La poesia di Maria: giocando in leggerezza
di Maria Matani
Leggerezza leggerezza, entra nel mio cuore
soffia forte e scaccia via l’ottuso dolore.
Leggerezza, corri sui prati rugiadosi,
alleggerisci il sacco mio zavorrato,
spingimi in cima alla collina
e al fiume lascia l’ingrato compito
di trasportare pietre e tronchi.
Io sono la leggerezza, un po’ di posto fammi, che il tuo mondo contrario leggero ti renderò.
Non so se riesco a farti entrare, già al completo sono: pieno ogni angolo, pieno ogni ripostiglio, pieno ogni scaffale, ogni credenza, ogni camera. Anche il bagno è in pieno ristagno.
la mia casa di tutto è piena, di cose indispensabili, utili, care, preziose, superflue, inutili. Cianfrusaglie e ciarpame. Cose dimenticate, sotterrate che a cadenze irregolari in superficie tornano come vecchi tronchi dalle mareggiate sulla spiaggia scaraventati.
Anche la mia persona è piena delle tante stesse cose. Sono lo specchio dei miei specchi che, paradossalmente, invece di ampliare spazi, moltiplica articoli, materia inutile e futile, fino a rasentare l’asfissia. Sono satura.
A questo punto prenderei anche te, Leggerezza, che tanto ora lo sai, problemi non me ne faccio mai e tutti quanti lascio salire sulla mia zattera senza rispettare nessun limite di carico mai. Mi è parso, tuttavia, capire che tu non sei abituata a condividere spazi resicati, ami arieggiarti in piena libertà e respirare aria a volontà.
Mi è appena giunta voce che non sopporti i pesi − i pesi concreti e quelli astratti − dall’esistenza banalmente assuefatti. Tu avresti l’ardire di togliere tutti i miei bagagli per sostituirli con aria, ma io ho impiegato una vita intera e una montagna di emolumenti a comprare e a stipare ogni mio addobbamento.
Dalla porta ho tradotto televisori pollici novantotto; divani gonfiati ad arte realizzati con tessuti cammellati e d’appoggiacapo corredati, sedute reclinabili, confortevoli, perfetti, eleganti e raffinati, in promozione, marchio Taurone, periodo limitato.
Tutto a regola d’arte acquistato facendo a spallate per rientrare nel lancio pubblicitario, niente affatto ordinario, considerato il beneficio accluso del trasporto incluso e iva esclusa.
Nello stesso reparto-giorno, per non lasciar il centro disadorno, un tavolo ho introdotto, allungabile fino a posto diciotto. Non si sa mai un giorno volessi fare un bel pranzotto con certi parenti alla lontana con un menù ghiotto, tutto cotto a puntino entro lo stipato cucinotto: risotto, pancotto, panzerotto, pasticciotto, zuccotto e gianduiotto.
Tappeti di lana annodati tutti a mano − fili di catena con quelli di trama − dai colori e disegni artigianali, ricoprono il pavimento per dare lustro agli eredi e aderenza ai piedi.
Quadri ai muri, sì tanti! Quadri classici in chiave moderna; è così che li scelgo terna dopo terna, nel semibuio della taverna aiutandomi con la lanterna. Raffinati quanto basta, non vorrei sembrare un cineasta, né attirarmi invidie a catasta. Semplici quadri di cornici corredati, produzione italiana o anche americana. Stili e abbinamenti curvati sugli ultimi aggiornamenti: paesaggi, ritratti, motivi accattivanti, cangianti. Ardenti falsi d’autore, sarete i miei abbindolatori.
Leggerezza leggerezza, tu vuoi togliermi da ogni cavezza. Dall’alto vieni a planare e osi, in questo mio mondo pieno zeppo, entrare. Pronta sei a toglier pesi, a disfare imprese, ad alleggerirmi da preoccupazioni, a sottrarre il superfluo, finanche le fatiche dalle quali mi ammanto e mi faccio vanto. Tu però conto non ti rendi che con tali intenti trasparente mi rendi.
Io ostento ansie e pene e ogni intoppo diventa un pieno. La mia prima vertebra, Atlante, contrasta come una vestale difficoltà relazionali, carichi istituzionali, macigni esistenziali, tradimenti abitudinali, fardelli generazionali.
Le armature più solide me le sono costruite con queste stesse mani, per avere la certezza che mai mi restituissero inadeguatezza. Ogni giorno ho investito tempo e denaro a lucidare e acconciare la gabbia che al sicuro mi accostuma e dagli accidenti mi protegge, compresa dalla felicità, ché quando cessa dolore ti dà.
Ora tu, Leggerezza, dall’alto arrivi, toc-toc, vuoi entrare e a volare mi vuoi insegnare. Non sono al corrente se in grado sono di cambiare gli eventi, uscire dallo scafandro brunastro e mostrarmi biancastro con la pelle trasparente come un uovo di serpente.
Non so se capace sono di lasciarmi trasformare e più agile e creativa diventare.
Non conosco se mi riconosco con il poco e il niente addosso. Non so se abile sono a sistemare i tanti vuoti accanto ai pochi pieni, bene, in una dimensione a scacchiera lieve come una preghiera.
Leggerezza, tu sollevami e sul vuoto, nel silenzio e nella solitudine dammi il tempo d’imparare e fa che in quell’assenza, priva d’ancoraggio, io possa trovar coraggio, rintracciare la fierezza di vivere in leggerezza.

Troppo spesso sottovalutata e troppe volte difficile da accogliere per ha fatto degli schemi e delle emozioni la sua vita; è questo ciò che la poesia mette in mostra. “Prendere la vita con leggerezza” è l’invito più bello che una persona possa fare a chi è accanto, un augurio a lasciare andare e a farsi sorprendere per poter accogliere qualcosa che molte volte è proprio davanti ai nostri occhi.
Leggerezza sì, superficialità mai!
Leggerezza e fiume. Entrambe trasportano carichi pesanti, li allontanano dall’origine. Il fiume trasporta tutto verso il mare ed ogni cosa si disperde, la leggerezza nel vento. Tutti elementi naturali…..
Ma che bello!
Questo scambio reciproco con…leggerezza