La poesia di Maria : la notte di San Giovanni

La poesia di Maria : la notte di San Giovanni

di Maria Matani

Rugiada

Due mani a coppa

hanno sollevato una valle in fiore,

rugiada tra le mie rughe.

La mia pelle, distesa

e di essenze profumata,

come un sogno perduto.

Quel momento magico

La notte tra il 23 e il 24 giugno è magica. Siamo alla vigilia della festività di San Giovanni, che affonda le sue radici nel fascino dei riti pagani, sulle cui ceneri si è successivamente innestata la festa cristiana di San Giovanni Battista. Questa festività richiama a sé due elementi antitetici, il fuoco e l’acqua e in aggiunta le miracolose erbe spontanee, officinali, medicinali, aromatiche, endemiche del nostro fiabesco Abruzzo: felce, salvia, alloro, elicriso, lavanda, melograno e all’apice l’iperico, nome scientifico, Hipericum perforatum, comunemente noto come erba di San Giovanni, le cui proprietà antidepressive e antivirali sono acclarate. L’Iperico è la pianta solare per antonomasia. I suoi fiori dal giallo intenso, adornato da lunghi stimmi, che evocano il sole stesso, quando viene assunto oralmente, sotto forma di tisana, o ancora meglio, tintura madre, porta a un aumento dei livelli di serotonina nel sangue. Ecco spiegato le sue proprietà capaci di contrastare la depressione, l’ansia, la stanchezza, i problemi legati al sonno, i cambiamenti d’umore, la fibromialgia e l’emicrania. L’olio di iperico è altresì utilizzato per uso topico, applicato direttamente sulle zone interessate per curare lesioni cutanee, ustioni, punture d’insetto.

  Secondo la tradizione i fiori di iperico vengono raccolti nei giorni precedenti e seguenti il solstizio d’estate, essiccati alla luce diretta del sole, sì da imprigionarne tutta l’energia e successivamente messi a macerare in olio, sempre alla luce diretta del sole, per tutta la durata del ciclo lunare. A questo punto l’oleolita è pronto a divenire un potente antirughe naturale, in quanto ricco di betacarotene, flavonoidi e tannini, capaci di nutrire la pelle secca e, parallelamente,  contrastare la formazione di radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento cutaneo. 

L’iperico, con tutte le sue proprietà, arriva dal lontano settecento, dove insieme all’Angelica e all’Aloe, veniva somministrato agli spadaccini, per curare le loro ferite.  Nel settecento, grazie al naturalista svedese, Carlo Linneo, che per la prima volta operò una classificazione scientifica degli esseri viventi, elevò lo studio delle piante al rango di disciplina scientifica segnando la nascita della farmacologia moderna.

Mentre le piante della salute si avviavano lungo i percorsi della farmacopea, legandosi a nomi sempre più importanti della medicina e al perfezionamento di una strumentazione atta a trattare al meglio i principi attivi delle sostanze vegetali, le comunità locali, in una modalità di trasmissione orale, hanno continuato durante i secoli diciannovesimo e ventesimo a interpretare i meccanismi curativi su binari paralleli, attribuendo alle piante, oltre ai determinati effetti curativi, valenze soprannaturali di tipo magico e divino. 

Le radici di tali saperi, la raccolta di erbe, fiori, radici, sono a noi pervenute attraverso mani femminili, in un percorso di scoperte senza tempo e sono state ancora donne le ultime a conoscere le proprietà delle erbe, custodi della cultura femminile appenninica di preparazioni, unguenti, quando ancora la natura era il medico. 

Lu Ramajette, è l’ultimo superstite di questa cultura alchemica – rituale, legata alle fasi lunari, all’arte del curare attraverso la raccolta e l’utilizzo del rimedio adatto. Lu Ramajette, oltre ad essere il canestrino fisicamente realizzato con giunchi, è un vero e proprio cerimoniale, perpetrato in Terra d’Abruzzo fino al secolo scorso, finalizzato a celebrare la stima, che una giovane poteva provare nei confronti di un’altra, tanto da stabilire con la prescelta un legame particolare, di importanza pari a un parentado, Commare a fiure.

Alla favorita le si offriva un mazzolino di fiori di campo, rigorosamente costituito in numero di nove, ossia tre volte tre, che per la tradizione rappresenta il numero perfetto. Ogni pianta, con un esclusivo potere curativo e magico, componeva l’insieme floreale, che veniva avvolto in un fazzoletto di cotone. Il tutto sostenuto  dal citato Ramajette. Infine, per rendere il tutto pregevole e unico, si accludevano speciali  oggetti femminili e personali molto in uso ai tempi, fazzoletti ricamati, pettinessa, fermatuppo, veletta di pizzo. 

La notte magica di S. Giovanni si concretizza con l’acqua di San Giovanni, ovvero in questa notte si usa lasciare in un catino sotto le stelle le piante citate immerse in acqua e, in rituale altamente magico – che assegna potere al gesto e a questi la capacità di rendere reale ciò che rappresenta – lo si lascia riposare l’intera notte sotto le stelle; l’indomani, la semplice acqua e fiori,  che ha respirato la rugiada notturna, si sarà caricata del potere magico desiderato e, pertanto capace di svolgere le più disparate, sostanziali e risolutive funzioni. Con l’acqua di San Giovanni ci si lava il viso, le mani, le braccia e tutte le eventuali parti del corpo aventi piccoli o grandi problemi, soprattutto a carico dell’epidermide. L’atto magico riproduce ciò che si desidera e provoca lo stesso effetto sulla persona o sull’animale a cui è diretto.

Amo precisare che, oltre la breve, ma l’accurata ricerca naturalistica-antropologica, ho inserito ricordi, note e sapori personali ed altri pervenuti a me dai racconti e dalle testimonianze, in primis, della mia carissima nonna Anna e degli anziani dell’intera vallata distesa alle pendici del Gran Sasso, mia amatissima Terra di nascita e di cuore.

3 pensieri su “La poesia di Maria : la notte di San Giovanni

  1. Ma che bellezza ! Nulla è come il profumo di un ricordo antico, ancestrale. Le rughe ricordano il trascorrere del tempo che solo il ricordo può spianare. In un attimo si torna all”infanzia, a gesti che non compiamo più. L’immagine del Compare a fiori…..noi in un eterno tornare….

    1. La poesia spiana le rughe, così mi venne di scrivere qualche tempo fa. Sembrava uno scherzo, ma è vero!

  2. È una bellezza che non si riesce a descrivere: sentire, sulla propria pelle e dentro di sè, le tradizioni attraverso le parole di chi conosce bene quella Terra.
    Non è facile raccontarle così: come se fossero un respiro, una boccata di aria per chi vive lontano da casa e ne sente un richiamo inequivocabile.
    Forse è davvero questa la bellezza della poesia e della prosa: riuscire a parlare all’animo, far vivere emozioni!

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