La poesia di Maria

La poesia di Maria

Pazienza

di Maria Matani

Pazienza, sibilò il vecchio abete,

la neve mi spezza il ramo più tenero,

ma tutto il resto è vivo.

Pazienza, domani la neve cesserà

e il vento si alzerà

e mi scrollerà di dosso il peso

e forse, se un colpo forte si abbatterà,

il ramo più cascante via si porterà.

Pazienza, tanti rami attaccati al tronco

ancora avrò.

Primavera poi tornerà

e altre gemme accrescerò

e lentamente di un nuovo braccio

mi doterò.

 

La pazienza

La bella “Virtù eroica”, come definita da Giacomo Leopardi, della quale abbiamo sempre più bisogno, in questo periodo storico si affievolisce sempre più. 

Chi ricorda, che pazienza è la nascita di un amore, il riconoscimento del proprio lavoro, la crescita degli alberi, l’incremento di un pizzo all’uncinetto, l’allungamento del tessuto al telaio? Pazienza è la dischiusa delle uova covate dalla chioccia, pazienza è la preparazione di un esame universitario.

La pazienza è tinta di dubbio e il dubbio ci destabilizza perché annienta le nostre certezze, generando ansia e logorio che stanca mente e muscoli. Con il tempo e l’esperienza, però, s’impara ad avere pazienza. Perché, se è vero che la nostra mente riposa su comode certezze, è altrettanto vero che non si può essere mai certi di nulla, giacché esiste sempre un margine d’incertezza. Detto ciò, è facile affermare che il primo consiglio per sfuggire al morso dell’impazienza è quello di focalizzarsi sul presente, sfruttare al meglio il momento che stiamo vivendo, per costruire le basi che necessariamente porteranno dei risultati. Dolce è il frutto della pazienza, così affermava Jean Jacques Rousseau.

Nel frattempo che aspettiamo un amico che non arriva, un concorso da superare, un amore che tarda a tornare, possiamo dare senso al tempo che passa. Con fantasia e creatività riempiamo il tempo che scorre tra le nostre dita delle belle cose celate entro l’intervallo, apparentemente inutile, compreso tra due attimi voluti e cercati: il sorriso di uno sconosciuto che ti passa accanto, gli occhi languidi di un cane randagio che ti annusa, una rondine che ti sfreccia al tramonto sopra il capo, il profumo del pane appena sfornato nella mattina uggiosa. Il fine non è raggiungere la meta, ma tutta l’esperienza che fai, tutta la vita che incontri durante il tuo percorso, concreto o chimerico.

Non si può dire a un ciliegio di sbrigarsi a maturare i suoi frutti; nessuno può ordinare a un bocciolo, domattina fatti trovare bello e sbocciato; nessun presidente può esigere, voglio l’estate a colazione. Fino a quando si resta all’interno del flusso del tempo, è facile vivere in pazienza, dentro il tempo del tempo non ci sono esigenze bislacche e sospette, c’è una serena accettazione dell’attimo scandito dal sole che tutto regola e regala, le placide stagioni che sfumano l’una nell’altra senza impazienza. Nel sole tutto matura a suo tempo e con il tempo necessario per ogni cosa.

Il sole ci risveglia, ci rigenera, ci dona il tempo necessario per stancarci nella luce e poi si nasconde dietro i monti, piano, adagio, lasciandoci un pizzico di tempo ancora per concludere il lavoro in corso o il gioco intrapreso e quando finalmente scompare pare sussurrarci, ora vai, torna nella tua tana, riposati e domani riprenderai lì dove hai lasciato. Il sole, grande orologio universale, non ti assilla con ticchettii, non ti sveglia con la violenza del trillo meccanico. Il sole è il grande amico, ti sveglia dolcemente; con il suo primo raggio gentile ti sfiora soavemente le palpebre e t’invita a sollevarti, così come accarezza il pesco e invita i suoi rosei e succosi frutti a maturare.

E allora, voglio addormentarmi con la tapparelle sollevate, voglio attendere il primo raggio di sole che mi sfiora la fronte, voglio aprire gli occhi e intercettare la luce gentile e poi voglio seguirla nella sua passeggiata quotidiana, accompagnarla fino al mezzogiorno imperioso e scendere con lei lentamente verso la sera dolce e riposante, passando attraverso tutte le fasi intermedie del suo impallidire lento, con pazienza, fino all’imbrunire bigio, perlaceo, che sfuma verso il ferrigno della sera, sino ad entrare nel buio conclamato della notte.

E voglio addormentarmi nel buio carico della notte silenziosa e morbida, paziente nel tollerare situazioni avverse, intanto che il mio secondo cervello coadiuva con il primo nel produrre l’ormone del buon umore che ben predispone all’attesa, alla tolleranza e alla costruzione.

Voglio addormentarmi finanche vicino a un gatto che fa le fusa, le cui vibrazioni benefiche rilassano i muscoli, normalizzano la pressione, inducono la produzione di serotonina – l’ormone della felicità –  così da approdare tra le braccia di Morfeo serenamente e, astrattamente, penetrare il mondo dei sogni a colori. Morfeo, Dio del sonno e dei sogni  che liscia i miei pensieri aggrovigliati, sorregge la mia testa su un cuscino di nuvola rosa, pettina i miei capelli con le dita di mano d’angelo, dà luce alle mie pupille dalle palpebre chiuse e nel buio del sonno ristoratore, dipinge prati, boschi, fiumi che si tuffano in mare, nel mare caldo contornato da sabbia color oro, nell’attesa dell’azzurro terso del nuovo giorno che verrà.

Un pensiero su “La poesia di Maria

  1. Nella natura di Maria, la pazienza si accompagna alla certezza che tutto ciò che accade per effetto della natura stessa, è buono. Infatti, l’abete sa che per ogni apparente mancanza, c’è il suo corrispettivo positivo, la natura crea e preserva le sue creature.
    L’abete tornerà a godere di ogni sua parte , anche se appare mutilata.
    La natura non tradisce mai

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