La poesia di Maria :”L’Illusione utile”
di Maria Matani
E se la vita fosse un viaggio
restando fermi,
se si cercasse il futuro
guardando indietro,
se la realtà fosse solo un grande sogno
chiusa dentro la nostra mente,
sarebbe un Salice bianco
riflesso sul lago dell’inganno.
Il mondo sarebbe ampio
come il gesto della tua mano
e tempo avresti per decidere
in ogni istante il tuo fare.
Il cielo più bello non ancora dipinto
in ogni luogo potresti affrescare
e chiudere l’eternità dentro i legami
costruiti sulle dita delle tue mani.
Il cervello crea la realtà. Colori, odori e tempo non esistono, sono invenzioni della nostra mente. Per superare il grande inganno perpetrato a noi dalle nostre stesse percezioni, nella storia della conoscenza umana si è cercato di snellire certune difficoltà, elaborando la massima da tutti accettata, non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.
Poi, per essere più maturi e squisitamente razionali, qualche esperto ha sentito la necessità di regolamentare il motto puramente evocativo, mettendo in campo una classificazione logico-matematica nella quale vengono separate le variabili soggettive – caratterizzate da percezioni o stati psicologici che variano da individuo a individuo e che non possono essere misurate con strumenti oggettivi, come righello o bilancia, ma solo attraverso opinioni personali – dalle variabili oggettive, indipendenti dalle percezioni soggettive.
È impressionante! Dopo che l’uomo ha impiegato massicce dosi di energie per spiegare il fenomeno della visione, mettendo in campo lunghezze d’onda, assorbimento da parte di cellule sensibili poste sulla retina, segnali elettrici inviati al cervello, elaborazione delle immagini e restituzione delle stesse pari-pari alla realtà esterna, nel primo quarto di secolo del terzo millennio, le neuroscienze tentano una soluzione assolutamente singolare: la mente racconta sé stessa.
Stesso identico percorso per i profumi. Anch’essi non sarebbero altro che elaborazione della mente. Meravigliosa la mente: le chiediamo oggettività e invece si diverte a prendersi gioco di noi. Ma allora chi siamo oggettivamente noi? Ha ancora senso parlare di oggettività contrapposta alla soggettività? Forse no, oppure sì, nella misura in cui riposizioniamo l’Io e la realtà, entrambi all’interno della nostra persona. Noi saremmo mondi dentro ogni infiniti mondi. Infinite menti che lavorano incessantemente a creare e a disfare. La mente non si può annoiare…e questo lo sappiamo.
Anche il tempo ricade dentro la sfera delle variabili soggettive. Già Democrito, nel 400 a. C., s’interrogava se le proprietà che attribuiamo agli oggetti fossero effetti dei nostri sensi. Sappiamo come il grande Democrito sia stato sottovalutato dai suoi coevi e non solo. A cambiare prospettiva è stata, per assurdo, la fisica, proprio la disciplina basata sulla assoluta oggettività della realtà. Eppure, così come in casa di ladri, talvolta, si parla di impiccati, nel Novecento, Einstein, il grande ladro di idee, dimostra che il tempo non è assoluto, né uguale per tutti, ma scorre in modo diverso a seconda della velocità cui ci si muove e della forza di gravità a cui si è soggetti.
Il tempo non esiste nel mondo come entità oggettiva, ma vive nella nostra memoria, modellata da ritmi biologici, dalle emozioni, dalle aspettative, dal periodo di illuminazione, dalla luna piena, dalla musica che ci pervade, dalla noia che ci assale, dalle persone belle o antipatiche che ci circondano, dall’età che abbiamo, dalla noiosità che viviamo, dalla bellezza che respiriamo, dall’amore che proviamo. Insomma, il tempo è una costruzione della mente, delle nostre singole menti. Prova grossolana ne è, che in assenza di orologi ognuno di noi arriva allo stesso appuntamento nei momenti più disparati.
