la poesia di Maria: La complessità ai tempi della scoperta della complessità
di Maria Matani
Parola che ti perdi nel frastuono del dire,
sii forte a scandagliare l’Io
e la complessità del divenire.
Parola, non consumarti nella mediocrità,
non saziarti dell’ovvietà,
riacquista l’autenticità che ti appartiene,
vola leggera sui terreni dell’appiattimento
e della demolizione delle libertà individuali
e tra rimpianti e ricordi confusi,
inerzia del vivere e disillusioni,
semina speranza.
Parola, potenza della parola,
dispiega le ali e semina verità.
Calliope, affida a Demetra la tua bella voce
e nuovi raccolti saranno assicurati a noi mortali.
È la somma che fa il totale.
Vero, verissimo, ma questo assioma è valido solo all’interno di sistemi lineari, ossia in sistemi che possono essere descritti con le medesime equazioni anche in contesti notevolmente diversi.
Quando, invece, ci troviamo ad operare in un sistema complesso le cose cambiano. In generale un sistema è lineare se è possibile scomporlo in sottoproblemi indipendenti tra loro. La difficoltà nasce dal fatto che quasi tutti i problemi esistenti sono non-lineari, anche se, per semplificare, da sempre l’uomo fa ricorso ad ipotesi di linearità, adottando i più semplici modelli matematici, cui siamo più facilmente portati e applicandoli così anche a problemi non lineari.
La matematica ci dà sicurezza e nutre l’umano bisogno di controllo mai sazio.
Modelli di linearità sono comunemente usati nella meccanica, elettronica, chimica, biologia ed economia.
A ben guardare, però, in natura abbondano sistemi non-lineari, denominati appunto sistemi complessi, nei quali i sottoinsiemi che li costituiscono interagiscono tra loro e l’interazione è sì importante da non poter essere trascurabile.
Tali sistemi sono dotati di autorganizzazione e comportamento emergente.
L’autorganizzazione attiene all’assunzione di organizzazioni autonome da parte di un sistema, mentre il comportamento emergente rimanda a una situazione nella quale il sistema complesso esibisce proprietà e schemi nuovi a partire da regole semplici e il tutto si compie in modalità assolutamente non prevedibili, realizzando quindi un salto evolutivo e ponendo il sistema stesso entro un livello energetico superiore. In tale realtà i comportamenti complessi non sono proprietà delle singole entità e pertanto non possono essere né riconosciuti nelle singole parti, né tantomeno dedotti attraverso calcoli matematici tipici dei sistemi lineari.
Esempi di sistemi complessi sono i comportamenti di uno stormo o di un banco di pesci.
Secondo uno studio in ambito psicologico, l’intelligenza e il linguaggio umano sono comportamenti emergenti dell’uomo, emergono, cioè, senza che possano essere desunti esclusivamente dalle interazioni madre-bambino o dalla presenza-assenza dei soli neuroni.
In tali casi, uno più uno non fa due, ma qualcosa di più, qualcosa di diverso.
Lo studio del comportamento emergente è stato condotto nei tavoli da gioco, specificatamente, il poker. Si è visto che, nonostante il poker abbia regole rigidissime, per uno stesso giocatore, giocare ad un tavolo anziché ad un altro, può determinare esiti notevolmente diversi.
Naturalmente questo studio incentrato sul poker apre un ventaglio di complessità, che avranno ricadute sulla vita sociale di tutti noi a cominciare dalla nascita. Il caso e la necessità si spalancano sotto i nostri piedi e possono accompagnarci ovunque e in tanti altri posti opposti.
La fisica diventa metafisica e la metafisica si fa fisica.
Esempi di comportamenti emergenti si ritrovano in biologia, specificatamente all’interno del mondo degli insetti sociali. Tali comportamenti sono basati principalmente sui ferormoni provenienti dalle larve, dal cibo, dalla presenza di altri insetti, dai materiali di rifiuto e, nonostante che in queste classi di animali manchi un comando centralizzato, le colonie esibiscono comportamenti complessi e comportamenti emergenti.
Le strutture emergenti si riscontrano anche in campo fisico, come il formarsi delle galassie e degli uragani.
Dobbiamo rinunciare alle certezze se vogliamo vivere nella complessità.
Nei sistemi complessi, imprevedibilità e paradosso sono sempre presenti. La teoria della complessità nasce nella seconda metà del ventesimo secolo in seguito al fallimento del dualismo cartesiano e trattasi di una visione interdisciplinare, dove nuove modalità di collaborazione tra scienza, filosofia e saperi umanistici, rifiutano la tradizionale distinzione tra le due culture. Attualmente a rinforzare questa idea primitiva sta sorgendo una nuova associazione di discipline capitanate dalle neuroscienze, le scienze cognitive, la psicologia, l’antropologia, le scienze storiche e l’archeologia cognitiva, che nell’insieme mirano a uno studio integrato dell’essere umano.
A livello letterario, Italo Calvino, nonostante non sia l’autore della teoria della complessità, nella sua raccolta di racconti Le città invisibili – vero e proprio gioco combinatorio che mira a scomporre il messaggio comunicativo, analizzare le singole parti per poi ricollegarle in un groviglio di significati a partire da una narrazione alle soglie di un mondo fiabesco – anticipa le idee della complessità, sì da essere a buon titolo considerato un pioniere di questo concetto in ambito letterario.
Il tutto è più della somma delle parti
L’idea della complessità è felicemente descritta e spiegata con limpidezza dalla e con la metafora dell’arco dove Calvino fa descrivere a Marco Polo un ponte, in cui le proprietà specifiche dell’elemento finito non risiedono nei singoli elementi che lo compongono, ma si sviluppano come comportamento emergente dalle interazioni dei singoli elementi.
La complessità è quel groviglio che rimanda alla vita.
Complessità è intreccio, opportunità, sinergia, è, in ultima analisi, il mondo in cui viviamo e che la letteratura ci aiuta a capire e a decodificare e, come afferma l’articolato Calvino, L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno, è quello che è già qui.
