La poesia di Maria
di Maria Matani
Custodisci il fuoco
Arde il ciocco nel camino,
afferro un fuscello acceso,
lo giro velocemente in aria
e disegno un cerchio.
La mia penna di fuoco
stacca nell’aria una serie di cerchi,
tutti uguali, tutti caduchi.
Nell’angolo buio della grande cucina
sperimento velocità e circolarità da
quando i capelli me li intrecciavano
mani adulte,
mentre le mie piccole dita
istigavano la mente,
fino a perdersi in estasi
dietro ai giochi delle penne di fuoco
capaci di svelare l’inizio e la fine delle cose
ancor prima di intendere tante cose.
Fuoco, che mentre ardi ti trasformi e tutto trasformi, purifichi e poi rinasci, prodigioso appari!
Simbolo potente sei, elimini il vecchio e il nuovo aspetti. Fuoco, bruciando, le sofferenze e le paure porti via, tutto incenerisci, ma le passioni fai rinascere. Fuoco, tu diventasti magico il primo giorno della vita tua, giacché, quando all’uomo ti materializzasti, la sua vita cambiasti. Da quel dì, così tanto lontano, nulla fu più come prima: tu riscaldavi, proteggevi; tu cantavi e crepitavi, gli alimenti in vivande trasformavi e i sonni duraturi assicuravi.
Sono milioni, oramai, gli anni che stiamo insieme. La nostra conoscenza divampò sull’aia comune, dove tu non eri di nessuno, ma a tutti ti donavi; attorno a te, a debita distanza, al caldo rassicurante, gioioso e scoppiettante, noi primitivi, suoni gutturali e aridi in dialoghi più o meno aggraziati trasformammo. Guardando te, i nostri arti iniziarono a flettersi come le tue lingue rosse e sinuose e nel suono vivace ci spronasti ad accettare i tuoi giochi, anche se pericolosi. Su bastoni appuntiti, pari a forchette giganti, ti allungavamo i nostri cibi e tu ce li restituivi armonizzati dal calore e dal colore della brace e aromatizzati dal sapore della cenere.
Siamo cresciuti con te. Abbiamo danzato intorno a te, respirato la tua aria leggera, mentre tu inspiravi i nostri canti. Un essere vivente al nostro pari; un essere superiore tra uomini dal buio e dal freddo impauriti. Un essere sacro.
Sacro e custodito dalle sacerdotesse che ti mantenevano sempre acceso, sempre vivo, innalzato a simbolo di continuità, rinascita, purificazione e prosperità. Ti abbiamo talmente amato, grande divinità calda, che ognuno di noi ti ha voluto in casa propria. Ti abbiamo innalzato un altare e per altri secoli ancora ti abbiamo venerato ogni giorno dell’anno. Il camino acceso ha custodito ogni nostro pensiero e, a sera, con la cenere ti abbiamo rimboccato, mettendoti a riposare, sicuri che insieme a te potesse placarsi anche ogni nostro pensiero. Per secoli abbiamo custodito i nostri segreti privati e familiari nella tua cassaforte ardente.
Poi un giorno ci siamo stancati di continuare la eccitante relazione, pareva faticosa; abbiamo cominciato a pensare a tutto il tempo perso nel tuo accudimento e, come succede in una relazione umana, abbiamo diradato gli incontri, fino a che, un infelicissimo giorno, ti abbiamo allontanato definitivamente, scacciato da ogni casa, allontanato, espulso.
Da allora tutto è mutato: in casa nessun amico a sorriderci, i nostri pensieri nella tua fiamma più non maturavano, le nostre decisioni in te più non si specchiavano e noi tutti ci siamo raffreddati, nonostante il calore immateriale pervadesse ogni locale.
Appena ieri, calore misericordioso di atavica data, misericordiosamente, noi umani di te ci siamo ricordati, riportandoti ancora una volta all’aperto, lì dove la nostra relazione ebbe inizio in quelle notti fredde e buie, quando tu sprigionavi vitalità mai vista e assicuravi a noi, nudi e sistemati in cerchio, il soffio vitale di preistorica memoria.
È il secondo tempo di un antico amore, euforia e delizia con i fuochi nelle campagne, fuochi sulle colline, fuochi in festa popolare e religiosa, dove l’allegria scoppiettante – alimentata da materiali poveri, quali fascine, canne e paglia, capaci di sostanziarsi in lingue altissime visibili a distanza, fino ad incontrarsi, astrattamente, con altri fuochi e, insieme, pronti ad occhieggiarsi e pregare – si fonde con la religiosità popolare tributata alla Immacolata Concezione e alla sua Santa Casa dagli angeli traslata da Nazareth e Loreto. Fuochi in segno di rispetto, illuminazione, devozione.
Oggi abbiamo perso anche l’incanto di quei fuochi, latori di racconti e credenze, che si spiavano a distanza. Abbiamo perso la capacità, tutta umana, di fondere il sacro col profano per farne la lega della resistenza alle avversità disumane.
D’altra parte, si sa, il tempo fa perdere importanza anche alle cose importanti, allora l’essenziale è non perdere i ricordi, i sogni, la poesia e le parole; sì, perché, le parole creano la realtà e la parola da non dimenticare, in questa relazione brillante è Fuoco o meglio, Faugni.

Fuoco, elemento ancestrale che ha visto l’arrivo dell’uomo che ha imparato a gestirlo e goderne. Fuoco, ricordo di bimbi e di storie, come Maria ci ricorda
🔥❤️🔥