La poesia di Maria

La poesia di Maria

di Maria Matani

Penne di fuoco

Arde il ciocco nel camino,

fiamme, scintille e scoppiettii.

L’universo oscuro scoppia nella mia mente

e nel gioco del  fuscello acceso diviene immenso. 

La mia penna di fuoco descrive galassie roteanti,

  uno sciame di spirali vitali si espandono, 

connessione sincrona di vita e morte.

Nell’angolo buio della grande cucina,

nei pomeriggi solinghi, le mie piccole dita

sperimentano velocità e circolarità. 

 La mente istigata si  perde in estasi,

dietro ai giochi delle penne di fuoco,

capaci di svelare l’inizio e la fine delle cose

ancor prima di intendere tante cose.

 

Dicembre, festa del cielo

Il cielo di dicembre accoglie il solstizio d’inverno in grande spolvero. I festeggiamenti celesti iniziano con ragguardevole anticipo sulla data canonica del giorno più corto dell’anno  e si protrarranno fino a dopo Natale.

In realtà, il solstizio, che quest’anno cade il 22 dicembre, non individua un giorno, bensì un solo istante, l’attimo in cui la Terra, nel suo viaggio attorno al Sole, nel nostro emisfero, volge il suo asse nella direzione opposta alla nostra stella, raggiungendo sull’orizzonte il punto più basso, per ripartire subito dopo, con l’allungamento delle giornate. 

Miracoli, prodigi e magie, ancor prima dell’avvento del Cristianesimo, questo periodo veniva vissuto con gioia e timore. Esso era considerato un periodo di trasformazione e i grandi mutamenti del cielo venivano attentamente scrutati per ricavarne i segreti, schivare i pericoli  e propiziarsi la buona sorte. 

   L’Abruzzo è terra secolare entrata di diritto nell’olimpo della storia della magia.

Nascere in terra d’Abruzzo significa vivere in una terra di mezzo, sospesa tra passato e futuro. Ogni borgo è ricco di storia, cultura, usi, costumi e tradizioni tramandate oralmente di generazioni in generazioni, come i piatti tipici, meravigliosamente giunti fino ai giorni nostri, ma accanto a questi, in un clima ben più adombrato e circospetto, fatto di pensieri reconditi, eventi magici, fatture, malocchi, streghe, fattucchiere, gatti neri, bbrèhe,  s’intrecciano e si compenetrano con il vivere più attuale e innovatore, fatto di modernità e tecnologia, credenze ataviche risalenti a un passato antico.

L’Abruzzo è terra di amuleti che in passato sono risultati essenziali per la sopravvivenza, specialmente di neonati e bambini. Ciò è facilmente spiegabile se pensiamo all’alto indice di  mortalità infantile a cui la terra d’Abruzzo, fino ad inizio novecento è stata sottoposta, correlato principalmente alla impossibilità da parte della società rurale di accedere alla medicina convenzionale. Ecco, dunque, che per difende la numerosa progenie dalle molteplici malattie infantili, i bambini venivano muniti di medaglie raffiguranti santi e madonne; sonagli e campanelli e l’intero corredo degli agenti apotropaici che servivano ad allontanare, meglio annullare, gli spiriti malefici;  il tutto in un connubio nebuloso tra religione e superstizione.

Nel nostro magico Abruzzo la notte di Natale, considerata la notte più lunga dell’anno, era la notte dell’occulto, del sovrannaturale. In questa notte, le anziane tramandavano alle giovani in età da marito, in assoluto segreto e in un ambiente silenzioso, buio e misterioso, rischiarato dal chiarore della luna o dalla luce di una lampada a carburo, in un’atmosfera fatata  e stregata,  le formule capaci di levare il malocchio e altre pratiche di magia positiva, compresi i molteplici doni della guarigione.

Mentre le donne erano depositarie del mondo dell’occulto, gli uomini raccontavano storie narrabili, che pertanto potevano essere riferite a voce alta intorno al fuoco, storie anche loro fantastiche. Una ricorrente era quella che la notte di Natale tutti gli animali sapessero parlare, prodigi in parte narrati nei vangeli apocrifi, principalmente nel testo più importante degli Esseni, in cui Gesù appare legatissimo agli animali, tanto da impararne il loro linguaggio e compiere miracoli anche per loro, predicando inoltre, Nessuno dovrà ferire o uccidere sul mio Sacro Monte. Ecco il messaggio pieno di saggezza, tanto antico, quanto attuale.

Anche dal punto di vista alimentare il giorno della vigilia di Natale era singolare. Intanto si praticava il digiuno nelle ore diurne e solo all’imbrunire, al sorgere della prima stella, la famiglia si riuniva attorno al desco, occasionalmente ricco, dove  venivano consumati le pietanze della tradizione, tutte rigorosamente di magro. A seguire, era costume radunare la spazzatura in casa, evitando scrupolosamente di portarla fuori per scongiurare che i segreti della famiglia potessero essere divulgati. Inoltre, nel camino veniva lasciato acceso un grande ceppo di legno resistente, quercia o  ulivo. La mattina seguente  il ciocco carbonizzato veniva  religiosamente recuperato e custodito in un angolo sicuro della casa. Esso rappresentava l’antidoto contro ogni sciagura familiare, comprese le grandinate estive, terribilmente temute dall’allora mondo contadino, che si sostentava esclusivamente del raccolto. 

Come avrebbe potuto mai l’Uomo di terra rimanere impassibile, rimanere imperterrito sotto il cielo freddo, terso, attraversato da un corteo interminabile di oggetti luminosi a spasso lungo le strade ignote di un cielo spaventosamente sfarzoso? 

Paura, sotto la stella luminosa di Betelgeuse, terrore sotto la pioggia di meteore, smarrimento di fronte all’oggetto più luminoso, Giove, seguito da Venere, la luce dell’alba; Saturno, visibile nelle prime ore della notte. Costellazioni mai viste: Orione, la costellazione  del Cane, del Toro, dei Gemelli con le loro altrettante stelle luminosissime e poi la luna piena di Natale; tutti in una processione interminabile nelle lunghissime notti di dicembre.

Uomo, chiudi l’uscio della tua cascina, il cielo notturno di dicembre è pauroso! È talmente bello, talmente luminoso e così scintillante, che sicuramente potrebbe essere frutto di forze oscure. I riti propiziatori ti tengono al riparo, gli oggetti apotropaici scacciano il male, il fuoco ti riscalda e bruciando  porta via, su lungo il camino, tutte le tue paure. 

Poi, in quella capanna, tra il bue e l’asinello è nato il Bambinello. Le paure si sono dileguate, le campane hanno suonato nella notte e la cometa ha indicato la via. La volta celeste è rimasta ugualmente sfarzosamente luminosa, ma ora a noi uomini del tempo moderno questo cielo non fa più paura: abbiamo accresciute le nostre conoscenze e accese tante luci in terra, al punto che il fantasmagorico cielo appare sbiadito. 

Dicembre, quest’anno la notte di Natale spengo le luci,  poi chiudo anche gli occhi e spero di rivedere, o al più sognare, quel cielo paurosamente illuminato che hai visto tu, Uomo, quando ti sei spaventato.

Io la notte di Natale 2023 non del cielo mi spaventerò, ma lo godrò in tutto il suo splendore.

Un pensiero su “La poesia di Maria

  1. Tutto l’Abruzzo ancestrale in pochi versi, in poche righe che toccano l’anima di chi ancora sente forti le antiche tradizioni che ci mescolano alla terra, al fuoco ed a tutto ciò che ci rende umani

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