La poesia di Maria

La poesia di Maria

di Maria Matani

Mirabile uovo

Custodisciti, potenza di un uovo!

Custodisciti ché forte sei,

ma l’involucro tuo è trasparente

e fragile come vetro soffiato.

 

Donna

Donna, sono nata donna, anzi, femmina. Da subito ho capito cosa da me tutti si aspettavano, grazia e rispetto, accudimento e riconoscenza, temperamento e sottomissione. Sono stata donna-bambina; un passo più in là, donna-signorina; donna-sposa; donna-madre; donna-nonna. Sono stata tutte le donne anche senza esserlo.

Sono madre di me stessa, madre di mia madre, madre di tutte le madri che hanno popolato il mondo, allattato, allevato maschi e femmine. Donna, donna matrioska, ognuna ne svela un’altra al suo interno. La mia esistenza persa nella nebbia, le mie radici ancorate sui magici monti popolati di giorno da umani dalla pelle ispessita dal sole e screpolata dal freddo e di notte da streghe e lupi mannari.

Fatiche e fantasmi, tribolazioni e sortilegi, stenti e stregonerie; sono scesa lungo strade sterrate, infangate e innevate, sono scesa con le genti e da sola. Ho attraversato fiumi su ponti di fortuna fatti da tronchi appoggiati su massi; ho risalito viottoli persi nella boscaglia, sono entrata in paesi sconosciuti, in grandi città mai viste prima, infilandomi dalle porte secondarie, costeggiando muri anneriti dal tempo e dai fuochi, scomparendo entro le crepe degli stessi muri, raggiungendo il posto cercato senza leggere le vie, perché sono stata analfabeta. La meta l’ho raggiunta seguendo il mio fiuto sviluppato e selvaggio e, analogamente all’ape bottinatrice che perviene a fatica al campo di Sulla indicatagli dalla compagna con maggiore esperienza, così io, dopo lungo peregrinare sono arrivata in luoghi mai esplorati prima e sempre per una vitale motivazione.  Poi, a missione compiuta, con il cuore in gola, lesta, sono tornata scalza, con la fame nello stomaco e la gioia in petto alla mia casupola di terra e paglia. Pane secco bagnato nel vino e poi stesa,  a cercare il riposo sul giaciglio di foglie di granoturco, felice, stanca, insonne e incredula come un guerriero che ha portato a termine la sua missione e se la ripassa nella mente nel silenzio della notte.  Donna, prima dell’alba, fissa nella tua testa la strada percorsa, perché ora sarai tu l’ape erudita che dovrà, al bisogno, trasferire la sua conoscenza a chissà quale altra ignara ed intrepida risolutrice di vitali problemi.

Le valli cantano, i torrenti suonano, le vette fischiano e tutti raccontano le storie, la tua storia donna, di quando avevi il colore della terra, di quando ti svegliavi all’alba e prendevi tra le braccia i tuoi mestieri lasciati aperti la sera e con loro vivevi la tua vita fuori dal calendario giornaliero, ma dentro quello stagionale. La neve ti teneva un po’ al riparo, ma non per sempre e non per tutto. Durante le ore centrali di luce scavavi cunicoli, cercavi legna, acqua da bere. La neve ti permetteva di riscaldarti, ma prima ti costringeva a raffreddarti, donna!

 Donna non dire che non ti ricordi, perché io mi ricordo. Una voce mi racconta come una nenia, come una favola che attraversa le mie ossa e mi narra la tua storia, la mia storia. Donna, tu non piangevi, non c’era tempo per piangere, non c’era luogo per piangere, non c’erano aspettative disattese da piangere. La vita scorreva su un presente, piano inclinato in salita, senza traguardi; il solo traguardo possibile era il domani come l’oggi, stesso piano inclinato in salita. 

Donna, donna senza belletti, donna senza profumi; il vestito più bello te lo concedevi la domenica, quello tessuto a otto licci con motivi a rilievo delicati e femminili, lavorato al telaio nelle lunghe serate invernali, alla luce fioca di una lume ad olio e poi tinto con parti di foglie, cortecce e radici sapientemente mescolati, sì da ottenere i rossi e i gialli  come la tua giovane età reclamava.

A primavera, nel tuo vestito della festa, come un arcobaleno, profumata di ginestra,  rosa selvatica e viole, i fiori che incontravi sulla strada, correvi incontro ai tuoi sogni. Sognavi sì, in primavera tutto il mondo sognava. Gli uccelli intonavano melodie fin dall’alba, imperiosa e vittoriosa forza della specie ammantata e mimetizzata dai dolci richiami all’amore. A coppie i passeri, le gazze, le rondini sfrecciavano veloci e indaffarati nel cielo azzurro nell’allestimento del nido e tu donna, anche tu in quegli istanti hai sognato astrattamente il tuo nido. I tuoi sogni correvano al tuo fianco più forte di te e si coloravano di tinte più rosee del tuo vestito otto licci-robbia e,  parimenti agli uccelli, anche tu, volavi incontro all’amore, del tutto ignara che nel tuo petto il cuore era stretto non dal corsetto, ma da un signore più potente del padre-padrone, che ti faceva innamorare quando lui voleva e lui, il signore che regola la vita e le vite sulla terra, voleva che tu ti innamorassi perdutamente a primavera.  A tua insaputa ti cospargeva  di aria intrisa di polvere amorosa che scendeva sul viso e sugli occhi, che si illuminavano, si dilatavano, fino a farti scambiare lucciole per stelle, uomini per principi.

Donna ti sei addormentata credendo di amare e ti sei svegliata amando davvero. Donna quante generazioni da quel dì hai procreato? Tutte le hai amate; l’amore più grande il latte che hai donato.

Un pensiero su “La poesia di Maria

  1. Uovo come principio della vita, prezioso perché custode, fragile per antonomasia. L’eternità in pochi versi

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