La poesia di Maria
di Maria Matani
Tra gli spazi profumati della poesia
E tu, fiore di mandorlo, bellezza senza tempo,
che a primavera d’avorio cingi i bruni rami scarni
e come nuvola leggera li abbracci e li culli,
sai che precipitoso assai è il tuo abbaglio.
Lesto ti spogli, a terra lasci disperdere i tuoi splendori
e le tue fiabe,
mentre nel mio animo i fiori restano accesi,
sempre come stelle.
Differenti sono i modi di accogliere le asperità che la vita ci dissemina intorno.
Puoi lasciarle evaporare al sole e raccoglierne alla fine una massa incrostata; puoi affidarle al vento e ti ritrovi con il niente, salvo, poi, non porti via anche il buono che hai da custodire; puoi dilavarle nell’acqua, dolce o salata, accertato che in acqua, dette agrezze, siano solubili; puoi prenderle e consumarle nel fuoco, forgiarle in una nuova bellezza, sempre che l’opera ben riesca, oppure puoi accoglierle nelle tue membra, lasciarle macerare e aspettare che, dal coagulo decomposto e marcescente, germogli un qualcosa di vitale e attendere pazientemente la eventuale fioritura.
Sono qui, sono culla di pensieri, culla di domande, culla di risposte attese e mai arrivate. Sono qui, nel silenzio operante, nel silenzio laborioso di chi cerca e sempre cerca ed aspetta, perché sa aspettare, perché conosce i cicli biologici, li ha sperimentati sulla pelle e sulla terra che si è fatta terreno e che entrambi si son lasciati corrompere, erompere e alfine aprirsi in fiori e macchie, infestanti e rughe, dirupi e vescicole, disastri vari e segni imprecisati, ma sempre segni di appartenenza, segni specifici, segni di individualità e unicità.
C’è chi la vita l’abbraccia con tutte le sue asprezze e la porta dentro le sue mura, dentro il suo perimetro finito, dentro il suo spazio limitato, dentro il suo organismo e attende docilmente che il limitato possa trasfigurare in smisurato, che i bordi possano esplodere, fino a individuare collegamenti con il passato e stabilire contatti con il futuro.
Le asperità non sono lì a toglierci vita, né a fiaccarci. Dal dolore nasce la forza, ma solo quando il dolore non viene sprecato, quando non viene arso, quando non viene annegato, quando non viene rifiutato, solo allora il dolore trasmuta.
Il dolore è un signore dignitoso, ha bisogno di essere accolto e non considerato come un fastidioso insulto da annullare ad ogni costo. Quando il dolore viene con rispetto trattato, diventa maestro di vita e sotto il suo alito si sviluppano le anime.

Ah, la primavera! Come sempre,la primavera di Maria è un ritorno al passato un eterno, spettacolare ritorno alle primavere dell’infanzia, le più belle
Grazie 😘 Gina