La poesia di Maria
Fede animale
Il tempo oggi canta la tua assenza,
sordamente canta la vostra assenza,
eppure ci sei,
eppure ci siete ancora tutti.
Ogni volta che chiudo gli occhi
attimi diversi si ricongiungono in tempi diversi
e dietro le ciglia storie ed esistenze si rianimano
e riprendono il cammino dopo aver a lungo riposato
e chiara torna la felicità nell’abitudine onirica.
Il diciassette gennaio nel calendario liturgico della Chiesa cattolica si ricorda Sant’Antonio Abate, altresì chiamato Sant’Antonio il Grande.
Nato il 12 gennaio a Coma, sulle coste del Nilo, nel medio Egitto nel terzo secolo d.C. da agiati agricoltori cristiani, rimasto orfano, dopo aver distribuito i beni ai poveri, seguì la vita solitaria, come altri anacoreti già facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità. Molti sono i racconti riguardanti le fortissime tentazioni e i tormenti che assalivano la sua vita solitaria.
Dopo aver consultato gli altri eremiti, fu esortato a perseverare e a staccarsi ancor più dal mondo. Così, coperto da un rude panno, si chiuse in una caverna, nei pressi del villaggio di Coma, suo luogo natale e lì, si racconta, sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio. Nutrendosi di solo pane, perseguì la sua ricerca di purificazione e, sostenuto dalle molte persone, si dedicò ai sofferenti, operando guarigioni. Il santo del fuoco è morto il 17 gennaio, si racconta, alla veneranda età di 105 anni. In seguito i suoi resti, la cui santità si era già diffusa in tutto il mondo cristiano, furono traslati in Francia, ove tutt’ora riposano.
L’Abruzzo, terra magica e mistica, non poteva che abbracciare il Santo del cuore, il Genio del bene che vince sul male, creando, nel corso dei secoli, attorno al Santo, leggende e riti, che non hanno pari per numero e diffusione.
La festività di S. Antonio Abate, meglio conosciuto nel mondo rurale abruzzese come Sant’Andònie de jennàre o de lu porche è ricca di riferimenti sociali e religiosi nonché di significati antropologici che meritano di essere analizzati anche sotto il profilo storico.
Sant’Antonio, come è noto, è rappresentato nelle immagini votive attorniato da molti animali da cortile, fra cui il maiale, definito da sempre ‘la grascia’, cioè la ricchezza della casa contadina. Del pingue animale infatti non si buttava nulla e le stesse setole venivano utilizzate per la confezione di pennelli da barba.
Il Santo, vecchio, ma coraggioso e indomito, è stato riconosciuto come un abruzzese nelle sue caratteristiche intrinseche e assunto dalle singole e tante comunità come protettore degli animali domestici, della purezza delle fanciulle, della pace della famiglia, delle tribolazioni della vita, dell’uomo in tutti i suoi bisogni, materiali e spirituali.
Tutto questo è sapientemente espresso nei canti che si portano per le vie dei paesi e tra le cascine, la sera precedente la festa del santo. I canti sono di protezione e, attraverso essi si chiedono i favori del santo per la famiglia e la comunità per le quali si canta. Gli stessi canti si possono a ben titolo definire anche di questua, giacché, da ultimo, si chiedono, accanto alle grazie divine, doni ai terreni.
I fuochi accesi in segno di devozione, rappresentano simbolicamente, la purificazione e la fecondazione che l’inverno porta in sé, per essere da presso elargita alla prossima primavera, stagione della rinascita della vita.
“Bbona sera ggend’amiche, lu Signore v’abbenediche…”
“Sand’Andonie a lu deserte s’appicciava ‘na sicarette, satanasse pè dispette je frichette l’allumette…”
“Vi salute car’amice, lu Signore vi bbenidice e f’accresce lu patrimonie ‘nghe le grazzie di sand’Andonije…”
Dietro la porta che custodiva la nostra stalla, oramai stremata dal tempo, anch’io, bimba, ho recitato una preghiera muta.
