La poesia di Maria, un pensiero a quel 25 aprile

La poesia di Maria, un pensiero a quel 25 aprile

di Maria Matani

LE STAGIONI ARIDE

Forse non saprò mai

cosa i tuoi occhi hanno visto

nell’ora più buia del mondo in fiamme.

Forse non saprò mai

com’è il rumore delle teste

che cadono sui sassi.

Forse non saprò

del sangue che nelle vene gela

quando il cielo trema e la terra

seminata di corpi e sangue e cenci

e le braccia degli uni si confondono

con le gambe degli altri e le teste

dei vivi che pensano di essere anch’esse

morte nel mondo straziato,

dimenticato.

Io saprò solo pezzetti di storia

Io saprò le parole che mi hai lasciato

Io saprò il tuo Natale tra le bombe sul fiume ghiacciato

Io saprò la tua primavera coraggiosa

di quando sei tornato quasi morto dall’inferno

e hai sperato ancora nel paradiso

e me l’hai regalato.

Chi ha tanto avuto, tanto dà e chi ha poco avuto, meraviglioso è, se dà quel poco che ha. 

Mi ricordo di una sorgente che si apriva in una buca a forma di acquasantiera scavata nel tufo, un calcare tenero di origine vulcanico che si lascia facilmente modellare. La sorgente in poco meno di un’ora riempiva la conca naturale e, sia che l’acqua venisse utilizzata, sia che rimanesse in loco per tutta la giornata, apparentemente, non faceva differenza. La differenza, tuttavia, era sostanziale ed era tutto a favore della sua utilizzazione che creava una serie innumerevole di situazioni immaginifiche, tutte estremamente benefiche, salutari e vitali.

Grazie, fontana a coppa, giusta e a forma di acquasantiera! Tu, educatrice silenziosa, con il solo tuo suono armonioso, sei stata più incisiva di mille parole eloquenti; lenta mi sussurravi il dolce ritornello e tardi, ma non troppo io l’ho appreso e con me, ora, lo porto e lo diffondo: chi tanto ha, tanto dà ed è bene che sia così sempre e in ogni luogo.

Ho trovato scritto, in maniera superba da più parti, che questo nostro è il tempo in cui ci si guarda l’ombelico. Orrenda espressione per bollare ed estromettere l’uomo comune dalla cerchia elitaria. Ho ascoltato altri, dagli scranni universitari, ai quali solo occasionalmente e indebitamente erano pervenuti, affermare che la scrittura non è e non può essere per tutti ma, rabbiosamente, ripetevano che alla nobile arte della scrittura possono accedere solo le giuste persone, quelle colte, che hanno frequentato licei e atenei, non importa con quale intimo profitto, dotate di lessico forbito; sicuramente quelle a loro immagine e somiglianza.

Mi spiace, non sono d’accordo!

Potrei ribattere che molti celebri scrittori hanno raggiunto il successo senza una formazione accademica formale, affidandosi alle esperienze di vita, ma non voglio perseguire questa strada troppo facile e troppo speciale. Mi piace, invece, ricordare che ho appreso tanto e tanto vado ancora apprendendo, oltre che dalla fontana scavata nel tufo, da pagine scritte solo per lasciare una testimonianza, tramandare un ricordo, un dolore, una riflessione.

Storie senza pretese, nate in un raggio ristretto, in luoghi decentrati, dove le parole si aggregano intorno alla storia che veicolano, come se tutto l’universo cominciasse e finisse lì per poi arrivare alle coscienze, di pochi o tanti non importa, comunque, mai restare segregate nell’animo del singolo ed essere alla fine gettate via senza aver potuto generare un raggio di folle tenerezza, un filo di insopportabile tristezza, una manciata di desolata consapevolezza, uno spruzzo di chiara narrazione.

Ci sono volumetti che nascono da esperienze personali di uomini e donne che, pur non essendo letterati hanno, con la loro vita, attraversato la storia caricandosi di temi universali. Microstorie entro il fiume della grande Storia e non saranno certamente la mancata strutturazione della trama nei canonici tre atti, la non meglio identificata tecnica narrativa e neppure il traballante climax, tutti aspetti decisivi e fondamentali per un romanzo eccezionale, che potranno mai confinare un lavoro autenticamente vero entro quel perimetro angusto dell’ombelico che, peraltro, potrebbe essere a buon titolo considerato come un centro assolutamente energetico, se non fosse stato connotato, da personaggi arroganti, di quel moto di astioso disprezzo e riprovevole ribrezzo.

