La poesia di Maria

La poesia di Maria

di Maria Matani

La Cura

Ti ho vista, 

guardandoti dal basso, governare ogni cosa.

Hai accudito persone, 

i cui nomi ora sono scritti su pietra;

coltivato campi oramai tornati a macchia;

curato fiori su un fazzoletto scosceso,

assediato all’istante da erbe infestanti, 

arroganti e soffocanti;

spazzato aie, 

successivamente cambiate nomi 

e destinazioni d’uso;

lavati pavimenti da tempo disuniti

e rigovernate cucine da decenni terremotate.

Hai curato il bestiame, 

le cui stalle sono divenute regno di Aracnidi,

con le loro ragnatele spiralate, trappole mortali e vitali,

dogma dell’alternanza, arrivati dal profondo passato,

panni stesi leggeri sull’infinito gioco della creazione.

Tu hai completato tutto già da tempo e lo sai,

per questo vuoi andare, tuttavia sei ancora qui

a fare il lavoro tuo più grande e non lo sai.

L’ultimo insegnamento, 

è quello che mi dai.

Margareth Mead, Antropologa statunitense del ventesimo secolo, ci riporta al tema della cura. 

A uno studente che le chiedeva quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura – a sorpresa e solo apparentemente curiosamente – la signora dell’antropologia, rispose che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. 

Argomentò che nel regno animale, se ti rompi una gamba muori, giacché con un arto rotto non puoi fuggire dai pericoli, né cercare cibo ed acqua e dunque un arto rotto porta a morte sicura.

Un femore rotto che è guarito è, altresì, la prova che qualcuno si è preso cura di colui che per un periodo piuttosto lungo non ha potuto badare a sé stesso. Al suo fianco ci sarà stato qualcuno che avrà bendato la ferita, avrà portato il malcapitato in un luogo sicuro e lo avrà nutrito e accudito fino a che sarà tornato a esercitare nuovamente la sua autonomia. Mead scrisse: “Aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo”.

Ecco, dunque, che il primo segno di civiltà non è rappresentato da macine di pietra o pentole in terracotta, ma da un femore guarito. La cura di un femore rappresenta l’inizio della civiltà. 

Meraviglioso callo osseo – dal profondo evolutivo sempre grato e debitore agli invisibili osteoblasti, mai singolarmente benedetti per le loro imprese artistiche, finalmente, grazie dal ritrovamento di uno scheletro, risalente a 15.000 anni or sono –  su un femore umano ti mostri a noi suoi discendenti, beatamente risaldato e,  poeticamente ti  ergi a metafora della civiltà, divenendo il costituente principe del canto della vita fondato sull’amore.  

Il primo passo verso la civiltà è un atto di compassione, aiutare qualcuno in difficoltà, il primo verso di una poesia.

Quando l’umanità non si avvaleva delle parole, delle belle parole, dei sonetti, dei fiori, ma solo di fatti concreti, prendersi cura degli altri rappresentava il più alto valore dell’umanità. 

Dopo migliaia di anni siamo capaci di esprimerci in maniera raffinata: È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante, ma nessuna poesia, né prosa potrà mai sostituire l’atto del fare: prendersi cura del corpo e anche dello spirito. Prendersi cura di coloro che amiamo è arduo, ma è indispensabile per coloro che amiamo e per noi stessi. 

La cura s’apprende con il tempo, con la crescita, con gli anni accumulati sulle nostre spalle e nelle nostre gambe. D’altra parte diventare adulti corrisponde al tempo che hai dedicato a prenderti cura di chi di te aveva bisogno.

Prendersi cura non è un atto aspecifico, bisogna innanzitutto conoscere e alla conoscenza associare l’intelligenza, indispensabile a comprendere i bisogni dell’altro.

Prendersi cura significa avere pazienza, la pazienza necessaria per accompagnare senza fretta; essere generosi, capaci di uscire da noi stessi per entrare in contatto con l’altro; mostrare accuratezza, l’accuratezza che porta a concentrarci sui particolari veramente efficaci e la gentilezza, intesa come valore trasversale e contagioso e poi ancora agire con tolleranza e ottimismo.

Nella nostra società moderna non c’è più un villaggio che si riunisce intorno al malato, ma dovremmo propendere verso una società che non lascia l’individuo solo con il suo senso di smarrimento e la sue paure inconsce ed ataviche legate all’abbandono.

Prendersi cura non cura solo l’altro, ma anche noi stessi.

4 pensieri su “La poesia di Maria”

  1. La cura che Maria riceve ed osserva da bambina ad adulta, la ripropone su chi l’ha educata anche per questo. Quanto amore e dedizione servono per la cura degli anziani che ci hanno amato senza misura e meriterebbero la stessa……cura ❣️

    1. È un tema duro da far comprendere, perché alla teoria deve necessariamente seguire una pratica…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *