La poesia che ci strapazza

La poesia che ci strapazza

di Maria Matani

Genesi di una poesia

Poesia, tu afferri la mia mano ad ogni ora

e a forza sul foglio la trascini

a porre in fila segni scomposti, ripetuti,

non voluti, non soppesati, né cercati.

Poesia, tu mi possiedi, mi strapazzi,

mi togli il sonno e poi mi abbandoni,

prima esausta e poi abile a rientrare

fortunosamente nel flusso del quotidiano fare.

Ancora poesia

Ti ho incontrata da piccina, quando tutto attorno a me sembrava alto, sconfinato, profondamente immenso, come il sussidiario dentro la cartella di finta pelle, i sei colori Giotto custoditi nella scatoletta di cartone, la mia penna dai multipli colori di marca tedesca che maneggiavo con perizia da neofita. Con il rosso scrivevo il titolo, con il blu le strofe e il verde lo usavo per racchiudere il tutto in una cornice. Il bello mi cercava e io rispondevo al suo richiamo.

Poesia ti ho letta tante volte a voce alta, a quaderno aperto, poi a quaderno accostato leggevo i tuoi versi nella mia mente, a bocca chiusa, aggrappandomi  alle righe, ai colori e alla cornice; mi soffermavo sulla parola mancante cercandola come si cerca un quadrifoglio sul prato sconfinato e quando la scala musicale era completa, all’aperto, i versi più belli scritti da qualcuno per me, li cantavo nell’aria, L’albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno../ Gennaio mette ai monti la parrucca, Febbraio grandi e piccoli imbacucca…/ O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna …

Ad ogni verso davo un senso, ogni parola la rivestivo, l’ammantavo, la riempivo di realtà, la mia realtà: il melograno fiorito che incontravo sulla strada che mi portava a scuola, la bianca catena dei monti che mi circondavano e che a gennaio non mettevano solo il cappuccio, ma il mantello lungo che si trascinava fino alle porte delle case del mio piccolo Poggio, la cavallina che in stalla storna non era, perché nitriva quando era felice e sapeva di cosa essere felice. Imparavo parole, imparavo significati, immaginavo mondi, mi cullavo nella musicalità delle rime – Dopo la pioggia ritorna il sereno, brilla in cielo l’arcobaleno – prendevo confidenza con la terra che calpestavo e il cielo che mi sovrastava, assimilavo fiducia senza averla incontrata di persona la signora fiducia, ma solo ascoltati i suoi passi e sentito il suo profumo.

Poesia tu mi hai presa per mano e mi hai fatto saltare i fossi, per rincorrere la bellezza di cogliere primule gialle e violette, per farne mazzetti da portare a Colei che nell’aula mi riempiva puntualmente il quaderno di una poesia nuova. 

Sei diventata grande ormai, chissà se vero, gli amici restano sempre bambini, sempre giovani, sempre freschi, sempre belli, sempre forti, sempre coraggiosi. Sì, coraggiosa! Ora per me tu, Poesia, sei soprattutto coraggiosa, prendi ancora la mia mano, mi parli piano e io scrivo per te.

Un pensiero su “La poesia che ci strapazza

  1. Non c’è niente da fare, un poeta è un poeta e basta. Egli si nutre di poesia da bambino, come dice Pascoli nella prosa “Il fanciullino”.
    Maria è sempre stata così, lo dice lei, da bambina. Io lo dico da quando la conosco, da adulta. Una donna permeata dallo stupore per la bellezza delle parole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *