reclutati tempi distanti
nello stesso attimo,
ricomposti quadri spezzati
sotto lo stesso cielo.
Sulle linee che si allacciano intorno a stratificazioni di esistenze prendono vita, in modo apparentemente casuali, oggetti ronzanti. Ordinati e disordinati, in moto intermittente a segnare la difficoltà dei giorni, dei tempi. Tra le linee continue si schiude la solitudine del vivere, giacché, si vive sempre in solitudine, anche quando si respira il fumo di altri, dentro i canali scavati di esistenze pregresse.
Ogni vita prende avvio dall’intreccio di altre persone e, malgrado il nostro disappunto al riguardo, niente scegliemmo che prima non sia stato scelto da altri e ancor prima da altri ancora.
Chi comincia?
Comincio io, anche se non è vero. È vero, ma non corrisponde alla realtà dei fatti.
La mia casa, attaccata al costone che degrada, posta era nel punto di mezzo, come chiocciola da epifragma sigillata e fissata al filo d’erba che dondola al vento. Non troppo in alto rispetto alla sommità della collina, dove la tramontana ulula contro i comignoli spingendo il fumo a sud e la neve accumula davanti agli usci e neppure troppo in basso, dove le nebbie e le brine si depositano a pochi metri dall’alveo del fiume e verso l’alto risalgono, mentre impetuosa l’acqua scorre ruvida nella stagione invernale e di notte abbaia come cane.
La mia casa era aggrappata a una linea ottimale, immune dalle situazioni estreme, eppure, vista ora dalla collina dirimpetto, come un occhio sospesa fuori dal mondo appare. Osservata dalla parte opposta rispetto a quella dove la mia vita si snodava, la mia casa oggi è priva di vita e, sospesa nel suo dondolio senza fine, pare impossibile pensare che abbia potuto mantenere in sicurezza e stabilità e vita tutti gli abitanti rispondenti a quel civico numero uno.
Adesso, guardandola, così, con l’interesse speculativo, tipico di chi ha troppo poco da fare e tempo gliene rimane, mi chiedo come sia stato possibile che, lungo quel pendio le pecore al pascolo non fossero scivolate giù, già di prima mattina, in maniera netta e definitiva. Inverosimile, mi pare, quell’essere rimasti adesi al suolo, perfino, nei torridi meriggi estivi, quando con gli zoccoli ungulati lisci e levigati, sull’erba stagionata e suolo crepacciato, intenti gli ovini a pascolare beati se ne stavano e io con loro, serena, senza farmi lontanamente sfiorare dal rischio che, pure, ora mi pare reale: scivolare dritti dentro al fiume, ignara io con le belle pecore tosate e la casa verosimilmente aggrappata, tutti a formare una valanga sulle stoppie stagionate.
Miracolate sono state anche le galline dell’intero pollaio di tutte le generazioni avicole che continuamente in quei luoghi si sono succedute. Sempre con la saggezza odierna, di chi vede il sistema sotto l’analisi visiva delle condizioni di equilibrio e delle sue leggi fondamentali, ogni singola gallina, in una folata di vento impetuoso, sarebbe dovuta essere, sicuramente, dabbasso trasportata, insieme al gallo, che pure a sentinella e guida dell’intero pollaio sempre stava con i suoi maschilisti chicchirichì di comando esagerato.
Improbabile, ancora, che contadini riuniti a gruppi, oppure solitari e raminghi, laboriosi e neri come formiche, non si siano staccati dal vigneto sabbioso e pendente o dall’orto un po’ ombroso per scivolare un tantino più in basso, fino a invadere l’orto del vicino, frantumare i rossi pomi e farne all’istante una passata non voluta e mal conservata.
E, soprattutto, pare impossibile che io bambina, sia riuscita ad organizzare i tanti giochi insieme ai tanti altri bimbi, perfino il gioco della campana, senza che le pietre non ruzzolassero oltre i segni rotondi e senza che i nostri piedi scalzi si ritrovassero in un solo scivolone entro l’ultimo campanone. Mi ricordo, invece, che noi inciampavamo, cadevamo e poi, come per magia, ci rialzavamo sempre nello stesso punto e, a sera tranquillamente, ognuno di noi rientrava nella sua casina, sigillata e dondolante come chiocciola adesa al filo d’erba sul costone, imbiancato o rinverdito, a seconda della giornata sul calendario indicata.
Le storie e le vite che sul costone si sono susseguite sono tante e tutte legate le une alle altre come i fili di una coperta cenciosa e infeltrita: nessuna vita può separarsi dalle altre, neppure la mia, anche se mi pare di vederne l’inizio e delinearsi al meglio il suo deflusso. Manca la fine e quella non sarò io a raccontarla. Dunque, coraggio, il mio essere, anch’esso, diventerà filo di tessuto infeltrito sulla geometria di un momento della densità materiale che pericolosamente scivola e miracolosamente rimane dentro la prospettiva instabile della narrazione occasionale.
Padre dei racconti, rozzo ed analfabeta, tu che narri con perfetta fedeltà e superi ogni Autore in materia di modelli stilistici e concettuali, racconti il romanzo trappola che in vita ogni incongruenza supera e narri le leggi del vivere e dimostri che più potenti delle leggi di natura sono.
Quando la vita è vera può essere lanciata sui costoni, esposta alle intemperie e rimanere aggrappata e sfidare ogni legge e ogni convenzione. Ogni perizia scientifica e ogni impossibilità esistenziale. Quando la vita s’aggrappa con ogni suo filo ai tanti altri già infeltriti, tra la necessità a resistere e la possibilità a lasciarsi andare, vince sempre la prima eventualità, la necessità. La vita, che sia di polli, pecore o uomini dalla pelle riarsa dal sole, si cementifica a qualsivoglia altra forma di vita, anche alla non vita della roccia e del dirupo. Magari a viverla, questa vita dirupata, fa perdere il respiro, è normale, ma senza scivolare neppure di un centimetro verso il basso, contraddicendo tutte le leggi fisiche dell’equilibrio statico e dinamico.
Oggi è venuto a trovarmi un tale che dice di non aver mai messo su campo dirupato alcuna carica energetica personale, tale da poter contrastare la sua caduta libera, sì da restare alle linee ferree adeso in modo, diciamo pure, paradossale, modalità tipica della fisica anticonvenzionale. Lui è sempre stato oggetto ronzante e basta. Mi sembra un po’ poco. Dovrebbe almeno approcciare tante più leggi bizzarre e visionarie, magari, iniziare l’avvio con la mano direzionale e poi, una volta ricevuta la spinta giusta, dovrebbe correre per conto suo, sperimentando la fisica esistenziale, che dritto, poi, lo porta dentro la fisicità dell’esistere in un connubio indefettibile tra energia e materia, linee ferree e oggetti ronzanti.

Immagine interessante e bellissima di ciò che c’è e ciò che c’era. L’antico che si fa nuovo e il nuovo che si rimescola, in maniera diversa ed anche inconsapevole, all’antico
Grazie 😘 Gina!
Ho voluto giocare, ma non troppo…
Grazie 😘 Gina!
Ho voluto giocare, ma non troppo…
Quanto è bella, bella, bella!!!
Grazie 😘 Anna
I luoghi del cuore trasmettono emozioni…