Se potessimo osservare e vivere in un mondo spogliato da ogni nostra percezione, il mondo apparirebbe in bianco e nero, o forse, risulterebbe una grande macchia scura, muto e assolutamente privo di odori. Ma che mondo è?
Coma stì?
A questa domanda amica, alla luce di quanto argomentato, si può e si deve rispondere con un’unica locuzione, alla bene e meglio!
Perché? Ma perché se è vero che non stiamo bene, così come vogliamo fare intendere, è solo colpa nostra, perché, pigramente, non stiamo mettendo in atto i cambiamenti che noi stessi reclamiamo.
Il cambiamento vero non è visibile agli occhi, accade nel chiuso del nostro essere. L’altrove, stranamente non è altrove, ma è dentro di noi, lo abitiamo.
È l’animo che deve cambiare, non il cielo sotto cui vivi.
È Seneca a dirlo e noi a parlare di Seneca, come se fosse il più innovativo contemporaneo.
Quando la luce degli occhi esce dall’abbaglio sconsiderato e piano, si abitua al buio, la via da perseverare diventa semplice e necessaria.
Dopo aver a lungo sofferto per ciò che il cielo non ci ha portato, possiamo scegliere di scendere nel nostro mondo interiore, quasi fosse un mondo parallelo, mai indagato e si schiude un paesaggio ove tutto è alla nostra portata.
In una tale dimensione non serve la gomma per cancellare, non servono gambe veloci per scappare, non servono insetticidi per annientare zanzare fastidiose. Serve uno sguardo perspicace per mettere a fuoco la realtà interiore e cogliere i frutti migliori, godere delle rose più colorate e dei profumi più inebrianti e di tutto il tempo a noi necessario…
Mi fermo, mi fermo senza paura di perdere nulla, perché l’essenziale è racchiuso dentro di me. In silenzio ascolto l’altro me, quello al riparo dal sole. Torno da lui, torno alla vita dimenticata e ascolto. Mi ancoro al mio baricentro, il mio punto di stabilità che mi parla e non mi trascina, mi parla e non pretende risposte. L’amico con il quale sto bene ovunque, sotto ogni cielo, perché il cielo è blu, è grigio, è asciutto, umido, limpido. Il cielo è il mio riflesso. Il cielo è come deve essere. Al mio animo la capacità di attraversarlo.
Non è difficile da attuare. Molte volte basta un cambio di prospettiva, basta rovesciare il cannocchiale.
Non serve correre, non serve cambiare realtà per liberarti delle tue paure e fragilità. Il luogo sognato sei tu senza fardello e, fino a che, errabondo te ne vai, trascinandoti e rincorrendo luoghi con le zavorre dentro, tornerai sempre più stanco e avvilito. Se, invece, ti inventi archeologo e scavi pazientemente nei tuoi ammassi sedimentati e cementificati tiri fuori le spine intrappolate e il cielo assumerà lo stesso colore dell’idea di cielo che da sempre è dentro di te.
Raccontati con le parole. Parole e cambiamento sono amici stretti, legati da un rapporto simbiotico. Diventa poeta di te stesso; diventa poeta per guarire te stesso. La poesia è il linguaggio attraverso cui riusciamo ad accogliere le trasformazioni della vita, operando metamorfosi mai immaginate.
È l’animo che deve cambiare, non il cielo sotto cui vivi.

…” La filosofia è una cosa astratta”. Questo è quello che ci raccontano. Ma se la verità fosse che sia qualcosa di estremamente vicina a noi e di cui noi stessi siamo fatti? È questa la domanda che cambia e a cui risponde questa riflessione incredibilmente meravigliosa!
Amo Jorge Luis Borges, il cantore del sogno e dei grandi enigmi metafisici.
La realtà platonica si impone in questa poesia, non sarebbe male se fosse tutto un inganno. Prima o poi, si svelerebbe la verità
Amo sognare e amo pensare al sogno non solo come riposo o evasione, ma come una dimensione parallela che dissolve la realtà, il tempo e l’identità.