La poesia di Maria
di Maria Matani
Piccola storia italiana
Di quel tempo lontano non resta che un ricordo,
forse neanche, solo frammenti,
uno sguardo, una voce, uno stare.
Resta un fuoco che arde e non sa scaldare,
resta il freddo tra le pozzanghere in strada
e le scarpe bagnate.
Di quel tempo lontano resta un’eco che sfuma
e si consuma velocemente tra le mani.
Dopo diversi decenni sei tornato a galla.
Sei tornato dal profondo della terra, forse non tanto profondo. Sei tornato, piccolo oggetto smarrito, caparbiamente cercato da subito dagli occhi astuti e neri e pensosi e tristi della giovane donna che ti aveva perduto.
Ero lì, ero lì presente anch’io quando la madre, con il suo bimbo in braccio e l’altro avvinto alla gonna, riferiva, a mia madre e a mia nonna, sue vicine di casa, con disperazione la tua perdita.
Ero presente, piccola ma non troppo e grande ma non abbastanza e così ero come se non ci fossi. Il suo racconto, sebbene concitato, si faceva sempre più preciso, delimitava il luogo, il campo più o meno ristretto sul quale presumeva potevi essergli caduto; raccontava meticolosamente quanto fosse più e più volte tornata a perlustrare l’intera area. Raccontava, e nel mentre spiegava, la voce s’incrinava. Aveva osservato attentamente ogni palmo, astutamente, eppure non c’era stato nessun esito positivo.
Lontano guardavano gli occhi della nonna; i suoi occhi azzurri e presbiti, specchi di numerose perdite di sicuro di maggiore valenza, secchi e lacrimosi nel contempo, la riportavano entro margini di realtà compatibili con la semplicità e l’accettazione delle cose, ma la giovane sposa non era pronta ancora ad arrendersi, la vita la mordeva ancora con i suoi bei denti bianchi e forti, staccandone pezzi dal sapore solo apparentemente dolce, mentre il retrogusto era sempre forte e acidulo. Inveiva contro la malasorte, malediceva il duro lavoro e la vita amara e tutte le congiunture nefaste che si abbattevano sulla vita delle povere persone, che già povere erano.
Strappava la vita a bocconi come strappava la fetta del pane raffermo, che infornava orgogliosa e se lo faceva bastare una intera settimana, per sé, il marito e i suoi due figlioletti, ai quali la mattina, glielo inzuppava nel latte fresco, appena munto dalle mucche sveglie alla buon’ora nella stalla del padre, proprietario di terreni e bestiame.
Sposata molto giovane, aveva mantenuto l’aspetto e l’indole di ragazza, con la sua lunga coda corvina, legata da un elastico da pacchi, che sventolava ad ogni suo piegamento, a ogni sua corsa, a ogni suo sorriso.
Era cresciuta troppo in fretta e troppo presto aveva sperimentato la vita dura e laboriosa del governare in assoluta solitudine la sua cascina, mentre il marito si impegnava nel duro lavoro dei campi e l’eco di una Italia che cresceva non arrivava se non a piccoli rintocchi, flebili segnali trasportati da paese a paese sulle ruote del camioncino ambulante che di tanto passava, portando merci di ogni genere, accatastata promiscuamente, e stralci di realtà differenti, certamente più evolute rispetto all’entroterra mai sviluppato.
La sua casa era accostata alla mia, solo un muro le divideva; io ero libera di andare da lei dopo la scuola. Si accedeva tramite una scalinata in pietra, dritta, asciutta, ossuta; alla sommità un terrazzino chiuso dalla più semplice ringhiera e cancelletto, messi lì con estremo sforzo economico, con lo scopo unico di salvaguardare i bambini da rischiosissime cadute.
Dal portoncino, di verde colorato, si accedeva nella cucina di antica costruzione, solo il camino era stato rifatto e il focolare riportava una data, 1962, anno del loro matrimonio, stampata sul cemento fresco ad imperitura memoria.
Attraverso una cameretta-ripostiglio semivuota, si accedeva alla camera. Era bella la camera della giovane sposa, era stata la sua dote. I genitori non avevano badato a spese, armadio tre ante piuma d’oca, specchiera centrale e piedini alti e slanciati che lasciavano splendere il pavimento rifatto nuovo a mattonelle quadrate, avorio e rosso, posate a scacchi. Di lato il comò con quattro grandi cassettoni, dove riposava, ordinato, il suo corredo e sopra al piano faceva bella mostra una cassetta argentata, il portagioie, che si rifletteva nella specchiera, facendolo magicamente raddoppiare; comodini ai lati del letto e due morbide poltroncine, ancora gonfie e nuove, certamente tenute con il massimo riguardo.
