La poesia di Maria: l’essere e l’apparire

La poesia di Maria: l’essere e l’apparire

di Maria Matani

Cercatore errante

A nessuno mai venderò le mie giornate oziose,

perse dentro il nulla e l’assoluto sconfinato.

A nessuno regalerò il mio tempo all’apparenza perso,

perché quello è solo mio e stretto me lo porto,

come il più prezioso dei beni chiuso in cassaforte,

una di quelle che accoglie gli esemplari e poi

al momento giusto li porge sul vassoio in bella posa.

Nelle ore di ozio estremo il lavoro è divenuto supremo;

giornate inutili ho colmate di trama ovattata e centuplicata,

ho svelato mondi ardui, intanto che il mio di leggero imbastivo.

La storia indomabile

La felicità è aleatoria, stramba e spezzettata. Nel desiderio vitale è opportuno, pertanto, dare precedenza a ciò che si è, piuttosto che a ciò che si ha o a ciò che rappresentiamo nel giudizio altrui. 

Quello che siamo nessuno ce lo può portare via e dunque impegniamoci a coltivare la nostra personalità come fosse un magico giardino, dove serenamente coltiviamo la pianta della salute, il fiore della bellezza, l’arbusto della forza, la siepe del carattere, la fave dell’empatia, il loto dell’intelligenza, la rosa dell’amore.

Le storie più belle le scrive sempre la natura, la mano dell’uomo, se è bravo, le può solo raccontare.

Questo cerco di fare io, raccontare storie, ispirandomi al giardino steso sotto il cielo – campi incolti che trascinano le loro sementi da luoghi a luoghi, pronti infine a posarsi, in una aspra giornata fredda spazzolata dagli inquieti venti primaverili, instabili, altalenanti, portatori di sprazzi di sole e spruzzi di acqua, nel tentativo di una germinazione spontanea e casuale – e campi governati a regola d’arte, prima dallo sguardo indagatore del vecchio contadino che tutto vede, provvede, ricorda e poi con le braccia agisce, predispone, colloca, misura, interra e tenacemente la crescita attende.

Nel perimetro dell’amore tutto è sconfinato, anche l’esagerato giardino mio interno vitale. Profumato d’estate, colorato d’autunno, bianco d’inverno e lucidato in primavera dai venti, dalla potagione a tratti eccessiva, dall’accerchiamento mio emotivo, che con sguardo inflessibile tasta, esonera, sposta, dissolve, interra, aspettando fiduciosa nuove piante, strani fiori, altri frutti dai succosi dolci gusti e anche fossero aspri, sempre nuovi al palato, a queste papille che mai vogliono arrendersi al conosciuto e continuamente esigono vivere nel desiderio segreto della novità, al riparo degli altrui giudizi.

Viveri liberi e protetti dentro la consistenza amorosa dei dodici mesi dell’anno, ognuno dei quali si sostanzia in un tempo ben preciso, è cosa unica, straordinaria e oggettiva. La realtà stagionale non può essere un’opinione; i frutti esistono e hanno caratteristiche chiare e per comprenderli basta osservarli e assaggiarli, senza ad essi sovrapporre nessuna intelligenza umana. La realtà delle cose si esprime autonomamente, con tutto quel che ha da dire, nonostante noi, a dispetto della nostra presenza obiettante e opinabile. Forte si appalesa la stagionalità nel cuore e nella mente di chi, immerso nel fluire del tempo che si alterna sui campi, è parimenti ben predisposto ad accettare le stagioni della vita, offrendosi serio e valoroso alla magia dei cambiamenti. Magia, profumi e meraviglia, meraviglia di profumi nuovi che scavano dentro i misteri, ai misteri dei misteri, fino ad approssimarsi al mistero dell’assoluto.

Di contro, propositi lievi come zucchero a velo, che soave scende su biscotti appena sfornati nel tepore del nido familiare, mitigano  ponderazioni esistenziali,  mentre la neve imbianca strade, alberi, coppi e colline lontane.

Le stagioni affascinano, rapiscono, sollevano, ci fanno volare come foglie alla dolce brezza mattutina e alle imponenti raffiche di libeccio nella sera di rosso infuocata, confondendoci con uccelli in un gioco altero prima della fine e noi, sinuosi, schietti e senza timore alcuno, andiamo, trasmigrando, ancora verso il bello con tutta la nostra carica emotiva ed espressiva, mettendo a nudo la nostra anima, finalmente.

Ecco, questa è la storia indomabile, la storia che non cede il passo alle stagioni, ma entro le stesse fluttua in percorsi elicoidali sempre più ampi, fino a divenire siderali.

Ogni storia letta è una storia reinventata nel nostro nous – intelletto, mente, ragione.

Tra pensieri, respiri e patimenti raccolgo le parole più consistenti e le lego ai rami di rose esposte al sole, fissandoli con i loro stessi spini, come fazzoletti ad asciugare, nel mentre gli aculei arcuati azzerano le impronte uniche dei polpastrelli, generandomi tormenti, che a forza si infilzano, in ragione di un principio di osmosi inversa, negli interstizi tra cellula e cellula. Tutte.

I libri, all’apparenza , amici tranquilli, li prendiamo tra le mani, pensiamo di leggerli, in realtà sono loro che leggono i nostri pensieri, le nostre emozioni, il nostro mondo profondo, sconfinato, sconosciuto ai più e straniero, tante volte, persino a noi.

Mentre con lo sguardo corriamo sulle righe, nel nostro profondo discorriamo con noi stessi, in un dialogo intessuto tra l’esterno e il nostro Io segreto. Tale reazione dualica ancor più si manifesta allorquando prosa e poesia indagano sinergicamente la medesima storia, descrivendo e rimando le varie vicende e  la storia della natura viva che a ogni stagione si rinnova, sì da ingenerare infinite varietà di forme simmetriche, analoghe alla  molteplicità caleidoscopica. 

La poesia riesce a correre sulla realtà e raggiunge la meta in meno della metà del tempo e dello spazio necessari alla prosa, senza incespicare; ecco perché la cerco. Essa ha un’anima delicata quanto resistente, filo da pesca affidabile e instancabile, che tutto intesse, cuce e tiene.In questa storia indomabile, a tratti la prosa si è fatta poesia per la gioia di farci correre, astrattamente, leggeri verso l’infinito

2 pensieri su “La poesia di Maria: l’essere e l’apparire

  1. …ho svelato mondi altrui mentre il mio di leggero imbastivo….
    Questo è il senso della lettura, soprattutto delle poesie.
    Ciò che ci piace, è ciò che ci riguarda, ciò che evidenzia e magari spiega il nostro essere. In fondo, è ciò che ci aspettiamo dalla lettura: che ci squaderni la verità e ci spieghi i tanti perché ed i moti profondi dell’animo umano. Per dirla con Montale “…. codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo vogliamo….”

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