La poesia di Maria
di Maria Matani
La conquista della felicità
Con te sottobraccio, felicità, voglio camminare,
non importa se in montagna o sulla riva del mare.
Con te al mio fianco a lungo voglio riposare
sulla panchina al sole mi voglio abbandonare.
Con te voglio soffermarmi a mirare
stormi in volo nel cielo autunnale.
Con te voglio giocare a nascondino
con le parole più strane
che mi salgono in bocca senza pensare.
Nessuna domanda e nessuna richiesta
all’arcobaleno al mio fianco vestito a festa
che muta e a mia insaputa mi trasmuta.
La felicità non si carica di perché,
ma solo di va bene e grazie che c’è.
E passano i giorni e passano e tu non scordarti mai di essere felice.
Come si può essere felici in fondo ognuno lo sa. È anche risaputo, però, che talvolta, la felicità può fare paura, così come troppa luce può spaventare più del buio, tanto da indurci a scappare. Tu, coraggiosamente, abbracciala la felicità, soprattutto, quando non ne intravedi il motivo che la sostiene.
La felicità è silenziosa e non si sostanzia né di domande né di risposte, ma si allena come fosse un muscolo mal disposto. Allenamento fatto senza alcun attrezzo, a corpo libero, con costanza e impegno, lentamente. Prendi confidenza con la dea Felicitas, senza confonderti e senza esaltarti, perché la felicità va a braccetto con saggezza, bellezza e giustizia. Lo scriveva già Epicuro, nel terzo secolo a C. e, mentre il filosofo greco, fondatore ad Atene del Giardino dei pensieri, orgogliosamente, nella sua Lettera sulla felicità, tentava di coniugare l’etica alla conoscenza del cosmo ed entrambe alla capacità di riflettere sulle cose che possono farci felici, qualcuno, livido d’invidia, ha travisato i suoi scritti, infarcendoli di aspettative superficiali e dissolute e relegando in secondo piano l’equilibrio, il buon senso e la saggezza, di cui il pensiero epicureo si sostanziava, azzerando il messaggio filosofico che, ostinatamente, tentava di riflettere su tutte le vie che alla felicità conducono.
Io riparto da qui, riparto dal verbo riflettere, riflettere sulle cose che possono farci felici.
Felicità è bellezza senza ragione, la felicità pura non si nutre di ragione. Quando siamo felici di una ragione specifica, allora sì che abbiamo una alta probabilità di diventare presto dei disperati e lo diveniamo per davvero non appena svanisce la ragione per la quale felici ci sentivamo. Infatti, non appena la motivazione che nutre la nostra felicità si dilegua e svanisce, la felicità si tramuta nell’angoscia più nera e noi sullo stesso nero scivoliamo e nello stesso nero ci confondiamo.
Nulla potrà, di contro, scaraventarci nel baratro, se poggiamo la nostra felicità su equilibri indifferenti.
Voglio essere felice come un gatto, quando solitario incede con regalità incontro al sole che tramonta, riscaldandosi le vibrisse – suoi radar intellettivi ed emozionali – con l’ultimo raggio di sole.
Voglio essere felice come il mio cane volpino che corre su piste e fuori dalle piste, inseguendo creature immaginarie, abbaiando ad ombre senza sostanze che galoppano su percorsi invisibili e lui, il mio amico astuto, si blocca sulle quattro zampe in frenate brusche e poi riparte deciso, con il muso che fiuta l’aria e la coda che scodinzola nervosa, come bandiera al vento a testimoniare vittoria.
Voglio essere felice come gli alberi che a primavera si ricoprono di fiori e poi senza ragione e senza tormento li lasciano cadere e per una meravigliosa legge non scritta si caricano di frutti, alternanza evolutiva, belli, polposi, dolci, aciduli, morbidi, coriacei e cadono, anch’essi cadono e i rami loro amici e sostenitori, li lasciano cadere uno ad uno regalandoli all’uccello affamato, all’orso annoiato, alla volpe guardinga e forastica e all’uomo, l’uomo che non sente più la fame gastrica, ma ha solo e soltanto fame di felicità. Ed è felice quando s’inebria nel sole e a sera torna a casa con un frutto, un fiore, un sasso; Il viso colorato, le gote rosate, le mani sporche di terra, i capelli scompigliati, la gioia negli occhi e la felicità. È questa la felicità.
Felicità è avere un sogno e ripeterselo come una poesia imparata a memoria, come quando le parole le ricordavi non per il loro significato, ma per il loro suono, tintinnio nascosto tra le sillabe. Profilo d’intensità ascendente-discendente, scale di frequenze vibranti, aperte, chiuse o sorde. Felicità, sei racchiusa tra qui, quo, qua.
La felicità che sboccia come un fiore senza perché, nessuna falce la reciderà; questo esemplare di felicità non è funzione del successo, della carriera, della promozione; non dipende dal capoufficio, dal direttore, dal presidente, dai compensi. La felicità, varietà indipendente, i piedi ti rende leggeri, i fianchi ti cinge, la vita ti abbraccia, le spalle ti accarezza, la fronte ti allenta, le palpebre ti bacia, la testa ti alleggerisce e ti conduce a letto fresco, deponendoti – felice come una farfalla che sugge il frutto più maturo del giardino del re – nel sogno tuo più bello, quello che sul guanciale aspetta solo te per riprendere ogni sera forma e vita dentro la storia infinita.
Dove finisce il sogno e dove inizia il giorno nessuno lo sa. Non ci sono confini a segnare le due entità. E se la vita fosse solo un sogno, sarebbe ancor più bello e proficuo e vero e rispettoso sognare e sognare la felicità.

Felicità corrisponde a serenità, se questo si manifesta, ven venga. Tutto accade prima dentro di noi, poi fuori. Tutto corrisponde a ciò che ci fa sentire bene, come ci dice Maria
Eh la felicità, ci vuole, ci vuole la maturità.
Bisogna passare attraverso le burrasche per scoprire gli arcobaleni, piccole frange di felicità colorate…