La poesia di Maria
di Maria Matani
L’urgenza
L’urgenza di scrivere ti porta in mare aperto,
a concatenare con foga parole a formare pensieri,
pensieri leggeri come tronchi legati a cime
per farne zattera galleggiante, velata e salvifica.
E poi solo, a seguir le onde, ad assecondare il vento,
a regolar le vele, a resistere ai marosi,
a navigar con teli squarciati.
Parole, parole di rinforzo, parole caute, brillanti, liscianti.
Parole aspre, male dette, parole scagliate contro la bufera,
al buio, a cercare un bersaglio oscuro,
a indovinare un ritorno sicuro,
ancora una volta al porto calmo
dove si legge e non si scrive.
E scrivo e scrivo. Scrivo per dare forma ai miei pensieri, per renderli addomesticati, disciplinati e per insegnare loro a volare quando è il momento di volare, senza paura e senza reticenze. Senza voltarsi indietro, ma seguendo lo sguardo che dritto punta oltre l’orizzonte.
Scavo per mettere insieme le ventuno lettere dell’alfabeto italiano e trasecolo al pensiero che, combinando le sedici consonanti con le cinque vocali, si possano originare miliardi e miliardi di parole e anche tralasciando le parole non-senso ne restano, tuttavia, un numero impressionante.
Nel secondo livello di combinazione si posizionano le frasi di senso compiuto, derivate dall’assemblamento delle parole, per finire poi alle singole frasi che si uniscono per generare il bel testo coeso.
Il calcolo combinatorio, avvalendosi della composizione delle stringhe, rigide e inamovibili, perviene a numeri, ma la nostra mente è fluida e mutevole, scavalca le stringhe come il gatto che salta il muro di cinta.
Posso stare ore a scegliere un aggettivo, per poi sostituirlo perfino il giorno successivo e posso riempire fogli interi in pochi minuti. La mente rifiuta l’omologazione, il calcolo ripetitivo. Il nostro intelletto vuole essere libero di correre e non di scorrere sui binari; disprezza l’incasellamento; i suoi percorsi sono invisibili, misteriosi, labirintici e soprattutto funzionali a chi scrive, rispondenti a quelle che sono le esigenze e le capacità del soggetto, del suo stato d’animo e del momento che egli vive, interpreta, racconta.
Si scrive ciò che nella congiuntura sembra essere essenziale e se per taluni non lo è, sarà compito loro ultimare la stesura. Con l’intuito personale il lettore attento commenta, integra il messaggio, implementa la capacità di evocare emozioni. Stiamo a buon titolo sostenendo la tesi che le parole che possiamo usare in un testo sono pressoché infinite e, conseguentemente, le frasi possono essere articolate, a loro volta, in periodi in numero esorbitante.
Vivo e scrivo e scrivo e vivo, ma chi non vive ciò che vivo io, certamente non può scrivere ciò che io scrivo. Su questo patto d’acciaio tra vita e scrittura s’innesta l’opaca lucidità, ovvero la splendida fantasia, il sogno che germina e si culla e s’accresce entro l’humus personale, disponendo sonno e consigli, ordine nel disordine, verità, creatività, certezze soggettive.
Tra le righe, racchiusi sono rumori e canti, profumi e colori. Un testo non può essere fatto solo di parole scritte con inchiostro vero o virtuale, contiene, altresì, la luce dell’aurora o quella del tramonto, il nero della notte misteriosa o la luce splendente del plenilunio d’agosto; l’urlo delle streghe nel bosco infuocato, il pianto disperato della madre sulla bocca serrata della figlia, l’urlo sfacciato del terzino che ha messo la palla in rete. Parole e immagini, parole e suoni, parole ed emozioni, parole e pensieri non scritti si abbracciano come amanti, l’uno a terra e l’altro in volo.
E scrivo e scrivo, comincio dal nulla: cerco, esploro, sperimento strade nuove, le abbandono, torno indietro, imbocco viuzze. L’accuratezza non sta nella grandezza. Do voce alla parola roca, profonda, cristallina e di volta in volta la parola scritta si veste di timbri differenti. La parola, che sale dal cuore, incontra e corrobora la stessa che scende dalla ragione e, mitigata si distende come un regalo sul foglio bianco, che piano diventa blu, blu come il pozzo d’acqua mirabilmente apparso al Piccolo Principe nel mezzo del deserto arido, sterminato, vuoto, inospitale e che alla sua vista, la preziosità dell’acqua, gli fa esclamare, Ciò che rende bello il deserto, è che da qualche parte nasconde un pozzo.
L’inatteso che accade, l’inatteso non preparato, l’inatteso apparentemente sgorgato dal vuoto, dal rumore bianco dove nascono le idee e leggere affiorano in superficie.
Acqua cristallina, blu come l’inchiostro della mia penna a sfera.

L’esperienza poetica è unica per ciascun poeta. Ma il denominatore comune è lo scavo, la ricerca per arrivare a de stessi.
Lo scavo, carissima Gina, è una tua prerogativa.
Io non lo conoscevo, poi attraverso i tuoi racconti, me ne innamorai…