La poesia di Maria
di Maria Matani
Ricordi distesi
In quei luoghi assolati o ombrosi,
a seconda della temperatura mia interna,
distendo i miei ricordi,
fino a rianimarli, per poi richiuderli
nelle loro custodie naturali,
sacchetti intessuti di fili umani,
strappati alle intemperie del tempo.
Se chiudo gli occhi ti rivedo, tu sei lì e in un attimo ti fai piccola fino a confonderti con il resto, con il tutto, che nell’insieme forma quello che vivevo di giorno e sognavo di notte.
Ricordo. Come io faccia a ricordare particolari, così tanti distanti dalla mia persona e così altrettanto lontani nel tempo, non mi è dato sapere; io mi interrogo, ma nessuna risposta arriva, allora lascio che i ricordi mi piovano addosso e li assaporo uno ad uno come acini d’uva biondi staccati da un vigneto biologico.
Gli attraversamenti dei fiumi hanno rappresentato per me una sorta di iniziazione alla vita adulta. Il mio paese, come i tanti dislocati lungo le vallate appenniniche, per sua natura geologica si nutre di colline, alture, rilievi , vallate, canaloni, gole e naturalmente corsi d’acqua ad andamento torrentizio, alternando piene violente a portate limitate o addirittura nulle.
Il primo attraversamento di fiume in solitaria, stampato nella mia memoria risale ai miei dieci anni compiuti. Avevo ultimato la scuola elementare e fui dai miei familiari autorizzata a recarmi − seguendo una strada comunale sterrata e percorribile ai tempi solo a piedi − dalla frazione dove abitavo, al nostro Comune di residenza. A guardarlo adesso, un piccolo borgo, ma allora ai miei occhi, posso assicurare mi sembrava una metropoli. All’ingresso strade ampie e asfaltate percorse da rare macchine e sconosciuti postali, piazze e piazzette affollate da perdigiorno e persone frettolose che ben sapevano dove dirigersi e cosa fare; strade, stradine, sottopassi acciottolati, finestre spalancate, usci socchiusi e in questo intreccio di elementi, in predominanza inanimati, una bambina va, va senza zainetto e senza soldi, il solo fazzoletto di stoffa pulito e ben riposto nella tasca del vestitino della festa, era tutto ciò di cui abbisognava. Passi leggeri e svelti, la bimba andava. Io andavo.
Mi muovevo frettolosa, spinta non dall’urgenza, bensì dalla premura di indovinare il percorso esatto che avevo fatto solo poche volte a fianco di mia madre. Dovevo recarmi dalla sarta per misurare il mio vestitino autunnale, quello che mi avrebbe accompagnata già dal primo ottobre a scuola, nella mia nuova scuola − sarei entrata a frequentare la prima media e per giunta in città, la provincia − quello era il mio compito, cercare la casa di Teresa in quel dedalo di stradine che non aveva nessun odore familiare. Sì, potevo farcela, la motivazione era giusta e la fiducia piena.
Toc-toc, la porta dolcemente si è aperta e un viso di giovane donna, umile, dimessa e oculata è apparsa e ha spiato oltre le mie spalle e senza nulla aggiungere mi ha fatto entrare nella stanza che sapeva di stoffe; ha cercato il mio gonnino blu e camicetta rosa, i tessuti che ben ricordavo aver scelto con cura e, con il tocco delicato, tipico delle sarte abituate a portare avanti in proprio la loro attività, mi ha infilato sopra la sottanina, che di prassi anche d’estate indossavo, l’abito sei telini confezionato su misura. Spillini infilati a segnare le larghezze in vita e sui fianchi quasi inesistenti li ha resa giusta. Ora fasciava morbidamente le mie ossa, mentre il rosa della camicetta sorrideva sul mio viso, che rimaneva vergognosamente serio, dall’altra parte dello specchio.
Sono uscita dalla casa di Teresa senza fare rumore, con passo leggero con i mie piedi magri e dal sole colorati, chiusi per metà dentro i sandaletti in plastica blu oltremare, che in nessun mare si erano mai bagnati.
Le vie del paese percorse in salita, ora in discesa correvano dinanzi a me e senza incrociare sguardi, senza soffermarmi curiosa davanti a botteghe di genere alimentari, speziale, panettiere, tabacchi; l’ignota bambina passava inosservata e in un baleno è uscita dall’immenso paese e si è ritrovata in fondo alla collina. Ero a casa! Respiravo già l’aria di casa.
Con perizia ho attraversato il torrente, che a fine estate aveva una portata scarsa e di lì la salita mi spingeva su fino a casa. Alberi, vigneti, campi di grano mietuti e lasciati come pascolo alle pecore, prati adibiti a foraggio, l’ultimo della stagione. Forte sentivo il profumo di casa, tutto quello che volevo era tornare a casa. Un attimo ancora e, sulle campane a distesa che suonavano mezzogiorno, salivo le scale.
Casa!

Un racconto che permette al lettore di immergersi all’interno dei ricordi dell’autrice, permettendo di immaginarli secondo il proprio vissuto. Unisce le emozioni alle sensazioni legate alla parola “casa”, un termine che coinvolge l’intera vita dell’essere umano, perciò imprescindibile da esso.
In questa domenica l’autrice decide di regalare un dono immenso: il significato di un qualcosa talmente intimo che l’ha resa ciò che è!
Grazie 💚
Un grazie vero alla giovane lettrice, custode e testimone futura dei miei luoghi del cuore che appartengono per nascita anche a lei.
Ma quanta malinconia c’è nei ricordi? E quanto stupore quando li riportiamo alla memoria associandoli agli stessi di un momento attuale? Maria ci offre la sintesi dei ricordi di ognuno in quanto accade nei suoi e tutti noi siamo con lei ad attraversare ciascuno il suo fiume….
…Ciascuno il suo fiume.
Il fascino del fiume, quel continuo scorrere rimanendo immobili, come la vita 💙