La poesia di Maria
Mirabile uovo
di Maria Matani
Custodisciti, potenza di un uovo!
Custodisciti ché forte sei,
ma l’involucro tuo è trasparente
e fragile come vetro soffiato.
Quando sono nata sono caduta in un tempo che non era ancora mio e non era più tuo. È stato terribilmente pauroso, più di quanto io possa ricordare e più di quanto ora io possa spiegare con le parole che nel frattempo sono invecchiate e mal interpretano quegli istanti avvolti dal buio e dall’oblio.
Poi, piano, ho iniziato a coltivare rose, ad attenderle nel freddo dell’inverno e a seguirne i loro effluvi durante i mesi estivi e, parallelamente, addomesticavo piante con ben più spine e fiori meno profumati. Ogni fiore, curato e amato, a suo tempo sbocciava e sbocciando liberava un sogno dal quale anche la notte più fredda ne traeva nutrimento.
A distanza di anni ho imparato a non disperdere i sogni che la sorte mi andava donando, così ho ideato cuscini dove custodirli. A fioritura conclusa e fecondazione avvenuta raccoglievo i petali e, ogni autunno, con altrettanto meticolosità, mi assicuravo le foglie più riccamente variopinte staccate dalle repentine folate di vento per farne cuscini dove i miei sogni hanno trovato riposo, tingendosi di colori e intingendosi di profumi.
Su ogni petalo è scritta una vocale, su ogni foglia è stampata una consonante: è questa la mia stampa a caratteri mobili naturali. Le mie poesie vengono scritte dalla forza del vento che accosta petali a foglie, foglie a foglie e petali a petali in un percorso fortuito e intenzionale, ognuno seguendo il suo soffio e il proprio destino.
Ora, serenamente, posso affermare che nulla veramente muore. L’infinita acqua necessaria ad annaffiare le mie rose e le altre piante amate, aculeate e feroci non è andata persa, torna a vivere nei miei sogni, torna a riempire i miei fogli bianchi sparsi sul comodino che ogni notte riempio e ogni giorno rileggo.
Foglie e petali segnano il loro destino, che è lo stesso mio, quello che ho urlato la notte che sono nata tra paura, pianto e dolore e quello che ho iniziato a perseguire quando ho cominciato a camminare scalza, inseguendo profumi e schivando spine.
La realtà è più grande del sogno e io ho sempre più sognato che vissuto con l’intento furioso di pervenire a una sorta di equilibrio emotivo perché l’equilibrio è padre dell’armonia e l’armonia è madre del ritmo.
La vita l’ho guardata annaffiando piante e amando rose. La realtà spesso mi ha sorpresa con raccolti più generosi del previsto e altre volte mi ha delusa con più scarni ricavi e a niente è valso mai pedalare e pilotare; la vita risponde alla vita e non a noi, parassiti occasionali del vivere quotidiano. Vivere è un ritornello acre-dolce con l’amaro nascosto dove mai lo pensiamo e quando lo incontriamo non serve buttarlo indietro o in avanti, perché presto lo incontreremmo nuovamente. La soluzione ideale è scomporlo in segni di interpunzione: virgola, due punti, punto esclamativo, punto interrogativo, simboli per scandire le pause e indicare le intonazioni all’interno di testi poetici scritti con la stampa a caratteri mobili naturali impressi sugli stucchi delle stanze dell’Olimpo personale che alberga tra le pieghe del nostro cuore.
E la vita va, lenta lenta, corre, fugge, e va.
Il cuore detta il ritmo, la melodia della vita,
l’incredibile vivere
e ogni donna lo sa.
