La poesia di Maria

La poesia di Maria

di Maria Matani

Libero di sognare

Ho lasciato libero il mio cuore

di correre dove vuole;

non più cane al guinzaglio,

ma gatto sui tetti

a sussurrare alla luna piena,

a sognare sulla scia di una stella cadente.

 

A calendario finito

Da pochi giorni è andato via l’anno , diventato quindi vecchio. Sono tornata nel luogo dove la mia storia ebbe inizio. Tempo zero, non lo posso ricordare, ma tutti gli istanti successivi sì, me li ricordo. Oggi non ho nulla da fare e mi fermo ancora un po’ sotto questo cielo azzurro e l’aria limpida riscaldata da un sole astrattamente primaverile. Mi fermo, sosto sui passi, sui passi dei miei passi, sui passi dei miei avi. Resto, annuso cose perdute, ricordi caduti dalle dita.

Ah, memoria, amica vitale dei miei giorni! Ti ritroverò attraverso i profumi, m’identificherò con il mio naso per ritrovare i comignoli fumanti, il ciocco resinoso nel camino, l’odore di fritto, di zucchero e cannella. Voglio il profumo del fazzoletto della nonna riposto per me nella tasca sinistra del suo grembiule; voglio la terra gelata sotto le mie scarpe che scricchiola piano e non sporca la suola; voglio la sera che scende e l’uscio che si chiude e io al caldo dentro, dentro il grande camino a spiare la fiamma cangiante a stuzzicare il ciocco con lo spiedo, fino a che il ferro diventa incandescente, fino a che le scintille a frotte volano gioiose, andando subito dopo a morire contro la fuliggine catramosa depositata dentro l’imbuto della ciminiera.

Io resto ancora un po’ in questo luogo che mi ha vista nascere, che ha udito il mio primo pianto; io resto, di fronte a questa finestra che ha custodito la mia fragile esistenza. Io resto ancora un po’,  il mio cuore lo vuole, me lo chiede, aspetta qualcuno, aspetta qualcosa.

“Miao” nel sole, “miao” sul suolo abbandonato di quello che un tempo era stata la mia grande aia, la mia palestra privata ed incontaminata, ricca di vita e di giochi autentici, “miao-miao” intorno alle mie gambe ingrossate dal tempo. “Miao, micio-micio”, istantaneo il gioco antico si è appalesato sulla mia bocca, quello concordato tra me e i tanti gatti che hanno accompagnato la mia esistenza. 

Tu sei giovane, bianco e nero, pelo lucido, baffi vigorosi; mi guardi, mi danzi attorno, mi curi, mi sciogli le lacrime da tempo rapprese dietro la congiuntiva. Sei rimasto tu, giovane erede dell’ultima mia gatta libera sull’aia, ma nostra commensale a pranzo e a cena, tu a custodire il mio mondo e i miei pensieri disseminati qua e là come ciuffi di cardi mariani, solitari e vincenti, vigorosi e feroci. Tu, invece, non più ospite commensale, ma solitario e ramingo, chissà ora come vivi, guardiano dei miei sogni abbandonati, con chi vivi, chissà se conosci parole umane. Forse sì, giacché da subito, hai risposto al mio saluto, alle mie carezze, al mio sguardo. 

L’ultimo giorno dell’anno mi ritrovo seduta con te sull’erba morta, ma noi due siamo vivi eccome e non vivi solo in questo istante, ma siamo rimasti vivi per un tempo lungo svariati lustri. Io e te racchiusi, come due stelle sfavillanti dentro la pallina luccicante del Natale appena passato, cristallizzati nel tempo, quello scandito dagli orologi degli umani.

Nel mentre, la campana del paese distante, ma a linea d’aria vicina, ha rintoccato mezzogiorno, sono uscita dalla bolla, ho notato  il tuo nasino  leggermente graffiato, un fruscìo, ti sei alzato e messo in allerta; sei svelto, carico di adrenalina. Sarai un bravo cacciatore, il tuo pelo è lucido. Il benessere del manto è rappresentativo di una buona alimentazione, ma io mi sento in colpa lo stesso; la mia casa è così ricca di alimenti, potremmo dividerli da buoni a-mici, ma poi non so quanto la vita da recluso potrebbe soddisfarti. Ti accarezzo, micio-micio e tu fai spirali attorno al sasso sul quale ora mi sono seduta. Mi hai lasciata lì, credulona io, che pensavo che le spirali non potessero finire mai, come il bacio interminabile del principe azzurro sulle labbra chiuse della principessa; tu, invece, come un amico che si allontana prima della partenza del treno per evitare lo strazio dei saluti finali, sei andato a cercare il tuo pranzo all’aperto, gatto bianco e nero, discendente dell’ultima mia gatta bianco – nera, quella che resistette per pochi anni, dopo che in casa era entrato, quello che a buon titolo, era diventato il mio cane.

Un giorno ho incrociato il suo ultimo sguardo carico di rammarico, non ha resistito alla gelosia e si è allontanata per sempre con la sua cucciolata al seguito. 

Da quel tempo tante generazioni di gatti si saranno susseguiti, creature nuove nate a sostituire quelle perdute, a  gridare l’immortalità della vita; io ne ho perso le tracce; poi ho perso anche i luoghi, ma tu, finalmente, hai ristabilito il ponte d’amore con me, che volevo amarvi entrambi, un gatto e un cane sulla stessa aia.

Un pensiero su “La poesia di Maria

  1. Il gatto è libertà, il gatto è affetto ma, soprattutto, mistero. In questo mistero si collegano passato e presente, antico e nuovo, generazione figlia di altra generazione. Un gatto bianco e nero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *