La poesia di Maria

La poesia di Maria

di Maria Matani

Le spiagge abruzzesi

Quando luna e sole all’alba

si scrutano con lunghi sguardi

silenziosi sul canto del mare,

tu puoi stare solo a guardare.

Lo stupore nella pupilla tua dilatata,

come olio denso scende sulla bocca

e si apre attorno alle curve del mondo.

Promesse astrali al levar del giorno.

Sulle spiagge abruzzesi si viene la mattina all’alba quando il bacio del sole ti sfiora piano le labbra.

Anche tu come me uscivi all’alba, vestita di tutto punto anche nel mese di agosto. Con un gran fazzoletto coprivi la testa; un triangolo ampio ricadeva sulle spalle, mentre i due lembi li legavi sotto la mandibola con un doppio nodo, per ripararti dal caldo torrido e dalla polvere e dai moscerini che i mestieri sollevavano.

Con passo veloce ti avviavi sui terreni più scoscesi, quelli ad arte scelti a suo tempo per la semina dei ceci. Era risaputo, infatti come, per la crescita e la buona fruttificazione, la leguminosa cespugliosa apprezzasse un terreno ben drenato, leggero e sabbioso e con una buona esposizione al sole, come potevano essere quelle stringhe di terreno non troppo fertili, compresi tra le aree di terreni debitamente lavorati e rigorosamente fertilizzati con composti naturali e la macchia mediterranea, selvaggia e indisciplinata, che forte li stringeva con una presa a morsa soffocante. 

Su quei terreni scoscesi e selvatici, lesta ti apprestavi a strappare dalla terra riarsa d’agosto, ceci a ciuffi, per formarne mazzetti, prima che i raggi solari aprissero i baccelli maturi e i preziosi semi tondeggianti – riserve proteiche nella dieta dei poveri – vanamente si disperdessero sulle alture collinari.

Veloce con giunchi legavi i piccoli fasci, mentre a lavoro ultimato li riunivi in un unico ammasso voluminoso e, con l’equilibrio di cui ogni donna era contraddistinta, a fatica lo assestavi in testa e te lo portavi a casa, in attesa di sistemarlo, in un tempo successivo e furbamente rubato al lavoro convenzionalmente accettato.

Ti toglievi il fazzoletto del raccolto e ne indossavi un altro, quello della cucina e con le mani nettate dalla terra, alla fiamma vivace mettevi a cuocere pomodori con peperoni e uova in purgatorio, la colazione estiva degli uomini che lavoravano i terreni fertili. Loro la reclamavano alla giusta ora e l’ora era sempre quella indicata dal sole alto sull’orizzonte, avvertito dalla fatica umana e da quella degli animali che con loro spartivano il sudore e insieme reclamavano il tempo del riposo e del rinfranco e a nessuno interessava il tempo impiegato per spiantare ceci, anche se la sua zuppa calda e fumante, nel freddo invernale, se la mangiava l’intera famiglia. 

E sempre in inverno, come farinata semplice e croccante veniva preparata ai bambini come uno sfizioso regalo calato a sorpresa dal comignolo del camino nelle lunghe serate nevose, o ancora, come semi abbrustoliti e scoppiettanti sul suolo arroventato dal fuoco sempre acceso, accompagnato da un  bicchiere di vino, capriccio accordato ai grandi, quale ricompensa nelle serate festive trascorse in compagnia. 

Oh, quanto tempo, donna d’Abruzzo, hai impiegato a spogliarti dei tuoi tanti vestiti! Hai cominciato con il toglierti la doppia e tripla gonna, poi hai accorciata la sottana fino al polpaccio; piano piano hai tagliato le maniche, lunghe anche d’estate; da ultimo ti sei tolta le calze di cotone lavorate ai ferri. Ti sei vergognata dei tuoi stessi occhi, quando ti sei tolta il corsetto, quello fatto di stecche di ossa di balena e lacci che ti stringevano e ti costringevano e, coraggiosamente, l’hai sostituito con una camiciola di mussola di cotone, sottile come una seconda pelle, che quando per la prima volta l’hai indossata, ti sei sentita essere in paradiso. 

L’estate vissuta come la natura vuole l’hai soltanto assaporata, ma hai fatto in tempo a donarla a me, questa bella estate vestita di un colorato bikini, un triangolo che gioca con le onde, come un aquilone con il vento e colori dispersi nell’acqua salata e calda tra le onde grandi come il cielo.

Sulle spiagge abruzzesi si viene la mattina all’alba quando il bacio del sole ti sfiora piano le labbra e nessun lavoro da svolgere e nessun orario da osservare. In queste ore di estrema libertà gioco con i flutti e i marosi che s’infrangono sulla mia pelle abbronzata, mi godo la mia libertà e la racconto a te che non l’hai mai vissuta, mai vista, mai immaginata, ma tante volte in sogno ti è apparsa  la sconosciuta capacità di scelta e me l’hai consegnata come il regalo più prezioso.

L’eredità più bella, la libertà di esporre al sole la mia pelle nuda e sentirmi vestita, viene da lontano, me l’hai regalata tu ed è il gioiello mio più stupendo.

Buona estate, donne abruzzesi, ricordiamoci, guardando la nostra pelle dorata, il faticoso cammino fatto. La storia che portiamo addosso è patrimonio dell’umanità.

4 pensieri su “La poesia di Maria”

  1. Sempre scienza e poesia affiancate. Luna e sole nel loro primo e ultimo saluto del giorno. È l’alba…

    1. …e l’antropologia, l’ultimo mio amore arrivato a sostenere la Scienza e la Poesia…

  2. … È il saluto a questa terra magica: ogni volta che si torna in Abruzzo, l’alba al mare è una tappa quasi obbligatoria. Il profumo e la brezza sono solo di accompagnamento ad un’anima che si ricongiunge con la Terra Madre che non abbandona mai nemmeno chi se ne allontana!

    1. L’alba può essere saluto al sole, ma può essere anche tempo rubato al sole in un Abruzzo di una
      epoca appena tramontata e in una Terra fatta di terra e di fatica

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