La mia educazione sessuale

La mia educazione sessuale

Una strana somiglianza tra un neonato e un proprietario terriero

 di MARCO VERDECCHIA

PREMESSA I fatti qui narrati sono veri e si svolsero a metà degli anni ’60 del secolo scorso; solo i nomi dei personaggi – insieme a alcune circostanze di minore importanza – sono stati modificati per garantire quel che oggi si chiama privacy e che all’epoca dei fatti che racconto si indicava con il più appropriato termine di pudore.

RACCONTO

– «Oh com’è bello questo piccolo, Lorenzo si chiama? Somiglia tale e quale a Don Lorenzo!».

Tomassino pronunciò quella frase, allungando con delicatezza la sua mano ruvida verso la piccola creatura che Bettina portava in braccio. L’uomo, ormai anziano, aveva i baffoni intrisi della segatura della falegnameria dove lavorava tutto il giorno, ma anche umidi del pessimo vino della cantina di Rusinella dove passava ogni sera, quasi fosse un rito sacro per santificare ogni tramonto. Non sappiamo se gli fu complice l’alcol nel sancire quella imbarazzante somiglianza o se fosse veramente consapevole di toccare un argomento assai scabroso che era stato ampiamente notato, sussurrato, commentato e discusso da molti giorni nelle case, nelle botteghe e nelle cantine di tutto il paese.

Questo Don Lorenzo, a cui il bimbo era sorprendetemene e inequivocabilmente somigliante, era un ricchissimo latifondista in età più che matura e sperperava le sue giornate in un giocoso ozio dentro la sua grande villa, prestigiosa e antica dimora “appoggiata” in cima a una delle ultime colline da cui si potesse, con agio, guardare l’azzurro dell’orizzonte che si rompeva in minima parte solo nelle tenue increspature delle onde che si avvicinavano alla riva; da quel privilegiato punto di osservazione si vedevano bene i anche i maestosi bracci del porto che sembravano porgere le intermittenti lampade rossa e verde ai pescherecci che verso quelle lampade facevano rotta, dopo aver spento le lampare sulla poppa, che per tutta la notte erano state allettante e fatale “specchietto” per le sarde e gli sgombri. E mentre dal terrazzo della sua camera guardava, come quasi ogni mattina, quei lontani scafi con la prua ormai verso terra che presagivano sacrosanto riposo ai marinai dal volto solcato di decennale salsedine, Don Lorenzo ancora si abbottonava la camicia stiratissima e gli restava altresì da tirare con forza sin sopra le spalle, le bretelle nere che avrebbero lavorato tutto il giorno a sorreggere faticosamente il pantalone di lino sotto l’addome deforme che gli nascondeva alla vista tutta la parte inferiore del corpo. A vedere quei puntini bianchi che lentamente solcavano il campo azzurro sotto le colline, l’uomo cercava ispirazione per l’ardua decisione che avrebbe dovuto ineluttabilmente prendere di lì a poco: comunicare alla sua signora, la raffinata e carismatica Donna Maria Vittoria, se egli avesse gradito a pranzo una delicata sogliola alla mugnaia o un più prelibato branzino al limone lentamente cucinato al forno; a quel punto la Nobildonna avrebbe con solerzia adempiuto alla quotidiana e “impegnativa” incombenza di “scendere” nelle cucine per comandare alla cuoca i desideri del capostipite ai cui gusti si sarebbero certamente adeguati anche i figli e le nuore ospitati, come ogni estate, nella lussuosa residenza di Don Lorenzo.

Nei giorni in cui il Destino voleva che si sentisse più magnanimo, Don Lorenzo – non appena le spalline delle bretelle erano ben alloggiate nel punto ottimale delle spalle senza fastidiosi intorcinamenti – abbassava lentamente lo sguardo dal mare verso le colline sottostanti, tenendo fermamente appoggiate le braccia larghe sulla antica balaustra ellenica del suo terrazzo; c’era un punto preciso in cui amava godere ogni mattino dello spettacolo dell’estate, era un tratto particolare del parapetto posto tra due fioriere traboccanti di petunie e begonie. Da quel punto prediletto e con quella inclinazione non troppo impegnativa per il collo, l’uomo d’alto lignaggio poteva ben scorgere i suoi contadini che calcavano le stoppie appena tranciate con in spalla i forconi carichi dei mazzi di raccolto che ammassavano poi con vigore e solerzia sui covoni luccicanti che crescevano rapidamente come misteriose e maestose creature; e si vedevano anche i miti buoi che risalivano i ripidi pendii per riportare in stalla quel che sarebbe stato il loro foraggio per le stagioni successive e, nel trascinare il pesante carico che sovente s’impigliava sulle radici sporgenti degli ulivi secolari, le bestie “fumavano aria” che, uscendo dalle narici sembrava zolfo.

