La poesia di Maria

La poesia di Maria

Il tempo dell’attesa

Il tempo dell’attesa

scorre lento e frettoloso,

gioioso e pensieroso;

il tempo dell’attesa è delizioso.

Il tempo dell’attesa è verde,

anche quando è rosa.

 

Breve storia di un tredici anomalo

Chi ha tempo non aspetti tempo, così recitava un vecchio adagio appreso per la prima volta dalla voce della mia cara nonna e poi ripetutomi nelle giuste dosi, nel breve, seppur relativamente lungo tempo che la sorte mi ha fatto dono della sua vita generosamente condivisa con la mia. Sì, il tempo è relativo, è sempre astrattamente relativo; malgrado i tanti congegni misuratori, orologi elettronici ed atomici, il tempo continua ad arrogarsi la sua vigliacca autonomia, corre, scappa quando vorremmo che più indugiasse e di contro langue, strascica, lasciando lunghe ombre nere che sembra non vogliano mai sparire.

Sembra ieri che ho vissuto i miei tredici anni. Me li ricordo tutti distintamente i miei anni, ognuno per una loro specialità, caratteristica, attributo, ma ieri mattina, in macchina – i pensieri più fantasiosamente concreti affiorano durante i miei viaggi in macchina – ho afferrato il numero tredici, ma non come numero in sé, ma come pronuncia del numero dato. Fino a quella età ero incapace di pronunciare la erre accoppiata ad altre consonanti. Mentre pronunciavo benissimo i termini, rosa, rima, cara, ero impacciata nell’articolare perfettamente, tigre, segreto e… tredici per l’appunto.

L’adolescenza, si sa, è un periodo vulnerabile della nostra vita, da un lato vorremmo essere unici e dagli adulti riconosciuti e apprezzati per e nella nostra tipicità, mentre dall’altro sentiamo l’esigenza vitale di uniformarci, fino a scomparire nell’anonima folla dei coetanei, finendo con l’adottare comportamenti acritici e passivi assunti dalla maggioranza e precipitando in una spasmodica ricerca di conferme ed approvazioni da parte del gruppo dei pari. 

Ora, in questa fase di fragilità ed esasperata identità collettiva, io vivevo la piccola e grande difficoltà di non saper dire la mia età. Ieri, come ho detto, mi sono ricordata di aver letteralmente saltato un anno della mia esistenza, il tredicesimo per l’appunto! A tutti coloro che mi chiedevano quanti anni avessi, ed erano in tanti in quel periodo a chiedermelo solo per il gusto di sentire la mia erre stropicciata, io ho risposto dodici fino ai tredici abbondantemente compiuti, per poi approdare direttamente a quattordici, pur di non manifestare alle compagne mie più grandi la mia insicurezza. 

Succedeva anche questo, sì, succedeva e io ci perdevo pure gran parte del mio tempo migliore per cercare soluzioni. In quel tempo mi sono ricordata che, quando ero molto più piccola di allora, mio nonno, che per primo aveva notato la mia difficoltà, aveva cercato di insegnarmi come dire bene la erre, ricordavo mi aveva detto che la lingua doveva vibrare contro i denti davanti; anche la mamma aveva tentato di farmi esercitare in questo gioco, che per tutti era semplice, ma a me non riusciva. Mio padre, osservando i miei turbamenti, concluse che non c’era da preoccuparsi, perché ero troppo piccola e tutto si sarebbe aggiustato durante l’età scolare. Oh, quante cose succedono sulle teste dei bimbi! E mentre adulti frettolosi, distratti, ansiosi, sereni, dicono parole ed esprimono pareri, quasi che il minore non ci fosse, in realtà il piccolo c’è, ascolta, capisce e reagisce e una parola, una sola parola, può aprirgli una voragine o di contro rendergli un arcobaleno.

Da quell’accadimento in poi, ho vissuto anni in assoluta tranquillità, ho frequentato la mia scuola primaria, che all’epoca fortunatamente si chiamava elementare, in perfetta sintonia, apprendevo, elaboravo, ripetevo; sono approdata alla scuola media e nessuna nube all’orizzonte. Ho  compiuto sette, otto, nove, dieci, undici, dodici anni e tac, al tredicesimo il problema è riesploso, riesploso sul numero tredici della mia bella età.

È stato allora, durante i lunghi pomeriggi, lontana dalle mie compagne, in assoluta solitudine che, invece di giocare, correre, saltare, m’impegnavo a produrre un suono pulito frutto della ti con la erre e ho capito in un istante, ciò che non avevo capito in anni.  Non dovevo affrettarmi a pronunciare le due consonanti, perché in tal modo l’una si accavallava sull’altra, dovevo leggermente distanziarle, dare loro il giusto riconoscimento. Ad entrambe la loro autonomia. In un lampo operai uno straordinario intervento chirurgico di separazione definitiva delle mie consonanti siamesi. Tutto qua. Ad entrambe, ad entrambe la loro autonomia fonetica e allora, tredici, tredici, tredici, avrei voluto restare eternamente sul tredici, solo per dirlo ancora e sempre.

Brava, brava, brava! Avrei atteso il ventitrè…

3 pensieri su “La poesia di Maria

  1. La fretta degli adulti e la lentezza dei piccoli. Gli adulti subiscono il mondo, i piccoli lo vivono. Gli adulti hanno delle aspettative sui piccoli che essi non comprendono e non condividono salvo poi, stupire tutti. Magari con una bella linguaccia

  2. Maria, sei proprio brava. In te noto una felice scelta del linguaggio, l’ uso appropriato delle metafore, un periodare sciolto e avvincente e profondità di pensieri e concetti

  3. È proprio vero il tempo dell’attesa, ci vuole pazienza e lavoro per arrivare dove vogliamo arrivare. Brava Maria come sempre ci hai catapultati nel tuo mondo dei ricordi che assomigliano un poco a tutti noi. 💫

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