La poesia di Maria

La poesia di Maria

Meraviglia

Abito in casa con una avveduta signorina attempata,

quando esco i suoi occhiali fotocromatici m’impresta

e sull’uscio mi tempesta d’indossarli anche col buio pesto.

Le loro lenti rotonde, come ruote di carro sono,

veloci rotolano sulle brutture del mondo,

mentre alle dolci meraviglie corrono incontro.

La meraviglia si cela negli occhi del gatto che tenta l’agguato,

nel melo che in una notte è sbocciato e di rosa si è adornato,

nel nido della rondine con i piccoli sotto il cornicione affacciati.

Meraviglia è un treno che viaggia in giro tondo,

va a spasso con il mondo e poi nella vigilia delle ricorrenze

a te ritorna con una valigia a doppio fondo,

dove nascoste son tutte le meraviglie del mondo.

 

Chicchi di meraviglia… 

sospesi tra mirmecologia e Poesia

Meraviglia! Voglio continuare a guardare il mondo con meraviglia, voglio continuare a guardarlo con gli stessi occhi incantati e meravigliati di allora, di sempre. Voglio allargare le mie pupille all’imbrunire e le voglio restringere al sole di mezzogiorno; scorgere tra le ciglia calate sulle palpebre socchiuse, come tende sui balconi bruciati dal solleone e non perdere neppure una delle infinite meraviglie che rotolando si manifestano e ai miei piedi sopraggiungono. 

Quante volte sono rimasta in ozio a mirare la fila nera delle formiche lente, eppur veloci, laboriose, che saggiamente si recavano al loro granaio di fortuna, pochi chicchi abbandonati sulla strada sterrata. Attentamente ho scrutato ogni particolare, ciascun  operaia, senza perdere la velocità, usciva appena dalla fila, si caricava un chicco esagerato e lesta ripartiva sulla strada del ritorno. Il moto, solo all’apparenza caotico, in realtà si manteneva coordinato, sempre strutturato e finalizzato al bene e alla sopravvivenza non solo del singolo individuo, ma dell’intera colonia.Teste contro addomi, file serrate e veloci.  Quanto sforzo nel sollevare quei pesi di tanto superiori alla loro stessa massa, in un equilibrio talvolta instabile, ma sempre coraggiosamente portato fino all’ingresso del formicaio, per scomparire poi, passando attraverso la piccola montagnola di terreno e residui vegetali ad arte sbriciolati come formaggio grattugiato, per perdersi, inghiottite, entro camere e tunnel sotterranei.

Silenziosa sono rimasta ad osservare l’andirivieni laborioso, una fucina, una bocca di miniera, una stazione adibita a viventi a sei zampe su corpo snodato e testa sviluppata da antenne sormontate, minuscole signorine in bicicletta sulla strada del lavoro, senza salario e senza padrone. La vostra vita all’esterno l’ho contemplata assai bene e assai a lungo, quella sotterranea l’ho vista solo con gli occhi della fantasia prima e poi attraverso le tecnologie più disparate, come l’analisi dei gas a raggi infrarossi, che è riuscita a dimostrare come l’unica porta a noi visibile, in realtà conduce in un nido fatto di pozzetti, camere e gallerie, interconnessi tra loro e dislocati a diversi livelli, proprio come gli appartamenti di un enorme edificio. In questo nido super tecnologico le colonie di formiche dal punto di vista comportamentale si esprimono come un unico organismo: un “superorganismo”.  

Formiche, chissà se così prese dalle vostre attività, vi siete mai accorte della mia presenza oziosa. Siete state il mio passatempo estivo, vi spiavo mentre andavate a rubare chicchi di mais stesi sopra ai grandi teli sulle aie al sole, prima di essere riposti nel granaio degli umani, assicurandoli così a una lunga e naturale conservazione. Vi ho visto anche prendere carichi enormi a coppie – come due bravi compagni di lavoro quando in assenza di macchine i super pesi venivano caricati sulle quattro braccia umane – e poi camminare in obliquo, in uno stato di estrema fatica che rasentava lo stremo, ma sempre alla fine, il bottino entrava attraverso l’ingresso oscuro, quella che immetteva nei vostri granai “personalissimi”, a chissà quanti metri al di sotto di quelli umani, ma non per questo meno salubri, aerati e asciutti.

Dall’ora chissà quante generazioni di formiche si sono susseguite sull’aia oramai abbandonata.  Considerando che la vita media di una formica operaia è stimata in meno di due anni, possiamo, senza tema di errori, calcolare che se ne saranno succedute circa trenta, un numero certamente esorbitante rapportato a quello esiguo delle generazioni di noi esseri bipedi.

Nel frattempo sono scomparse discendenze da una parte e dall’altra, è scomparso il mais steso ad asciugare ed è scomparso anche il grano. Di chicchi abbandonati sulle vie sterrate non se ne trovano più e l’aia ha mutato la sua destinazione d’uso, ma voi, Imenotteri, inventori dell’agricoltura ancor milioni prima di noi umani, che in fitte schiere tagliate con le mandibole le foglie dagli alberi e poi frammentate le trascinate nelle vostre camere sotterranee per sistemarle, alfine, a guisa di letti su cui seminare i funghi che nutriranno l’intera colonia, voi siete ancora lì, custodi fedeli delle civiltà agricole antiche, osservanti di Gea, simbolo della procreazione e di Demetra, dea del grano, dell’agricoltura, della terra verde e artefice del ciclo delle stagioni.

Meraviglia, la meraviglia non si manifesta tra i grattaceli, la meraviglia si nasconde tra i piccoli intriganti beni mortali, materia vitale. La meraviglia si appalesa astrattamente, a chi sa guardare,  tra le pieghe cicliche di questo tempo fatto di morte e rinascita.

2 pensieri su “La poesia di Maria

  1. La meraviglia è il mondo, ma la vediamo solo se qualcuno ci offre gli occhiali adatti e se siamo così umili da accettare il regalo del gatto

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