La poesia di Maria : “Il fazzoletto cifrato”
di Maria Matani
Ho appreso la forma quadrata
giocando con il fazzoletto di mio padre.
Bianco, grande con righine colorate,
quadrati entro altri quadrati a formare un’area
dove è facile depositare pensieri astratti,
sconfinanti oltre il perimetro da punti definito.
Ti piego e ti ripiego nei fantasiosi modi,
poi ti dispiego e mi spiego chissà quali cose.
Sono un fazzoletto bianco, uno di quelli di mussola fine, stipato nella scatola sottile, con il coperchio dipinto da un romantico paesaggio a tinte pastello, con chiesa, albero e dame con l’ombrello, capace di accogliere l’intera dozzina, separati gli uni dagli altri dalla carta velina e abbracciati delicatamente da un nastrino.
Sono un fazzoletto ricamato a mano, in ogni angolo un fiore variamente stagionale che si allunga a formare la lettera della mia iniziale. Sì, sono un fazzoletto cifrato, marcato con la lettera iniziale del mio nome confidenziale, posto come un sigillo ornamentale.
Venivamo acquistati dalle giovani signorine nei negozi con belle vetrine, dove ogni oggetto veniva elevato a simbolo speciale e autorizzati ad essere sfiorati solo dall’acquirente ben intenzionato.
Sono un fazzoletto di classe, il mio fiore ricamato nell’angolo in basso non appassiva sotto il sole, non perdeva colore e non sfioriva con il raffreddore; le mie iniziali, ricamate in filo d’oro, risplendevano a tutte le ore e bella mostra facevano tra le dita inanellate della giovane innamorata.
Sono un signore fazzoletto, giusto adatto per la mamma soddisfatta, che il rossetto all’angolo della bocca delinea e si adatta e le ciglia dall’occhio allontana stupefatta.
Della mia signora conosco ogni poro, le dita affusolate, la sua bocca canterina, i canini piccolini, il nasino un po’ aquilino e qualche volta, ho avuto modo di assaggiare anche qualche lacrima amara.
Sono un fazzoletto ben educato, ossequioso e al rispetto votato; ho sempre stimato la dama a me assegnata e anche lei, benché padrona, tra le mani mi teneva con dolcezza ed affezione e io mai ho profferito chiacchiere e dicerie che potessero turbare la sua condizione sociale. Il chiacchiericcio e i canti li lasciavo ai mezziguanti, le calunnie e l’indiscrezione me li toglievo di dosso con il sapone.
Quando lindo e stirato, tutto bello, mi riponeva nel tiretto del comodino, niente mormorii con i sospettosi calzini del maritino, solo brevi occhiate con i miei fratellini, un drappello ben affiatato, tutti di fiori ricamati che a rotazione per le vie passeggiavamo e chiacchiere insensate non sprecavamo. Da giovani ci era stato insegnato che le maldicenze non hanno padrone e di bocca in bocca diventano pesanti come mattoni; i passaparola non ci allettavano e i bisbigli ascoltati li lasciavamo lì dove li avevamo trovati. Ad un fazzoletto cifrato non è consentito appesantire l’angolo ricamato con notizie mal riportate. Un fazzoletto in mussola fine non è adatto a riportare battutine.
Ora, tutti noi fazzoletti superstiti di allora, ammassati alla rinfusa, in ordine casuale, meglio dire in un caos eccezionale, entro la nostra pur sempre scatola d’autore, in bilico ce ne stiamo sul tavolaccio stracolmo del rigattiere nel quartiere popolare.
Tra abiti sgualciti, vecchi mobili, scarpe spaiate, inutili vasi sbeccati e libri confusamente accatastati, sul bracciolo di un vetusto divano, qualcuno, dopo avermi rigirato tra le dita grossolane, mi ha abbandonato senza esitazione proprio vicino a un affollato gruppo di pipe da fumo.
Ho sempre detestato il maleodorante fumo della pipa, la mia signora profumava di gelsomino da sera a mattina.

Ma che ricordo! Ma quanto erano belli i fazzoletti ricamati? Addirittura usati come bomboniere per contenere i confetti. Ne ero una gran collezionista…..
Sì, i fazzoletti hanno incrociato la mia vita
e poi compare la metafora, tutta metafora possibile, fino a trasformare me stessa in fazzoletto…