La poesia di Maria: “incontri evanescenti”
di Maria Matani
Ogni tanto ci rincontriamo in sogno.
Ci ritroviamo nella casa che abbiamo abitato
e nei luoghi che a lungo hai vissuto.
Ripasso il tuo viso come era ai tempi
e riascolto la tua voce in brevi frasi
riflesse su lunghi sguardi.
E ti rincontro sui terreni impalpabili dei sogni. Ti rincontro sui luoghi fatti di nuvole, dove le distanze sono azzerate e i tempi rimescolati.Ti incontro alla velocità di un raggio di sole, compari e poi scompari violando ogni legge fisica, eppure i nostri incontri sono reali. Tu di carne, ossa e vestita sei e altrettanto io.
A volte ci succede di rincontrarci oltre il rapporto temporale che determina le nostre distanze solari, ma nel buio del sonno, nell’oscurità delle palpebre chiuse, come persiane su finestre assolate, la libertà onirica si espande in tutta la sua magnificenza, congiungendo le cime più disparate, proprio come stelle indipendenti e lontane, vengono arbitrariamente legate da umani, peraltro studiosi, in costellazioni.
Pace, l’amore non si misura con il calendario alla mano, proprio come l’assenza; entrambi si avvertono sulla pelle e su di essa riaffiorano senza preavviso. Un desiderio che nasce spontaneo, quello di parlare, chiedere, raccontare cose importanti o piccolissime curiosità alla persona che sta altrove – l’altrove non raggiungibile da nessuna linea telefonica, da nessun treno, aereo, da nessuna rete sociale modernissima – ci induce ad accarezzare il tempo perduto.
Per certe cose la modernità non è risolutiva. È indispensabile accettare l’assenza. In alternativa, è possibile sbranare i ricordi, ripassarli per tenerli sempre a mente, per non dimenticare le storie ascoltate, quelle consegnate a noi direttamente dai protagonisti che l’hanno vissute in prima persona e noi, in un atto d’amore, li rivitalizziamo dentro le nostre cellule, assicurandole così, a un trasferimento ulteriore, inequivocabilmente preciso.
Alleniamoci, dunque, a restare amici delle storie ascoltate nella nostra infanzia; lasciamo che i nostri giochi tornino tra le nostre mani ossute; che le antiche ricette culinarie ricompaiano a fare bella mostra di sé sulle nostre tavole, per essere riassaporate dalle nostre papille gustative, centrali periferiche della memoria, situate al riparo delle turbolenze esterne, tra lingua e palato, luogo protetto e sacro, analogo per conformazione al forno a legna, dove si sfornavano le cose più prelibate e profumate, come il pane – ammasso di farina, lievito, acqua e sale – lavorato dalle forti braccia nella notte stellata per essere, poi, infornato al primo raggio di sole del mattino seguente.
Mettiamo al sicuro i rimedi della nonna, facciamoli divenire patrimonio immateriale delle nostre conoscenze non scritte, ma proprio per questo, da tutelare dall’oblio sempre in agguato. Manteniamo le nostre lingue capaci ed allenate a declamare le nenie, le filastrocche, i sortilegi buoni nelle originali forme idiomatiche arcaiche.
Conserviamo diligentemente queste eredità, salviamo le radici, perché senza radici siamo panni stesi al vento senza mollette, non asciughiamo al sole, ma ci perdiamo nella tempesta.
E se per riconnetterci con il nostro mondo interiore può esserci d’aiuto la notte, allora, non abbiamone paura; possiamo chiedere alle stelle un sonno ristoratore con dentro un sogno sfavillante e teniamoceli stretti i nostri sogni, ché una vita senza sogni è come una farfalla senza ali.
Si può vivere anche nei sogni, si può vivere anche di sogni. Anche i sogni possono aiutare a raggiungere l’inarrivabile, ad accarezzare l’evanescente e senza paura, poi, tornare al nostro fare quotidiano.
Buongiorno, sono appena tornata da un sogno…
