La poesia di Maria
di Maria Matani
Parola
Parola, stammi vicina e cercami chiara,
non essere arrogante, non essere patetica.
Dall’angolo buio vieni alla luce,
non ammantarti di fogli e teli
e luccichii, trucchi e uniformi,
vieni così come sei nata,
con il solo tuo profumo addosso.
Con il vuoto e il pieno, il detto e il non detto.
Piano mi sussurri e audace solchi il deserto,
lo illumini e ne fai strade.
Docile ti seguo e quando tu sei arrivata,
con fatica sopraggiungo
e leggera mi acciambello sulle tue forme
e mi pare di aver scoperto un mondo.
La parola detta nella notte fa luce anche in assenza di luna e di cielo stellato, illumina la stanza buia, dalla finestra esce senza imbarazzo e senza paura, cerca il suo cercare, fiuta il suo pensare, lambisce i contorni di mondi noti e ignoti e come fiume prosegue sulla sua via.
Parola, piccola e leggera, senza mani e senza piedi, stai al mio passo e mi offri sostegno; mi abbracci come una nuvola e io con te mi sento sostenuta; poi d’un tratto cresci, diventi immensa, ad altre parole tue amiche ti stringi, ti aggreghi, fai rete, a passi veloci mi sgusci dalle mani, ti affranchi dall’abbraccio mio simmetrico, di corsa vai su pendii, ti giri a guardarmi, mi rassicuri da lontano, nel silenzio mi urli che in me sempre vivrai.
Parola, originale e atipica, hai il dono di creare o anche di distruggere, mai di aspettare due gambe umane, che avanzano piano, inciampano al buio, faticano sulle rocce e arretrano nell’acqua.
Parola, parola tu sei il mio bastone vitale, tu mi sostieni, sei al mio fianco, ma io non t’imprigiono, so che devi aprire muri, cercare mondi; devi intercettare mutazioni, trasformazioni, invenzioni, cose d’altro mondo che poi a pezzetti, o nell’insieme, me le porgi; le doni a me, incredula di prima, ma sempre pronta a capire, a indagare dentro le congregazioni mie dure, tra le molecole di acqua pura che riaffiorano e a quelle gassose, che leggere e instabili, si librano sopra la mia testa.
Vi conosco, parole mie adorate, partite da me e poi tornate e sempre con un dono speciale, un ricordo dimenticato, una cortesia inaspettata, una connessione non collaudata, una grazia elargita.
Parole, voi, mi aiutate ad interpretare questo e gli altri mondi. Parole, voi, sgusciate da ogni anfratto, impavide nel definire la mia persona, quella che sono stata, quella che sono e quella che vorrò essere ancora, che sarà necessario io sia e le possibili vie che posso intraprendere, senza far male a nessuno, ma nella speranza intima di poter meglio appagare le mie aspettative, di sedare le mie inquietudini, di svelare le mie potenzialità, le mie risorse inespresse, le mie aspirazioni, le mie intuizioni, i miei valori oggettivamente validi e soggettivamente incontrastabili.
E vi leggo, parole intarsiate in architetture testuali, vi leggo in immagini reali ed oniriche. Vi leggo nei tempi verbali della narrazione, nella terminologia scientifica e poetica, nelle scelte linguistiche moderne, classiche e di lingua locale, o se vogliamo dire senza spregio, dialettale. Vi leggo assaporandovi, una ad una, nella punteggiatura, cifra di ogni singolo scrittore, che fa di ogni pezzo scritto una musica unica ed esclusiva.
Dentro ogni scritto ritrovo una sua musicalità, quella caratteristica che fuoriesce dall’oggettività della parola, capace di esprimere la scientificità srotolata tra i grafemi, fino a schiudersi nella bellezza aerea che danza sopra le righe per essere, alfine, afferrata come musica non scritta, come un canto sussurrato. Una nenia ritrovata.
Parole, siete l’immenso! L’immenso terrestre riverberato nell’immenso celeste, impalpabile, eppure tangibile.
