La poesia di Maria: “Le mie mani”
di Maria Matani
Le mie mani accarezzano i miei pensieri,
li modella, li scolpisce, li adatta.
Le mie mani, gemelle speculari,
intentano or ora una lite
con le mie idee e intendono vincerle
e praticamente le vincono.
Le mie mani.
Le mie mani in numero di due, sorelle gemelle speculari, si guardano senza avversione,
nessun rancore tra di loro. Quando è l’ora del risveglio insieme si portano agli occhi e,
delicatamente, dall’angolo interno all’esterno, le palpebre massaggiano. Nessuna
invasione di campo mai avviene, la mano destra accarezza l’occhio destro e la manca il
sinistro, nello stesso istante, con la stessa intensità e uguale intervallo temporale.
Sotto il rubinetto dell’acqua entrambe giocano alla pratica della routine quotidiana che
rimanda all’igiene personale, di fretta se c’è fretta, lentamente se si può indugiare,
entrambe scelgono l’identica temperatura e infine, con un gesto a coppa, antico quanto il
mondo, portano acqua al viso asciutto fino a bagnarlo tutto, nettandolo ben bene, fino a
renderlo inequivocabilmente curato e pronto per essere mostrato al nuovo giorno
appena iniziato.
Le mani, le mie mani sono amiche infaticabili da una vita, la mia vita.
Dal tempo esatto in cui sono venuta al mondo, le mie mani sono state alternativamente
apprendiste e maestre: hanno costruito e disfatto ogni cosa e ogni pensiero realizzato.
Hanno lavato, giocato, costruito, tagliato, smontato, cucito, scritto, guidato, sollevato,
tamburellato, ricamato, disegnato, stirato, arrampicato, indicato, sfiorato, afferrato,
colpito abbracciato, comunicato.
Le mie mani tante volte parlano al posto delle mie corde vocali, a mezzo di una
comunicazione non verbale capace di trasmettere, ancora meglio, il mio stato d’animo
anche a persone di lingua diverse dalla mia; le mie mani sono capaci di dialogare
ottimamente anche con esseri di specie diverse. Le mie mani, estensione del pensiero
creativo, traducono l’invisibile in forme esplicite, forme tridimensionali e, a guardare
bene il tempo impiegato, forme quadrimensionali.
Le mie mani, strumenti straordinari, che con l’usura invecchiano ma non
dimenticano, sono capaci di compiere ciò che il mio cervello comanda, stabilendo con
esso, nascosto e intangibile, un rapporto paritetico e dualico, una corrispondenza
biunivoca assoluta e insostituibile.
Il cervello sviluppa le mani, le mani sviluppano il cervello.
Le mie mani mi identificano, sono il mio biglietto da visita ed è per questo che voglio
mantenerle quanto più naturali e meno artefatte possibili, unghie comprese.
Mani aperte, segno di disponibilità; mani chiuse, segno di nascondimento; mani a
cuneo, segno di superiorità; mani intrecciate, segno di impotenza; pugno chiuso, segno di
rabbia; sfregamento delle mani, segno di soddisfazione e gioia. Questi gesti sono
universali e profondamente istintivi e, albergando intatti nelle diverse culture, ci
accomunano entro una diversità umana meglio compresa come un contunuum di
variazioni che attraversa il genere Homo, facendone una unica specie.
L’importanza delle mani si evince dalla loro rappresentazione nel cervello. Esse
occupano una porzione assolutamente significativa della corteccia motoria e somato-
sensoriale, anatomicamente indicata come Homunculus corticale, mappa sensitiva tradotta
intorno agli anni cinquanta del secolo scorso.
Le mani, proprio per la loro complessità funzionale, appaiono in questa
rappresentazione con una notevole dimensione, superiore rispetto alle altre parti del
corpo, evidenziando una doppia e parallela importanza strategica, sia nel controllo
motorio, che nella percezione sensoriale.
Le mani, le mie mani sono quasi organismi all’interno del mio organismo.
Le mani sono strettamente legate allo sviluppo del linguaggio. In pedagogia, infatti,
linguaggio e mani sono strettamente correlati.
Le mani giocano un ruolo fondamentale nell’apprendimento e nella crescita. Le mani sono gli strumenti propri dell’intelligenza dell’uomo, così recitava Maria Montessori, pedagogista, educatrice e medica italiana, internazionalmente nota per il Metodo che prende il suo nome e pioniera in campo pedagogico nell’introduzione del gioco, come ruolo centrale all’interno dell’apprendimento, convinta sostenitrice che la personalità si formi con il crescere all’unisono di facoltà mentali e facoltà motorie.
Attraverso la manipolazione il bambino scopre e comprende il mondo che lo circonda
e nello stesso tempo struttura il pensiero, la formazione di concetti e la risoluzione di
problemi. La motricità fine, strettamente legata all’uso delle mani, quali la scrittura in corsivo, influenza positivamente la strutturazione del pensiero e lo sviluppo del linguaggio.
Le mani, le mie mani mi hanno aperta al mondo simbolico fin da bambina.
Le mani sono capaci di tradurre un oggetto in un altro, favorendo la creatività e
l’immaginazione. Tutto questo e molto altro è stato focalizzato dall’approccio
montessoriano nella prima metà del novecento, dove il bambino si ritiene debba
sperimentare con le mani per poi pervenire alla piena autonomia e costruzione della
propria individualità.
La mente pensa, la mano crea. Questo stretto legame ha consentito all’uomo di distinguersi dagli animali.
L’uomo ha fatto la mano e la mano ha fatto l’uomo.
Le mani, le mie mani sono Sirene, metà materiali e metà sensoriali.
L’importanza della mano ha scatenato dibattiti che hanno affascinato menti brillanti,
come Kant, che si soffermò a lungo sulla funzione della mano, tanto da definirla Il cervello esterno dell’uomo.
Le mani, le mie mani io le amo.
Allo stesso modo, amo le mani delle persone che incontro, le amo per il tanto lavoro che quotidianamente svolgono, anche se sono diventate ossute, sbilenche, deformi, macchiate, emanano sempre e comunque, anzi a maggior ragione, luce, la luce della mente che danza tra le loro falangi e le dita agita fino a portarle al cielo.
