La poesia di Maria: L’improbabile giro di valzer

La poesia di Maria: L’improbabile giro di valzer

di Maria Matani

Chiamami

e dimmi che hai bisogno del mio racconto,

dimmi che hai urgenza dei miei sogni rosa

giacché tu detieni tutti i momenti paurosi.

Dimmi che ti interessano le albe

perché le sere le racconti già bene.

Tu svelerai il dolore e io stenderò il colore

e uniti intesseremo una trama di rosa in fiore,

fosse solo per narrarla a noi e a un altro solo,

tanto poi, altri ancora dipingeranno dopo di noi.

I racconti non terminano mai e tu lo sai.

Mi sto preparando a danzare un improbabile giro di valzer. Mi piacerebbe scrivere un racconto a quattro mani con te e, come una ballerina che si appresta al gran ballo rimira le sue scarpe lucide e comode, così io scruto le mie penne allineate sul tavolo di fianco al foglio bianco spalancato. Interrogo prima le penne e poi il foglio, desidero sapere se almeno loro sono favorevoli all’innovazione, se sono felici di esplorare nuovi mondi, oppure se hanno delle motivate riserve fondate. Le penne restano incappucciate come monache in preghiera solitarie e silenziose e il foglio, assolutamente bianco, si ripromette di rispondere in altre sedi. Io intanto mi organizzo. 

Tu scriveresti in prosa, racconteresti cose che io non ho viste, non ho sperimentate e io scriverei in poesia. Sarebbe un dialogo a distanza: distanza spaziale, temporale e stilistica. A lavoro terminato ne verrebbe un’opera con taglio, foggia e linea triplicemente originale, come una bella coperta realizzata in stoffa intarsiata da bande di pizzo, rose di pizzo e frange in pizzo su tessuto ruvido e resistente fatto al telaio artigianale.

Tu scriveresti del mondo e io scriverei del cielo; tu scriveresti l’accaduto e io scriverei dei sogni. Tu scriveresti della terra, della semina e del lungo lavoro preparatorio, della fatica e del gusto lento e sicuro dei passi che misurano il campo e del gesto del braccio che limiti non conosce e della mano che affonda tra i semi e di essi il pugno riempie e dello sguardo, che la mano precede nell’atto dello spargere l’antica semenza. 

Io, di rimando, la tua fatica con i miei versi di azzurro dipingerei per descrivere l’acqua, tutta l’acqua caduta dal cielo nelle lunghe notti invernali: il ticchettio scandito sui balconi, contro i vetri e sui coppi messi a copertura di case prive di solai. E, ancora, canterei l’acqua versata dalle nubi estive, secchiate di acqua, subito evaporate sugli asfalti infuocati e i temporali partoriti dal cielo, nero come ali di corvi, rischiarato da lampi, capaci di tagliare il nero denso come pece,  creando solchi incandescenti, fiumi di lava in cielo, dai quali le gocce, grosse come bisacce, dall’alto, a paura si schiantano sulle strade e di rivoli riempiono i parabrezza che affogano e i tergicristalli al combattimento incitano.

Tu scriveresti del raccolto e del campo di frumento biondo all’alba e canterino al dolce soffio della brezza, ignaro della falce affilata che gli steli trapasserà, scatenando l’apocalisse nel più breve tempo mai sospettato. Scriveresti del sudore, del desiderio di un raccolto buono e completo, della speranza e della bellezza e io rime azzarderei sulle lucciole, i minuscoli insetti con fragile ed effimera luce a bordo, latori di altrettanta speranza e bellezza, abili a portare sapore e spessore ai campi di frumento nelle notti prima di essere falciati, mentre a mietitura avvenuta io ti mostrerei, nel sogno del sonno tuo stanco, il dolore delle lucciole, orfane del loro mondo dorato e perse e sbandate sul deserto delle stoppie.

Tu scriveresti delle strade del mondo, di quelle fangose e di quelle polverose, delle carrabili, delle mulattiere e delle genti in compagnia delle quali le hai percorse, delle amicizie, delle donne che ti hanno amato, deriso e degli uomini che ti hanno imitato e tradito, del tuo viaggio tra le luci e le ombre di una esistenza lunga, ma sempre breve,  dei discorsi fatti e di quelli non fatti, delle battaglie perse e delle poche vinte. Del tuo sguardo senza ipocrisia sulle facciate del mondo e gli occhi aperti dentro le pieghe e le piaghe degli abissi umani. Scriveresti delle menzogne e delle verità che ti sei trovato a fiutare e soprattutto di quelle che non hai avuto la fortuna di intuire per tempo.

Scriveresti di quando, solo, hai solcato mari sconosciuti nella notte della paura, paura di non farcela e io rimerei sui miei sogni, quelli beatamente fatti nel mio letto, sul cuscino rosa attorniato dai miei capelli castani, gocce di rugiada, fiori in attesa di sbocciare, forza e nutrimento per i giorni vagheggiati, paura di fallire e speranze rincorse, guerrieri della notte, desideri di fuoco, nutrimento dell’anima, tempo che tenta di diventare realtà.

Entrambi potremmo tenere una parte di vita per guardare noi stessi, per preservare quello che più intimamente ci è accaduto in questi anni, perché il racconto non ci annacqui e non ci spatri, questo te lo concedo e lo accordo anche a me stessa,  ma mi piacerebbe scrivere un romanzo a quattro mani con te. 

Tu racconteresti di te e io ti inventerei di me e insieme canteremo il nostro ieri, reale e sognato. Racconteremmo la terra e il cielo in una zolla da una lacrima bagnata.

2 pensieri su “La poesia di Maria: L’improbabile giro di valzer”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *