La poesia di Maria: “Alba a mare”

La poesia di Maria: “Alba a mare”

di Maria Matani

Sole,

una cesta in testa,

piedi scuri nella sabbia.

Una cesta in cammino

per raccontare il cammino

di un’esistenza.

Luce,

pensieri profondi e suoni

tremano chiusi nelle ossa,

lontani dalla cesta,

dalla sabbia, dal sole.

Al mare preferisco presto andare, amo osservare l’alba sulla spiaggia e passeggiare lenta e molle incontro al primo raggio che nell’acqua si tuffa tingendo l’azzurro di arancio, come un pittore che sulla tavolozza, nel preparare la tonalità argento-oro, ora col giallo la pasta schiarisce e ora la rinvigorisce.

L’acqua, compatta come tavola ad asciugare, regala ai pochi mattinieri quel profumo di stelle che nella notte ha assimilato e piano lo restituisce, a piccoli sbadigli.

Nell’ora dell’aurora, quando il sole, come guerriero, dalle acque risale e fulgido s’appalesa, anzi no, mettiamo in ordine le parole e diciamo bene come stanno le cose. Quando la terra, nel suo girare perpetuo intorno al proprio asse, torna a rispecchiarsi nell’astro, in quel primo incontro, nonostante sia antico come il mondo, sempre ancora si commuove. Dall’emozione impallidisce e per un attimo si arresta, come quando la ragazzina innamorata cotta, a sorpresa, dietro l’angolo, il suo principe vagante incoccia. Tutto si ferma: non un alito di vento, non un cinguettio di uccelli diurni e neanche un canto roco dei notturni. Ogni respiro si blocca intanto che la nascita del nuovo giorno s’attende e rapida esplode.

Io amo osservare questo fermo biologico universale, in realtà è quasi come assistere alla nascita del mondo. Beato Lui, che lo vide, per la prima volta, fare dal suo stesso fare. 

Pigro, molto pigramente il mondo si popola. Dalla passerella traballante vedo arrivare un uomo alto e dinoccolato, bermuda azzurri e una polo viola; l’asciugamano lo trascina per una mano, il volto proteso a guardare lontano, le palpebre pesanti di sonno ancora impastate e tra le ciglia ancorato l’ultimo sogno, sfilacciato, appeso, sfigurato. Punta dritto una sdraio e vi si lascia sprofondare, intenzionato, forse, a raddrizzare il sogno bisognoso di un felice ritorno.

Bassa marea, il mare dalla riva è scappato, quasi per paura, dagli umani si è allontanato, lasciando quella sabbia fina-fina, morbida e fresca che le orme le lascia tutte uguali. Ci cammino sopra, senza sprofondare e mi pare di danzare; mi giro a manca e l’acqua comincia a vibrare, rilasciando quell’agile arpeggio fatto su una sola corda che crea melodie dal fraseggio tenue ed espressivo. Mi giro a dritta e un nonno spilungone scende a mare con suo nipote in età prescolare; gli dà la mano, giusto il tempo di varcare la lunga fila di massi che la spiaggia separa dal lungomare, poi lo abbandona sulla riva. Il piccolo scorrazza sul bagnasciuga e, con un bastone nelle vicinanze recuperato, batte forte non si capisce cosa, mentre il nonno, stagliato immobile contro il sole, non legge il giornale, ma assorto, scrolla il cellulare.

Intanto io proseguo il mio giro di ricognizione quotidiano, sembra impossibile non arrivare in fondo. In fondo, proprio oggi dove si è scoperta una lingua di terra che mi unisce all’ultimo visibile spicchio di mare, quello che apre sul porticciolo. Un approdo eccezionale, non me lo posso far scappare. Da lontano mi guarda un masso ben sagomato, direi una specie di cubo, anche se irregolare, quasi totalmente riaffiorato dall’acqua ritirata. È necessario osservarlo da vicino, esplorarlo da ogni angolazione, esaminare fori e congregazioni, eventuali mitili attaccati, tanto per avere un quadro sullo stato di salute dell’ambiente marino a me vicino. Nella mia fantasia sfrenata, mi sento di approdare sull’isolotto nella baia di New York. Corro indietro nel tempo, per associazione di idee, ripenso ai sentimenti provati dai migranti europei di fronte alla storica statua in questione. Di per certo so che anche qualche mio lontano avo lì sbarcò e, come tutti gli imbarcati in terza classe, solo dopo la quarantena e severe ispezioni medico-legali nei nuovi Stati potè entrare. Con l’acqua che le ginocchia mi carezza, quel piccolo canale non è più un gioco, ma una ferita esistenziale.

Il sole ha percorso qualche grado sulla linea dell’orizzonte e tempo me ne rimane per fare tutto quanto. Tutto quanto, cosa? Quel che è necessario fare quando tempo ne hai e oltretutto, tanto altro te ne rimane. Esploro, cerco conchiglie vuote e sul fondo miro pesciolini piccoli, come sardine, che si spostano sempre in banco e sempre un po’ più in avanti, fino a scartare al largo e confondersi con il fondale.

