La poesia di Maria
di Maria Matani
Quando due occhi
si sgranano gioiosi
non serve dirsi alcuna cosa;
schegge di colore
ti riscaldano il cuore
come al mare
in un giorno di sole.
Incomunicabilità
Raccontami ancora di quella storia, quella in cui un cieco parla ad un sordo e un sordo scrive ad un cieco.
Vita, oh vita! Oltre a tutte le forme più organizzate, oltre ai sistemi di struttura, oltre alla flora, alla fauna, tu sei comunicazione.
La caratteristica che la vita definisce e la sostanzia non è la sua capacità di riproduzione, ma la comunicazione, intesa come risposta e adattamento all’ambiente esterno. Tali risposte diventano sempre più articolate in relazione alla complessità evolutiva.
I messaggi che intercorrono tra il singolo e l’ambiente esterno o anche tra il singolo e individui della stessa specie, possono essere di natura non verbale, come messaggi chimico-fisici, messaggi olfattivi, gestuali e tanti altri ancora.
Discorso più complesso vale per l’uomo per il quale affermarsi sulla Terra è stato necessario, per ovvi motivi, praticare la vita di gruppo, che ha stimolato all’interno della specie, l’evoluzione di specifiche e funzionali risorse comunicative con i propri simili, a cominciare dai segnali corporei: riso, pianto, espressioni facciali – a cui concorrono la bellezza di ben cinquanta muscoli – e gestuali, soprattutto delle mani, fino ad arrivare al linguaggio verbale, simbolico e formale.
Il bisogno di comunicare è divenuto tanto totalizzante, quanto fuorviante. Essere ascoltati dai propri simili è una esigenza vitale, pari al nutrirsi. Per tale motivo comunicare si carica di una valenza etica. Attraverso la situazione discorsiva i dialoganti assumono uguaglianza all’interno della comunità democratica e l’essere umano trova così la propria realizzazione, posto che l’uomo ha sviluppato la forma verbale più evolutivamente complessa. Comunicare permette di uscire dalla solitudine ed aprirsi alla partecipazione sociale.
Ma come sempre le cose non sono mai semplici, mai lineari. La buona comunicazione è un fiore d’alta quota, delicato e difficile da raggiungere.
Ora ti racconto di quella storia, quella in cui un cieco parla a un sordo e un sordo scrive a un cieco. Ci ritroviamo in coppia, in piccoli o grandi gruppi e l’aria si riempie di suoni, parole che escono da una emittente indirizzate a un ricevente, ma basta una piccola corrente d’aria, un ambiente chiassoso, un disordine imperante, una folla anonima, che la trasmissione perde la sua bontà, scema, s’interrompe.
Ciò che è sottile è incomunicabile, ciò che è grossolano non riesce a passare. A volte pare, addirittura, che parlare renda più ingarbugliato il vivere quotidiano. Meglio un sano, eloquente silenzio.
Il nostro mondo interiore a volte è leggero come piuma, chiaro come nuvole rosee al tramonto d’estate; altre volte si fa pesante come iceberg galleggianti all’orizzonte. Se è difficile comunicare con le parole la bellezza, tanto più difficoltoso diventa comunicare la pesantezza, la drammaticità, il dolore stratificato tra le ferite aperte, tormenti aggrovigliati in cento pieghe a costituire il cheloide cicatriziale.
Ciascuno è un mondo diverso dall’altro, si parla, si usano parole precise più o meno, ma come è possibile trasferire all’altro tutto il bello e tutto il brutto percepito? La nostra soggettività ci rende unici ed è proprio la nostra unicità che ci approssima all’incomunicabilità. Ti parlo, ti dico, ti racconto e tu mi riporti, mi descrivi, mi esponi: cadono veli, ma nell’area di mezzo, lontani da te e lontani da me.
Siamo soli, le parole non ci aiutano, le frasi ci ingabbiano, i pensieri non trovano la giusta traduzione, i gesti potrebbero essere frantesi, le azioni generare equivoci; i movimenti sono solo relativamente ben effettuati e altrettanto relativamente ben percepiti; il tono della voce potrebbe risentire di una cattiva acustica, la postura essere fuorviata da lievi, finanche impercettibili alterazioni muscolo-scheletriche.
Se vogliamo realmente trasmettere ciò che il nostro involucro custodisce, allora, non ci resta che restare in silenzio e comunicare esclusivamente con gli occhi. Le pupille, sì, affidiamoci beatamente alle semplici aperture circolari posizionate al centro dell’iride che permettono alla luce di penetrarvi. Esse si dilatano quando sono “colpite” da una persona da noi ritenuta attraente, interessante, vera, degna di essere percepita e il tutto avviene in maniera autonoma, distante dalla nostra volontà, ma ad opera di una sostanza, la dopamina, un ormone rilasciato dal cervello che provoca, appunto, la dilatazione della pupilla.
E allora, ecco svelata la veridicità dell’affermazione, Gli occhi non sanno mentire, ed ecco rivelata astrattamente la forma comunicativa più veritiera.
Due occhi ci dicono tanto, ma tanto di più di una montagna di parole.
Dimenticavo l’essenziale, tra gli occhi che si guardano non va in nessuna maniera, assolutamente interposto mai alcun schermo tecnologico, per quanto di ultima generazione esso sia, la naturalezza mal sopporta la tecnologia.

Taciti sguardi. È tutto qui il mistero. Comunicazione non verbale, direbbero gli studiosi. Capacità umana di riconoscersi solo da un incontro di occhi e il miracolo si compie di nuovo
Barriera e possibilità: due idee che, strano a dirsi, rendono speciale quella conversazione all’interno della quale esse si ritrovano. E la specialità é nella crescita, unica cosa possibile perché fondamento e fine ultimo della comunicazione.
Tutto poi viene in aiuto: il corpo sa parlare e lo fa talmente bene da rendere ponti quelle barriere fatte di parole a volte sconnesse ma di cui ci si serve per manifestarsi.