La poesia di Maria
di Maria Matani
Il filosofo che ride
La carriera è quella lunga ossessione
che ti spinge ad arrivare in cima.
Quel giorno, al primo appuntamento,
non hai colto il senso venefico
che ammantato da luce fulgida
trasportava adeso sotto le sue ascelle.
Carriera è una voce impietosa
da bandire dal prontuario della crescita.
All’alba ti parve innocua,
addirittura, allettante, da seguire.
In suo nome hai bruciato troppe tappe,
hai calpestato innumerevoli aiuole,
ti sei negato salutari silenzi, beate meditazioni,
sogni pigri,
profumi privati, camminate inoperose,
amici inadatti,
la felicità.
Oggi mi piace tornare indietro di duemilaquattrocento anni. Indietro nella storia, soprattutto, nella storia del pensiero perché il pensiero, bene immateriale, non porta con sé nessuna data di scadenza, soprattutto, quando parliamo di pensiero pregiato.
Fermo, fermo non chiudere, mi sto rivolgendo a te, adulto annoiato, forse spaventato dai ricordi scolastici inerenti all’ora di filosofia che poteva sembrarti una trappola intrecciata da orditi di fatica e trame di noia mortale. Fermo non andare.
Parlo anche a te, che filosofia l’hai sempre schivata, scegliendo percorsi scolastici paralleli e te ne sei pure vantato e, ancora, mi rivolgo a te, ragazzo, che riesci a dipingere di grigio anche una chiara mattina luminosa, solo perché alla terza ora ti aspetta l’interrogazione di filosofia.
Oh sì, parlo a tutti voi e semplicemente vi dimostro che la filosofia non è dannosa, tutt’altro; essa indaga la realtà, ama la conoscenza delle cose, dell’Uomo, dell’Universo e lo fa attraverso la riflessione razionale e l’indagine critica. Lo fa con metodo, sfidando il senso comune che è quell’insieme di credenze stantie e ammuffite che si stratificano negli ambienti chiusi, poco illuminati, poco areati, generando quel senso di superficialità, generalizzazione e assopimento. Il senso comune, quello sì, è una trappola da cui stare lontano.
Tutti siamo filosofi, o meglio, tutti nasciamo filosofi. La questione si fa interessante soprattutto perché ci riguarda da vicino. Il periodo della vita dell’uomo compreso tra i due e i quattro anni è noto come Età dei perché.
Ogni bambino vuole comprendere il mondo e stabilire relazioni e legami tra le cose e ognuno lo vuole scoprire a suo modo, senza accontentarsi delle cose che gli possono venire raccontate; felicissimi di mettere in campo energia buona atta ad esplorare l’immenso mondo, Luna compresa che, in qualità di guardia del corpo della Terra, intrattiene con noi terrestri un dialogo fitto e ricercato basato, oltre che sulla scoperta, anche sul gioco, con la sua caratteristica unica, affascinante e misteriosa di cambiare forma e addirittura scomparire per poi ricomparire.
Ciascuno di noi ha effettuato queste ed altre scoperte mirabili e se non ne ricordiamo i dettagli, niente paura, basta osservare un bimbo, dialogare con lui per capire quanta curiosità, finemente creativa e largamente esplosiva, permea il minuto esserino e, quanta da essa ne trasuda dalle sue domande.
Nella primissima fase della vita noi, nonostante appaiamo fragili e concretamente bisognosi di accudimento, a livello intellettivo siamo ferrigni. Nessuno in quella fascia di età è disposto ad accogliere le risposte di nessun adulto. Da lui accetta le cure parentali, quell’insieme di comportamenti tesi a soddisfare i suoi bisogni fisici ed emotivi che tanto sono indispensabili nel processo di acquisizione dell’autonomia. Le risposte no, quelle pazientemente e con ostinazione se le cerca da solo, esplorando, provando e riprovando, mettendo in relazione regole, cause, effetti e, più le relazioni s’infittiscono, più il linguaggio si articola, si dispiega tra scambi di suoni, sostituzioni, aggiunte, cadute, ruzzoloni, scivoloni, ma accrescendosi, comunque, sempre e in qualsiasi modo.
Siamo noi, noi che nasciamo filosofi e non ci accontentiamo di ciò che ci viene detto, ma vogliamo capire autonomamente e in prima persona e scoprire il sapore di tutti i Perché.
