La poesia di Maria
di Maria Matani
Il canto del grano
Il canto del grano a te che non sai io vorrei raccontare.
Si ode una volta l’anno, il giorno prima che la falce
s’affonda nel campo suo profondo,
quando il sole si specchia nel suo capolavoro
e il respiro della terra diventa bollore;
l’antico vento muta in soffio e le spighe gialle,
intonano la melodia a denti stretti di tra i baffi secchi.
Allora, se ascoltare tu vuoi, socchiudi gli occhi,
guarda sopra il mare d’oro e le orecchie accendi,
ché domattina non potrai udire più niente.
La natura non ha bisogno di camuffamenti e maschere. Il grano ci insegna a vivere nel sole, nella disciplina e nella libertà.
Tra l’oro delle spighe, a tratti intervallato dal rosso cuore dei papaveri, io affondo il mio sguardo, il mio respiro, le mie impronte.
Anche il fiordaliso selvatico vive da sempre sui campi di grano in una interazione simbiotica stretta, che si rivela da millenni vincente. La sua infiorescenza corimbosa, carica di pigmenti blu-ciano, è una ottima fonte di composti naturali con proprietà antibatteriche, antifungine e insetticide che vigilano sulle spighe di grano, portandole verso una maturazione garantita e ottimale.
Centaurea cyanus, questo il nome della pianta simbolo di speranza e amore eterno, arrivata fino a noi dal medio Oriente insieme all’amico fraterno frumento. Centaurea mai sazia di baciare i raggi infuocati, mai paga di occhieggiare ai viaggiatori distratti chiusi dietro i finestrini delle auto in corsa, al riparo dal caldo solstiziale, immersi nel fresco innaturale e ai turisti domenicali, camminatori in cerca del tempo perduto, ignari di quello attuale, fatto ora come allora, di lavoro, sudore e immaginazione di un futuro migliore.
Uno sguardo e un ricordo lo dedico a questo giorno che sorge dentro il giorno passato, uguale ai tanti, eppure diverso. Solo le spighe sono rimaste uguali; solo il grano non ha bisogno di trucco e mascheramento.
L’alba di giugno splende su di me e sulle spighe amiche-sorelle e mi rimanda un’aria rassicurante che riabbraccia me adulta e parimenti il mio essere adolescente perduto, che all’unisono, con doppio passo, celere e danzante, avanzano sul bordo del campo di grano, ridente e dorato, che lieve dondola alla brezza leggera. Intanto, l’anima mia, assennata e cauta, ricorda a me, ardente, l’obbedienza dei campi di montagna, che disciplinati attendono l’arrivo dell’acqua e del sole e lenti si districano tra perimetri di rovi aculeati, tra il ronzio delle api e la danza sfumata delle bianche farfalle, le lucertole guizzanti tra le erbe mimetiche e i saltellanti grilli neri sullo sterrato riarso, cuore pulsante della terra calda e matura, pronta a regalare chicchi, cariossidi ricchi di bellezza e armonia, simboli eterni di fertilità e resilienza.
Ecco, sono carica di emozioni e sull’area distesa davanti ai miei occhi vedo quella geometria invisibile che si appalesa solo sulla mia retina e gioco ad incrinare lo sguardo, a confonderlo con il richiamo di campi ora inesistenti.
I nuovi mondi ricoprono quelli antichi e dimenticati e i miei occhi, perdutamente innamorati, restituiscono realtà a realtà, giorni nuovi dentro a giorni passati.
Ascolto silenziosa voci di perduta bellezza, scorgo pendii inondati di luce crudele e di penombre sopraggiunte a sanare l’asprezza dell’infallibile tempo assolato e smarrito.
La felicità da sempre si tinge di giallo e azzurro: il giallo della terra coperta di frutti maturi e della luna piena più vivida che mai nel lunistizio delle fragole di giugno, con la sfera – satellite della Terra – di ocre vestita, intensa e immensa sull’orizzonte, a un palmo dal naso dello spettatore incantato e a un dito dagli occhi dell’innamorato estasiato e l’azzurro celestiale senza fine e senza confine, simbolo di ribellione, identità e contemplazione, in un racconto mai ultimato. Azzurro, trasparenze di richiami e preghiere.
Tra le mie arcate dentarie ho spremuto colori, costituiti di prugne e albicocche di tutte le tonalità di giallo, dipinte dai raggi del sole del solstizio d’estate mentre, per la “spremitura” dei chicchi dorati del grano, attendevo la trebbiatura, fatta da apposite macchine, nelle quali i covoni di grano, con i loro fusti curvati dal peso delle spighe, cariche delle numerose e pesanti cariossidi, venivano inghiottite – in un gioco crudele, ma essenziale, vigoroso e polveroso – dalla grande bocca della trebbiatrice – efficiente macchina agricola che ha segnato la modernizzazione della agricoltura – e dopo essere battuti e setacciati, liberavano, separandoli dalla paglia e dalla pula, i chicchi mondati che finivano dentro i sacchi di iuta in un lavoro faticoso, ammantato da un amore senza pari.
L’azzurro, quello, non è stato mai spremuto né dai miei denti, né dalle ganasce di macchine rudimentali o evolute; l’azzurro è stato fatto solo per essere mirato. Esso rimane, come la poesia, un ricordo esistenziale dentro e fuori l’epidermide liscia o arrugata, non invecchia mai e così splendente resterà e per sempre risplenderà.

Non tutto si può ascoltare con le orecchie, qualcosa si può ascoltare solo col cuore che parla una lingua antica. Il grano è uno di questi elementi. Sostanziale ed indispensabile, ci accompagna da millenni. Ascoltiamolo
L’ascolto è cosa assai difficile…