La poesia di Maria. “E ti vengo a trovare sui campi che hai dissodato”
di Maria Matani
Tu che sapevi piantare ulivi,
hai voluto anche seminare saperi
e a me entrambi li hai lasciati
come duplici doni inseparabili.
Non mi hai mai svelato
quanto valore attribuissi al mio sapere,
tu, uomo concreto come un poeta,
ma io ti vengo a trovare
sui campi che hai dissodato
e ti ritrovo
nel raccolto di una rima,
che la musica di ambedue canta.
Povero è colui che non coltiva
né piante, né saperi
e di strappi vive come
uno sciacallo.
Mi hai insegnato a vivere, mi hai insegnato che l’uomo coraggioso non è colui che non prova paura. Mi hai insegnato a non sciupare il tempo, perché il tempo è la sostanza della vita. Mi hai insegnato che la vita non è una passeggiata sui petali di rose e ogni giorno ci presenta un conto, ogni giorno ci impartisce una lezione e le lezioni migliori sono le più dure.
Mi hai insegnato che dagli errori c’è sempre qualcosa da apprendere, purché non si resti a rimuginare imperterriti e oziosi sugli stessi, ma piuttosto si pensi a non commetterne altri ostinatamente della stessa natura.
Mi hai insegnato a vivere con le stagioni, a vivere dentro le stagioni, le stagioni solari e le stagioni della vita. Un uomo che conosce solo l’estate non impara a ripararsi nei rigidi inverni. La nostra vita è semplice come le stagioni, spontanea, naturale: ogni giorno possiamo prendere ciò che ci viene donato e se riusciamo a sincronizzarci con il ritmo della Terra, con autenticità entriamo nel tempo della vita dove siamo nati e soprattutto possiamo ogni giorno rinascere.
Papà, padre rigoroso come tutti i capofamiglia dell’altro secolo, temprato dalla guerra, dalle ristrettezze, dalle asperità; contadino per eredità, fede e scelta, avevi dalla tua la potenza della lentezza; tu sapevi muoverti con le stagioni, sapevi che c’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere. C’è un tempo per tutto e ogni stagione è legata all’altra, ogni azione precede un’altra e un’altra ancora ne segue.
Nel ciclo della vita non c’è sfruttamento, c’è solo cambiamento e l’agricoltore sa avere pazienza, sa lavorare duramente e presto impara a non scagliarsi contro le calamità, perché loro fanno parte della natura e bisogna sì prevederle, prevenirle, anticiparle e alla fine salvare il salvabile, sempre.
E tu, che tanto avevi imparato e con le mani sapevi aggiustare ogni cosa, riparare e mai buttare, immaginare un possibile futuro uso a qualsiasi oggetto dismesso, offrendogli così l’opportunità di una seconda vita, tu mi hai insegnato a vivere dentro un giorno come fosse la somma delle quattro stagioni solari e umane: la primavera frizzante mattutina, l’estate a mezzogiorno, l’autunno nel rosso e caldo pomeriggio e la notte silenziosa e sonnacchiosa sorella dell’inverno. Senza parole mi hai comunicato che anche noi uomini siamo stagioni, stagioni nel corpo, stagioni nelle prestanze, stagioni nella fecondità, stagioni nei pensieri. La vita tutta è racchiusa dentro le quattro stagioni dell’anno e solstizi ed equinozi sono tatuati sulla nostra pelle.
Assennato è colui che coltiva, assapora e offre il suo frutto di stagione.
Mi hai insegnato che la felicità è merce preziosa senza prezzo, che non si vende e non si acquista, va immaginata, a lungo accarezzata, guardata, sognata, covata come uovo pronto a schiudersi, ma essa non si schiude magicamente, necessita di lavoro, amore, responsabilità e attesa. La vita non permette di fare ciò che si vuole, quasi mai, anzi quasi proprio mai.
Mi hai insegnato all’incirca tutto ciò che so fare e il resto l’ho imparato dalle cose che mi avevi insegnato e lo hai fatto senza parole, ma solo con il tuo fare.
Pochi sono gli insegnamenti verbali che mi hai lasciato: quando non sei contenta guardati indietro; non chiudere le porte ai legami veri e la legna rubata non riscalda.
L’ulivo tenace alle avversità reagisce, il sapere è autorigenerante, lo strappo è sempre vile, degno delle fauci animali e non certo di braccia umane, questo ora lo so dire oltre che con i fatti anche con le parole. Grazie!
Povero è colui che non coltiva né piante, né saperi e di strappi vive come uno sciacallo e, per tutto questo e altro ancora, ti vengo a trovare sui campi che hai dissodato.

Gli affetti hanno varie forme, ognuno di noi dà la sua a chi ama.
Il padre rappresenta quanto di più nobile incarni l’uomo: la terra ed i saperi ad essa legati. Sono questi saperi che ci nutrono, anche se non ne siamo consapevoli e non siamo più in grado di muoverci come acrobati sulle stagioni
Una delle lettere più sentite e più belle!
Sono di parte, ma in ogni parola c’è quanto di più profondo che una figlia può sentire nei confronti di un genitore… Emozioni vere, un amore senza fine che non sarebbe potuto essere descritto attraverso parole più vere!