La poesia di Maria : il silenzio

La poesia di Maria : il silenzio

di Maria Matani

Tacere non è silenzio

Conosco una città schiacciata dal peso dei rumori,

carica di parole ridondanti e nonsenso, vuoti accidentali.

Conosco strade stridule gonfie di vetture,

sferragliamenti tra combustibili e clamori.

Conosco luoghi chiassosi privi di vere parole,

i cui significati sono soltanto iperbole al sole.

Silenzio, silenzio ché ascolto il mio corpo,

il mio corpo parla con la lingua del silenzio.

Tacere non è silenzio

Avanzo tra erbe e sterpaglie, campi da decenni smessi d’essere coltivati, accuditi, accarezzati dalla falce, dissodati dall’aratro, rimirati dagli occhi del tenero, affettuoso e vulnerabile  prezioso agricoltore,  per essere restituiti alle margherite spontanee, al tarassaco, al pisello dei campi, e a ancora oltre nella successione del tempo, ai cardi spinosi, al cardo blu, al maggiociondolo, alla ginestra e tanti altri ancora, tutti esemplari della lunga e variegata schiera della vegetazione  spontanea.

Piante d’ogni genere si avviluppano alle mie gambe, ostacolandomi nei movimenti, fino ad arrestarli in taluni passi. I cardi spinosi e i cardi blu, invece, alti quanto la mia figura, dal portamento vigoroso, rami eretti e spinosi, foglie ondulate terminanti con altrettanto robuste spine e di contro delicati fiori terminali purpurei, si confondono con me, quasi fossero giovani persone che mi camminano accanto, ma non carezzano certo il mio corpo. 

Le mie gambe e le mie braccia scoperte a fatica si fanno strada tra terreni un tempo vissuti a grano – la docile pianta di frumento addomesticata da millenni, incapace di rendere graffi alla pelle umana – e ad ortaggi, alimenti cedevoli e croccanti, delicati e colorati, fonte di liquidi zuccherini,  in assenza di caramelle incartate.

Ora, ogni zolla è stata restituita alla flora spontanea, aggressiva per costituzione, selvaggia per denominazione. Un groviglio inestricabile di ceppi striscianti riuniti in associazioni di specie diverse di piante e animali che vivono in reciproca relazione.

Sono io l’estranea, io il fuori luogo, io l’intrusa; che ci faccio io qui, in questo mondo non più mio? Dovrei saperlo. Forse, alla fine, come in una faticosa caccia al tesoro, lo scoprirò, astrattamente identificherò ciò che al momento terribilmente mi sfugge.

Intanto, dall’altra vallata, anch’essa un tempo mio regno, appare qualcosa che mi turba, mi preoccupa, mi allarma. E allora fuggo, corro tra le sterpaglie, corro verso l’alto; vado in su, a salire c’è sempre speranza, ed è proprio quella che istintivamente cerco, la speranza.  Corro con il fiato corto, ma non troppo, corro. Ora m’imbatto e mi districo tra arbusti di rosa canina, prugnolo e ciliegi selvatici, loro luogo d’elezione. La salita si fa erta e come un ciclista in volata che si gira a guardare il gruppo che lo insegue, lancio uno sguardo ai miei inseguitori, stimo la distanza che da loro mi separa. È sufficiente? Non si può dire, ma le mie gambe trovano la giusta via e i miei piedi i giusti appoggi, retaggi di allenamenti fuori concorso. Ora la memoria muscolare mi sostiene e accanto a me ci sei tu. Silenziosa sei comparsa, senza annunciarti sei arrivata. Tu non hai dato spiegazioni e io non ti ho fatto domande, il nostro fiato lo risparmiamo per quando la salita si farà più importante. Solo i nostri occhi di tanto s’incontrano, veloci, senza sottrarre tempo al movimento delle gambe, costante e fiducioso.

Sei forte al mio pari, forse siamo in quella fase in cui le differenze si sono colmate, forse siamo nella circostanza in cui ogni muscolo deve rispondere all’appello e saliamo, saliamo. A salire c’è speranza.

Una casupola, vecchia, malridotta, nascosta tra la boscaglia, regno di querce, alte e basse, con i rami abbracciati, appare all’improvviso, compare provvidenzialmente. Rifugio perfetto. Questa casa, che pensavo fosse ridotta a un cumulo di macerie, in realtà è ancora in piedi e mai nessuna abitazione, seppur più bella, è risultata essere più opportuna e funzionalmente rispondente.

Entriamo dalla porta semiaperta senza chiedere permesso, colpa del fiato corto e della certezza fosse vuota, ma con sorpresa, dentro quelle mura instabili e a tratti diroccate, scopriamo presenza umana. Due vecchi fermi in un tempo remoto, chiusi in abiti lisi dal taglio antico, con passi rallentati, senza profferire parola, ci hanno di fatto invitati ad accedere  nella loro dimora, dopo che in buona sostanza eravamo già entrati. Il vecchio, senza regalarci sguardi e parole, si è subito ritirato in una stanza attigua, mentre la sua compagna ci ha indicato il fuoco, un grande fuoco, in realtà una vera e propria  fornace, che spande luce e calore. Ne possiamo fruire, o lo possiamo subire, così ci è parso capire, nel frattempo,  silenziosamente,  ha girato su  se stessa per seguire suo marito.

È stato allora che sei comparsa anche tu, la seconda donna in ordine d’importanza della mia vita. Sì, tu la più vecchia di noi tre, ma non sei antica come i coniugi che ci stanno ospitando. Tu fai parte del nostro mondo, conosci la nostra lingua e anche se non parliamo, so che potremmo farlo. Tre donne, tre generazioni ora quietamente sedute al cospetto di brace e fiamme. 

Sei fragile, questo sì. Il troppo calore ti impedisce di sederti sul gradino in cemento arroventato dalla fiamma, così ti prendo sulle mie ginocchia, come fossi una bimba e insieme, attendiamo l’inatteso.

Tacere non è silenzio.

2 pensieri su “La poesia di Maria : il silenzio

  1. Ermetica assai la poesia stavolta, ci porta in dove di inesauribile silenzio e mistero. Ognuno di noi può leggerci qualcosa, ma la lettura del cuore è questa: lo sferragliare inesauribile del mondo stride con la sensibilità di chi fa del rumore del cuore la musica della sua vita. E il corpo tace….

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