Ora che abbiamo liberato il campo da ogni forma di ritrosia nei riguardi della filosofia, posso parlarvi di un grande filosofo, Democrito di Abdera, noto come Il filosofo che ride, perché trovava sempre un motivo per sorridere.
Democrito viene ricordato come il padre dell’atomismo. Fu un pensatore acuto, dotato di intuizione e capacità riflessive molto sviluppati. Nato e vissuto lontano dall’allora centro filosofico più vivace, Atene, le sue idee furono, anche per questo, originali non essendo influenzate dalle correnti di pensiero più acclarate, tanto da apparire ancora straordinariamente rivoluzionarie agli occhi degli studiosi contemporanei. Tuttavia, se il non essere cittadino della Polis più influente lo preservò dal conformismo di pensiero, la stessa condizione pose le sue idee in un vicolo chiuso, non riprese per essere portate avanti da nessun seguace. Esse sono arrivate fino a noi come prodotto esclusivo del suo pensiero. E il suo pensiero intorno alla materia risulta essere speciale se si pensa al lontanissimo tempo in cui è stato elaborato. È impressionante credere che ci siano voluti due millenni prima che la scienza riuscisse ad acclarare la sua fondatezza per impiantare, poi, sugli stessi principi l’intera costruzione chimica con tutto l’armamentario tecnologico entrato a sostegno.
Democrito, però, amo definirlo come il filosofo dei due mondi, infatti, accanto al suo interesse per la materia fatta di atomi, tanto da essere considerato il primo materialista e meccanicista che ha saputo interpretare l’Universo, rivolge la sua attenzione anche alla natura umana così da essere, a buon titolo, ritenuto anche un pensatore esistenziale e formidabile osservatore della psyche.
Il grande studioso era concentrato sulla valenza fondamentale che il tempo per noi mortali non è un cammino senza fine, tuttavia, da attento osservatore dell’animo umano, registrava che la maggioranza degli uomini, già all’epoca, affrontava la vita come se fosse un cammino infinito.
Grande Democrito, che con un misto di ragione, ironia, compassione, ci ricorda che il nostro tempo è solo nostro, ma non è infinito. Ne consegue che dobbiamo dedicarlo a vivere senza sacrificarlo a un futuro che forse non arriverà.
La sua etica è fondata sulla felicità e la felicità non dimora nella ricchezza, né nei piaceri smodati; essa è racchiusa entro il perimetro di una vita equilibrata, guidata dalla ragione, dal distacco da ogni passione convulsa e dalla capacità di mettersi al riparo da ambizioni spasmodiche e preoccupazioni inutili.
Il filosofo che ride potrebbe essere eletto a maestro dei nostri giorni. L’ignoranza, sosteneva, è radice della superstizione e della paura, mentre la conoscenza conduce alla gioia. È un assioma. Anche in questo campo, il presocratico Democrito, dalla periferica Abdera e dal profondo dei tempi, risplende ancora di luce di verità, guadagnandosi la stima e l’approvazione dei neuroscienziati del terzo millennio i quali, con strumenti sofisticatissimi, hanno appena dimostrato che l’Uomo non è progettato per la produttività infinita.
Il lavoro continuo uccide la nostra creatività e offusca la capacità decisionale.
In sintesi bisogna convergere verso una ecologia del tempo per essere felici e il tempo è solo nostro per un tempo che non sappiamo.

La filosofia, se praticata, salverà il mondo
Il pensiero profondo sta diventando evanescente…
… Leggo un po’ in ritardo a causa dei doveri, per i quali ha dovuto prendersi una pausa anche la mia quotidiana lettura di un filosofo come Kant che mi accompagna.
Leggo e respiro: non solo perché sono grata per aver trovato una certa somiglianza con l’autrice, ma anche perché mettere in luce uno degli aspetti più belli e forse nascosti dell’essere umano non è da molti.
Il pensiero nutre e anche l’anima ha bisogno di analizzare. Lo fa con un linguaggio diverso da quello della mente, ma forse ancora più bello!
… Perché ho sempre creduto, e questo testo ne è la dimostrazione, che sia necessaria una educazione al pensiero filosofico, per permettere a tutti di prendersene cura!
Meraviglioso!
Nonostante il gap generazionale possiamo condividere ancora tanto e tanto di bello😊