E già che ci siamo dico tutto il mio sentire in proposito: amo e adoro le storie vere che svelano le realtà sommerse, amo e adoro le storie orfane portate alla luce da scrittori presi a prestito, perché quelli veri sono da sempre impegnati a rincorrere bagliori di immagini reali, luci della ribalta. Ovviamente, sarei ingrata se dicessi che non apprezzo i grandi autori, i romanzi che ti avvolgono e ti trasportano in mondi fantastici e misteriosi, riuscendo a dare un senso alla vita quotidiana che insopportabilmente, zoppicando, va. Ma qualsiasi autore, che scrive una storia vera, che tenta di difendere sé stesso ed altri dalle offese e dai soprusi, che riesce a dare voce a chi voce non ha, ha il sacrosanto diritto di sentirsi riconosciuto nel suo precipuo lavoro. L’autore, qualsiasi esso sia, nella sua funzione di scrivente, in un momento preciso della sua vita, si è seduto, ha preso in mano i suoi fili, li ha districati al fine di farli aderire, partendo dalla loro ingarbugliata tridimensionalità, sul foglio bidimensionale, astratto e bianco, riottoso e ingannevole, persino nei confronti del suo stesso ombelico generatore.  

L’autore, di qualsiasi spessore e levatura, ha dedicato, comunque, un tempo, lungo o breve, alla costruzione di una storia, affrontando il doloroso lavoro del narratore a mani nude e cuore aperto; doloroso perché ha scavato nelle sue ferite e, parimenti, ha compiuto un atto d’amore, perché narrare è sempre un atto d’amore, un incontro speciale, uno scambio reversibile e gratuito tra sé e ogni suo lettore.

Onore ai coraggiosi, Tutti!

Per questo lavoro gratuito e pericoloso e per tanto altro ancora, alla vigilia di una data importante, quale l’Anniversario della Liberazione, sulla quale in tanti sono riusciti a ordire racconti veri, essenziali, crudi e magari senza i giusti requisiti letterari, dico, onore a tutti i coraggiosi e grazie a te, a te che non sei uno scrittore, a te che sei tornato sconfitto da una guerra persa e senza essere cultore e specialista di nessun filone letterario, hai lasciato a me, a noi, le tue parole…

Questa è la guerra! E anche se non ho trovato posto in essa come eroe, sono stato, mio malgrado, un’inevitabile comparsa. Non un attore principale, ma pur sempre un attore.

… Oramai la dignità umana aveva cessata di esistere poiché nei nostri discorsi, addirittura, si parlava di alcuni prigionieri che si nutrivano di carne umana… così la legge bestiale si confermava in pieno nella veridicità della sua crudeltà.

… Ognuno di noi, impegnato nella sua lotta alla sopravvivenza, viveva passivamente abbandonato a sé stesso la predetta cruda realtà. Tutti spettatori e ognuno protagonista della propria storia.

… Ma come si poteva spiegare in quei frangenti alle mamme, così affrante nel dolore, quel che era stata la campagna di Russia! … Osservavo totalmente svestito quel che restava del mio fisico. In quella immagine così scheletrica rivedevo però anche i miei compagni di sventura e quei maledetti lager.

(Dal diario di Alfonso Di Michele – Io, prigioniero in Russia)

Buon Venticinque Aprile: storia di una giornata memorabile!

6 pensieri su “La poesia di Maria, un pensiero a quel 25 aprile”

  1. Bellissimo pensiero nel ricordo di ciò che, per fortuna, non abbiamo vissuto e non avrebbe dovuto vivere chi c’era. E non dovrebbe accadere più

  2. Per non dimenticare, ma per ricordarci da dove veniamo e grazie a chi siamo qui oggi a raccontarlo! Perché si sappia che il 25 Aprile è il giorno del coraggio, della speranza… Un memoriale per farci aprire gli occhi e trovare ancora il coraggio di dire, ancora una volta, “basta”. Il 25 Aprile non è una ricorrenza divisiva: è la nostra storia!

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