Di prima mattina, guidata da mio padre, a mia insaputa, sono entrata nella grande corrente della tradizione e ho posto anch’io il mio segno nella storia infinita.
La mattina di Sant’Antonio Abate, patrono degli animali da cortile, da compagnia e da stalla, era usanza nelle campagne teramane, entrare nella stalla, dove avevano riposato placidamente e al tepore, mucche, vitelli e asino, con estremo riguardo.
Per prima cosa, dietro la porta veniva apposta la nuova effige del Santo più illustre tra tutti gli eremiti, così come appare disegnato, immerso nel verde, circondato dalla folta rappresentanza degli animali domestici e corredata da orazioni speciali, tesi ad assicurare una buona salute alla fattoria tutta.
Il secondo passo era quello di fare un gran segno di croce atto a benedire tutti i quadrupedi, esso rappresentava in piccolo, la pittoresca e tradizionale benedizione degli animali, non del tutto svanita in Abruzzo, che si svolge il 17 gennaio, per lo più davanti al sagrato della chiesa parrocchiale o di quella dedicata allo stesso Santo.
Il terzo passo consisteva nel fare una croce sulla cute pelosa di ciascun animale della stalla, una sorta di tatuaggio a tempo limitato.
Ecco, quando ero già abbastanza grandicella, capace di fare e capire il senso profondo del segno cristiano, accanto al mio papà che mi teneva sulle braccia, sotto la sua supervisione, con grandi forbici affilate in mano, ho fatto crocette sulle natiche delle belle mucche soavi, candide nel pelo, ma ignari dell’altrettanto puro gesto religioso.
Mi sono sentita, nell’eseguire quel segno devoto, importante ed autorevole, come una piccola grande officiante nell’atto di impartire la massima benedizione.
Lo stesso giorno, poche ore più tardi, sono andata a scuola come sempre. Non ricordo nello specifico in quali attività sia stata impegnata, sicuramente nella lettura, forse un dettato, che a quei tempi era ben in uso, probabile la risoluzione di un problema di aritmetica, ma ricordo benissimo, invece, cosa ho fatto quando sono tornata a casa.
Dopo aver riflettuto abbastanza, ho ritenuto che anche il mio gatto preferito dovesse godere dello stesso trattamento riservato di buon’ora alle mucche. Così, mentre l’ignaro felino era teneramente acciambellato sulle mie gambe, ho segnato divinamente anche lui e allora sì, sono per davvero entrata a pieno titolo nel grande respiro universale.
Sebbene bambina, mi sono sentita parte del passato ancestrale, sospesa tra il remoto e il futuro, cullata dalla dolce brezza che mi sospingeva in avanti, come la vita sempre vuole: andare avanti incontro al futuro, senza mai perdere il contatto sicuro del passato che ci fascia e ci riscalda, anche d’inverno, anche il diciassette di gennaio, quando fuori c’erano i pesci di ghiaccio appesi alle grondaie e si camminava entro i canali scavati nella neve.
Ogni volta che chiudo gli occhi attimi diversi si ricongiungono in tempi diversi e dietro le ciglia storie ed esistenze si rianimano e riprendono il cammino dopo aver a lungo riposato e chiara torna la felicità nell’abitudine onirica.

La bellezza della Fede e dei riti antichi. Quanto abbiamo perso noi che crediamo di essere evoluti, legati a piaceri effimeri che generano solo altri piaceri che non soddisfano. Il mondo ed i riti contadini ci insegnano che la serenità risiede nell’ascolto della natura e degli antichi saperi
È il mondo che tanto amava Pier Paolo Pasolini…ma quando i contadini scompariranno e già sono scomparsi di fatto, forse resteranno solo pochi ricordi lontani e secondo il grande poeta qualcosa si perde per sempre irrimediabilmente…