La finestra-balcone, anch’essa di verde pitturata, come il portoncino d’ingresso, esposta ad est, lasciava entrare al mattino i raggi più delicati che inondavano quella stanza così diversa dal resto della casa e poi, quando i raggi diventavano aggressivi, astutamente, venivano schermati, in inverno dalla tenda di pizzo bianco e d’estate dagli scuri accostati. Il suo mondo, il mondo della giovane sposa veniva chiuso la mattina per tornare, poi, a vivere nel buio.
Il giorno era un inseguirsi di occupazioni, rigovernare la casa, occuparsi dei bambini, dei piccoli animali da cortile; sistemare l’orto, il bucato, i mestieri più disparati, ordinari ed eccezionali. Sarà stato sicuramente in uno dei tanti lavori all’aperto che lei avrà avuto la sventura di perdere una delle sue piccole grandi cose di valore.
Non ti disperare, sentii dirle dalla mia mamma, ben più grande e sicuramente più consapevole dei veri e grandi insulti che la vita ci destina. Sì, le rispose. Come un lago, dopo la stagione del disgelo pronto a tracimare eppur regge, così i suoi occhi resistettero al pianto profuso e, rassegnata, aggiunse, toglierò anche questo.
Io bambina, non riuscivo ad entrare nel dolore dei grandi; esso mi sfiorava soltanto senza capirlo a fondo, ma ascoltavo i dialoghi, le parole, osservavo gli occhi lucidi e di lacrime straripanti, le mani ripiegate in pugni chiusi, le dita intrecciate, il dolore contenuto e raramente espresso.
Forse, sicuramente l’oggetto perso rappresentava l’unico regalo di valore, consapevole che altri non ne sarebbero seguiti.
Io ero piccola per capire, ero una specie di farfalla che volava da un punto all’altro, senza dover spiegare l’assenza e neppure la presenza, ero dove ero, c’ero ed ero trasparente, ma saper ascoltare significa possedere oltre al proprio, anche il cervello altrui, questo ora lo so bene.
Sei tornato dall’orto, quello che ora è il nostro orto, con la zappa sulla spalla bilanciata dalla mano destra e nella sinistra un cerchietto interrato. “Questo ho trovato, un orecchino che qualcuno ha perduto. Chissà chi, chissà quando”. Mio non è, rispose mia mamma. Decenni a seppellire l’orecchino e il triste evento. Nessuno ricordava più nulla. Eppure qualcuno l’avrà perduto, continuava a chiedere mio padre, appoggiato ora al manico della zappa.
Un’ombra di pensiero, un ricordo sbiadito nella regione dell’Ippocampo piano piano sale in alto e come nebbia si dirada, silenzioso lascia i raggi filtrare e la zona s’illumina. Il cerchietto lo prendo tra le mani, nel pentolino lo metto a bollire con due gocce di sapone; piano cominciano tra le bollicine ad emergere intarsi e chiusura a scomparsa e torna lucido come il mio ricordo.
Ti ho portato a casa come si porta a casa un vecchio quaderno delle elementari trovato nel fondo di un mobile in soffitta. Si sistema amorevolmente tra i libri letti, libero di riposare con tutti i pensierini dentro, scritti in bella grafia e incorniciati da fiorellini mai seccati.
Trent’anni hai riposato nella nuda terra prima di essere dissodato e da altrettanti anni, quasi, stai riposando sotto il mio tetto tra i miei ciondolini di antica fattura.
La giovane donna, dal cui orecchio in un lontanissimo giorno sei sfuggito, poco dopo l’obliato evento emigrò con la sua giovane famiglia oltre oceano. Ora non è più di questa terra. Sono scomparsi tutti, è scomparso anche mio padre che l’orecchino ha ripescato.
Oh, bel pescatore che navighi sull’onda, ripescami l’anello, ripescami l’anello che è caduto in mare…
Nella versione abruzzese della pesca dell’anello, l’anello è caduto tra le zolle e il pescatore è sostituito da un contadino con la sua zappa. La storia è bella lo stesso, per me sicuramente più struggente.
È scomparsa mia mamma con la sua concretezza ammantata di celesti pensieri. Sono rimasta io a custodire i vostri tormenti, le vostre mancanze, le vostre perdite, le vostre lacrime, i vostri rintocchi, i rintocchi di tutti.
Custodisco le partenze, che tutti noi sappiamo essere fatte di solo biglietti andata. Siete, infatti tornati un’unica volta per un saluto veloce e definitivo ai vostri luoghi, alla nostra bella Italia: tu adulta, con i capelli messi in piega da signora e parlavi un italiano ibridato inglese. Eravamo lontane, eppure così vicine nella stessa cucina che ci aveva viste intime, tu giovane mamma e io bambina.
Ora, custodisco anche il tuo orecchino spaiato. Chi altri potrebbe mai custodire un orecchino spaiato di valore azzerato e con un passato da tutti dimenticato?

Come sempre, Maria ci incanta con storie speciali, storie di occhi di bambina altrettanto speciali.
Grazie 😘 Gina