La poesia di Maria

La poesia di Maria

Per chi apre direttamente questo articolo senza sfogliare il blog , un consiglio. Maria Matani va letta insieme al pezzo precedente dove Sami Modiano , tra i pochi che tornarono in Italia vivi dai lager, racconta di “due fette di pane” scambiate attraverso una rete metallica con la sorella che non tirò insieme a lui in Italia

C’era una volta la guerra

Bello sarebbe

fare una guerra virtuale,

senza arsenale, 

senza sottoufficiale obbediente

e con tutti i combattenti assenti.

Col presidente che fa scrivere al suo luogotenente,

gente, riparate tutti i salvagente,

stanotte nella tormenta arrivano da oriente

bambini, donne e nascenti,

accoglieteli sorridenti, 

accoglieteli con le luci e con il pane in mano.

La memoria rende liberi

Oggi, in occasione del Giorno della Memoria appena trascorso, mi piace ricordare La fine e l’inizio, di Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, questa accorata poesia ci permette di entrare dentro il territorio devastato dalla guerra e analizzare cosa succede durante, ma soprattutto, cosa accade alla fine di un conflitto.

La devastazione, gli stracci, le porte scardinate, il cumulo di rifiuti sono i prodotti della guerra e, quando cessano le luci delle bombe, sul campo di battaglia scende il buio, buio sulle macerie, sulle rovine del fisico, dell’anima e dei luoghi che si schiudono e per assurdo vengono, inevitabilmente, consegnati all’umanità, comprese le generazioni future, in tutta la loro drammaticità.  Devastazioni che ogni essere umano è costretto a vivere, fosse solo attraverso i racconti scritti e orali. Questa drammatica realtà viene tristemente ben descritta nella poesia, La fine e l’inizio, dove la poetessa polacca, che ha attraversato l’orrore del Novecento ed è morta nel 2012, narra una guerra in cammino. 

È una guerra raccontata da un altro punto di vista, una guerra in prospettiva e pertanto molto più incisiva, giacché le ombre nere si allungano su un futuro interminabile. Nei suoi versi abbonda la cronaca di tutte le guerre e sulla costruzione della sua poesia così profonda, ognuno di noi, ancor meglio, ogni potente della Terra dovrebbe riflettere. 

Tra qualche anno non ci saranno più testimoni della Shoah. Saranno spariti i nazisti che perseguitavano gli ebrei, per fortuna, ma non ci saranno più neppure i superstiti del genocidio. L’immensa tragedia dell’Olocausto, che ha colpito quasi l’intera Europa, rendendo i corrispondenti popoli omertosi e complici, lascerà una scia nera e auguriamoci non indefinita nella storia dell’umanità. Non bisogna dimenticare che sono stati rastrellati milioni di Ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici, convogliati nei campi dove era praticato lo sterminio sistematico e attuata la soluzione finale. Impossibile dimenticare e neppure ridurre il tutto al giorno della memoria, un solo giorno l’anno.

L’antisemitismo, sebbene nell’Italia dell’allora Stato laico di Savoia, non esistesse, si è innestato all’interno della società italiana, delineando persecutori e perseguitati come parte integrante della stessa società, poi un brutto giorno, i primi decisero che i secondi non potevano insegnare, non potevano imparare, fare impresa, lavorare, possedere una casa, dei terreni, non potevano unirsi in matrimoni misti.

Piano piano, eppur celermente, anche la nostra Italia scivolò entro l’incubo delle Leggi Razziali e, quando nel 1938 furono promulgate ed applicate, la maggioranza degli italiani non capiva o se capiva taceva. Gli intellettuali non reagirono nella maniera dovuta, forse a causa della fortissima propaganda di regime, forse a causa dell’utilizzo dei nuovi e massicci mezzi di comunicazione di massa, come la radio e il cinema, che soggiogarono con il loro progresso tecnologico la società tutta, supportata dall’emergente movimento   Futurista, da cui il fascismo attingeva giorno dopo giorno intestandosi progresso e velocità, stordendo le masse e lasciandole in uno stato di sudditanza. Sarà stato il fenomeno  dell’urbanizzazione che rendeva ciechi, la modernizzazione e il mito della velocità che rendeva tronfi gli italiani, incapaci di riflettere in maniera critica, sarà che le piccole conquiste coloniali facevano sentire gli italiani orgogliosi di sedersi al tavolo delle grandi potenze, rendendo orgogliosi gli stessi ebrei, al punto da trascurare tutto il resto, sarà che il provvedimento riguardava un italiano su mille, giacché tale era la percentuale degli ebrei in Italia, ma sicuramente, le innumerevoli cause elencate ed altre ancora, hanno svolto un ruolo decisamente avverso.

Intanto gli effetti delle Leggi razziali si abbattevano come una nube tossica su compagni di scuola, compagni di lavoro, vicini di casa, amici, conoscenti. E come in tutti gli eventi riprovevoli, i colpevoli non sono solo quelli che agiscono, ma anche quelli che non agiscono, quelli che non vigilano, gli omertosi. 

Noi, uomini e donne del duemila, a quasi un secolo di distanza da quegli eventi, non vogliamo limitarci a portare in scena questa piccola recita solo il ventisette di gennaio, vogliamo capire bene fino in fondo e porci a una giusta distanza rispetto ai fanatici e agli opportunisti. Vogliamo essere presenti davanti agli eventi e non ombre sfuggenti, vogliamo ricordare il passato per non perdere il futuro e, come afferma Liliana Segre, vogliamo ricordare, perché  “La memoria rende liberi”.

Un pensiero su “La poesia di Maria

  1. Riflettiamo sulla luce della ragione che non va mai spenta e sul pane che cibo eterno dell’uomo. Non dimentichiamo.

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