La poesia di Maria: le cose che non finiscono
di Maria Matani
Dove finiscono le cose che non finiscono.
Restano appese alle ciglia
come tende sfilacciate a chiudere lo sguardo,
restano incollate alla lingua
a mistificare sapori,
restano avvinghiate alle gambe
a negare la libertà,
restano gravitanti sul diaframma
a spezzare il respiro.
Solo quando finiscono
le cose che non finiscono
ogni altra cosa può iniziare.
Da piccoli ci raccomandavano di portare a termine ogni cosa iniziata, tuttavia, nessuno ce ne ha spiegato il motivo, forse perché era troppo semplice e intuitivo da capire o forse perché era così complesso, che neppure gli adulti bene lo hanno mai saputo.
E così succede ancora e sempre ancora succederà ad ogni umano di convivere con cose iniziate e finite e cose iniziate e mai finite.
Le cose iniziate e finite riposano tutte entro scatole educatamente sigillate, allineate sugli scaffali dei compiti eseguiti, prive di sfrontato dinamismo. L’attività intellettuale rispetto ad esse non nutre più nessun interesse, il circuito mentale intorno ad esse si chiude e l’opera perfettamente conclusa, riposa beatamente.
Altri percorsi seguono, invece, le cose iniziate e mai finite. Il nostro cervello, quando iniziamo qualcosa, attiva un circuito che resta aperto finché tutte le azioni inerenti al processo non sono concluse. Ecco, quindi, che se l’attività viene lasciata a metà, quel determinato circuito operativo resta aperto, generando una tensione cognitiva, un rumore di fondo, un logorio che sottrae energia all’intero sistema e, inutile dirlo, alla persona tutta.
In arte, la tensione cognitiva delle cose non finite ben si appalesa e concretamente si manifesta nel non finito di Michelangelo. In questa sua tecnica le opere, deliberatamente lasciate incompiute dal genio del Rinascimento, evocano la lotta dello spirito per liberarsi dalla materia, sprigionando, così, non l’immaginabile e scontato senso di incompiutezza, bensì, una tensione profonda, un anelito verso la perfezione assoluta. Si potrebbe asserire che l’incompiutezza sia stata ricercata dall’immensa perfezione di Michelangelo per stupire e nel contempo stimolare lo spettatore a completare l’opera nella propria mente. Nella sua immensa grandezza di artista e maestro, pare, abbia voluto renderci partecipi al processo creativo, incoraggiando l’interpretazione personale di ognuno.
Le opere incompiute dialogheranno in eterno con gli uomini di tutti i secoli.
Diversamente si comportano, invece, le cose lasciate incompiute nella nostra vita quotidiana. L’inquietudine che le stesse generano, ci spinge ad oltranza, anche in assenza della nostra conclamata volontà, a voler completare ciò che è rimasto in sospeso, per ritrovare uno stato di equilibrio mentale.
Sì, perché contrariamente a quanto succede nell’arte, dove l’incompiuto determina magia e fascino, le cose non finite, a livello individuale e nel quotidiano, si depositano dentro di noi come scorie tossiche. Esse, pur sembrando all’apparenza dileguate, in realtà finiscono col sedimentarsi entro luoghi oscuri, meandri difficilmente accessibili, generando pesantezza ai fluidi vitali normalmente leggeri e proiettando ombre oscure sui nostri sogni notturni e desideri giornalieri.
L’incompiuto può divenire la nostra trappola eterna, il parassita che ci scava dal di dentro tunnel ciechi, che mina la nostra creatività, la nostra gioia di vivere, il nostro passo leggero.