Sulla mia traiettoria, intanto, appare una robusta donna immersa fino alle anche; pare una nave di saperi che decisa, tra le piccole onde, nel suo navigare stanco, li spande. E parla, parla da sola. È una cadenza non locale, sinuosa e musicale, io, che l’anima della sociologa mi è rimasta appiccicata da non ricordo bene quale vita passata, ascolto:

 – Io son tre anni che sopporto, quest’anno, senza dare spiegazioni, gli dico semplicemente, non posso.

A questa frase qualcuno risponde; era un colloquio telefonico, avrei dovuto immaginarlo. Mi fermo un attimo, con fare indifferente. Mi interessa sapere se anche il  nord riservato, preciso e autonomo elabora pensieri sovrapponibili ai nostri che, per contingenze storiche, da sempre l’arte dell’arrangiarsi praticammo, divenendo un poco  diffidenti, un tantino dissimulatori  e, all’occorrenza, scaltri quel tanto che basta, anche se poi, tutto ciò che abbiamo, lo offriamo col cuore. 

 – Sì, fai proprio bene a non spiegare nulla, che tanto poi, si sa, più si parla e più si sbaglia.

Ecco, il primo insegnamento lo porto a casa: anche se parlano con quella flemma e le parole appaiono dolciastre e non come le nostre che sembrano con l’accetta tagliate, tanto sono ruvide e spigolose, anche loro, arrivano al nocciolo delle cose, mettendoci un bel punto e, all’occorrenza, anche una bella croce.

Bella gioia, dico, come se ci fosse un’altra me stessa sul lato mio destro, è ora di fare un sano bagno integrale, che ti pare? Mica son venuta fin qui per non tuffarmi e ci dobbiamo pure muovere, prima che si faccia tardi assai. Mi ascolto sempre, è normale! Quando sono con me e me, ciò che voglio fare io, viene sempre accolto dall’altra me, senza che si crei mai disguidi di sorta. Sicuramente, sotto questo profilo è una fortuna non da poco, rimanere sempre così ben bene ammanierati, senza scadere in nessuna diatriba e nessun alterco che, poi magari, sfoci in gesti inconsulti, che so io, tirate di capelli o alzate di mani. 

Camminando e nuotando, giro la testa e lo sguardo. Istintivamente, butto l’occhio verso la riva. Il primo oggetto che vedo, due arti, lunghi come tronchi di betulla, lisci e snelli tenuti insieme verso l’alto da una strisciolina di panno giallo. Le braccia buttate in avanti nell’atto di raccogliere non so cosa. E’ una Pinza, riconosco la posizione yoga, appresa da poco insieme a qualche altra posa. Di colpo si tira su, si gira sventolando due coppe ricoperte da due girasoli in pienissimo fiore. È una donna. Penso che la moda estiva sia eccessiva e rivoluzionaria come non mai: girasoli prosperosi in acqua salata non li avevo visti da parecchi anni. 

A passo lesto, torno a riva, ritrovo nello stesso luogo il nipote con il nonno. Il piccolino ora calza le ciabatte grandi e con rumorosi splash-splash, schizza acqua ed alghe tutt’attorno, mentre il suo avo fa affondi rinforzanti sulle gambe, tre a destra e tre a sinistra; equilibrare e sviluppare il grande gluteo, muscolo per il bel portamento essenziale. Cambio un po’ la rotta, mi allontano di quel tanto che basta per non rimanere fagocitata, dagli schizzi e dagli affondi.

Sulla strada non segnata, che dritta mi porta all’ombrellone, saltello sulle punte, mi esercito anch’io come posso, intanto continuo ad osservare. L’orario non lo so, ma lo posso indovinare dal bagnino che, come sempre, puntuale alla stessa ora, da contratto, arriva. Con il gesto audace, di chi è capace, spalanca l’ombrellone rosso, allestisce il pattino con funi e salvagenti e poi apre la sedia da regista, la colloca su un piccolo promontorio e, con tutti i suoi muscoli in affanno, ci cade dentro, pronto ad iniziare la dura giornata. Sono le nove.

Sono le nove, la gente ora diventa numerosa: quattro turisti al bancone reclamano la prima colazione, una famigliola trascina un carrozzino vuoto, mentre il poppante in braccio piange, una mamma con due ragazzini trasporta due salvagenti a forma di tartaruga e cuore, mentre, i suoi puledri imbizzarriti ancora vestiti si buttano in acqua, ignorando ogni richiamo. Un pallone saetta tra gli ombrelloni. Sabbia addosso a una bella signora con la chioma biondo-oro sistemata a grandi boccoli in un perfetto capolavoro.

Questa è l’ora della pace finita. Questa è l’ora che io torno a casa, mi siedo sulla veranda e dalla finestra dico basta con il mare e guardo la montagna.di Maria Matani

2 pensieri su “La poesia di Maria: “Alba a mare””

  1. La poesia sembra un acquerello di un artista che coglie l’essenza di ciò che gli crea meraviglia. Una tavolozza spettacolare di colori ed immagini

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