A guardare quelle creature umane o animali che soffrivano sotto il sole, Don Lorenzo si rammentava che alcuni di quei mezzadri lo attendevano, come ogni mattina, sul retro della villa, ciascuno con la sua cesta di prodotti appena recisi dall’orto di quelle campagne. Era infatti costume diffuso, si direbbe quasi obbligo contrattuale, che al Signore e Padrone venisse offerta, ogni mattino, una selezione dei migliori prodotti che quelle sue terre producevano, sicché un rappresentante di ognuna di quelle famiglie di mezzadri si recava di buonora nella villa del loro Signore sopportando in spalla un pesante fardello dove le loro mogli o madri avevano posto in bella mostra ogni sorta di ortaggi, verdure, uova e primizie di frutta. I contadini entravano dal cancello laterale della nobile dimora, quello di servizio, e si allineavano lungo la scala breve e stretta che portava verso le dispense adiacenti alle cucine; in tarda mattinata, dopo una estenuante attesa, vedevano comparire il volto di Don Lorenzo che si apprestava a scendere per la scomoda scala di servizio – comprensibilmente assai annoiato per quella quotidiana incombenza. Alla vista del nobiluomo, i mezzadri si alzavano rispettosamente in piedi, quasi in posizione militare, cercando di non far indovinare all’uomo dal ventre enorme con il pantalone di lino in perenne precario equilibrio, che nella lunga attesa si erano “comodamente” stravaccati sugli scalini cercando un qualche sollievo dal caldo (o, in altre stagioni dal freddo) e dalla fatica pregressa. Il padrone di casa si compiaceva allora di allungare uno sguardo distratto verso ognuna di quelle ceste colme di ogni ben di Dio, e accompagnava ogni “ispezione” con un leggerissimo cenno di assenso del campo, sempre avendo cura di non incrociare mai lo sguardo dei lordi bifolchi né di rivolger loro alcun motto; d’altronde sarebbe stato inutile, visto lo scarso lessico di cui quelle ignoranti creature disponevano; esse non potevano certo rispondere con le locuzioni appropriate, tipo «Troppo buona la Signoria vostra» ovvero «Piaccia a Lor Signori di apprezzare questi modesti doni», sicché quella muta approvazione era ben giustificata dal non voler mettere in imbarazzo quegli ignoranti interlocutori che non avrebbero certo avuto modo di rispondere con parole adeguate; e pertanto si trattava, nella visione di quell’uomo che scendeva lentamente la scalinata, di un atteggiamento pietoso più che superbo.

Finita la rassegna, era consuetudine, da parte di Don Lorenzo volgersi all’indietro e indirizzare un cenno convenzionale – sempre muto – all’inserviente che attendeva sul pianerottolo davanti alla porta; a quel cenno l’uomo in livrea scortava i contadini con i loro pesanti carichi verso le dispense dove pomodori, verze, zucchine e anche i primi frutti della stagione corrente venivano stoccati per poter essere poi preparati e serviti alla nobile famiglia. E poi, rapidamente, i miti e silenziosi mezzadri, che si erano tolti il cappello prima di entrare, indossavano di nuovo il loro sudicio copricapo e filavano via verso il viottolo che portava alle “loro” rispettive terre.

Ma tra quelle creature infelici, condannate a perenne fatica e umiliazione, ce n’era una in particolare che il gran Signore non amava certo far attendere e umiliare. Bettina arrivava alla villa ben più tardi e entrando dal cancello principale – caso del tutto unico per gente della sua speciale razza – e quasi mai doveva bussare agli appartamenti dei servi perché la annunciassero ai padroni; appena la sensuale sagoma della giovane contadina aveva cominciato a muovere i passi sulla fine ghiaietta oltre l’elegante ingresso al sontuoso giardino, Don Lorenzo scendeva per la larga scalinata nel maldestro tentativo di comparire “casualmente” proprio in quell’istante. Salutava allora con inusuale (per lui) cordialità la gradita e umile ospite, aiutandola subito a scendere dalla testa il pesante fardello rappresentato dal cesto di giunco intrecciato dentro cui la donna aveva con cura ordinato i migliori frutti per il suo Signore, e quindi, spingendola con delicatezza estrema a un avambraccio, la invitava a seguirlo verso le folti siepi di bosso che limitavano il piccolo bosco di alberi secolari, in tutto ciò avendo cura di scegliere il percorso più vicino alla dimora ove non sarebbe stato possibile alla gelosissima signora Maria Vittoria intravedere le loro figure neanche affacciandosi dalla finestra di una delle camere. I due allora sparivano per un po’ tra la vegetazione per uscirne “dopo un certo tempo” e in maniera asincrona: prima Bettina che subito guadagnava la via del cancello e, dopo qualche minuto, anche il gran Signore che, chissà perché, appariva più paonazzo di quando aveva incontrato la contadina, sempre assai sudato e con le bretelle molto mal messe sulla camicia di cui si era inficiata di molto, ormai, la perfetta stiratura .

Gli incontri segreti non restarono a lungo tali, se non per l’ingenua nobildonna che prese a considerare come una sana abitudine quelle mattutine assenze del marito che, lei credette, erano dettate unicamente dalla insaziabile voglia di Don Lorenzo di godere dell’aria salubre sotto le grandi querce e i pini secolari, e del campestre camminamento che, da quegli alberi, menava verso il convento dei frati, segnato ai lati da due rigogliosi e altissimi muri di bosso che proteggevano la vista di quei nobili dalla sconveniente visione dei terreni agricoli dentro cui il sentiero si insinuava, nonché dagli sgradevoli miasmi provenienti dal letame che d’estate macerava al sole.

Ma, a differenza di Donna Maria Vittoria, ci furono altre femmine, cui faceva certo difetto la ricchezza ma non l’acuta capacità di osservazione e la malizia d’intuire anche ciò che non fosse palese alla vista. E non si tardò quindi, da parte di molte paesane che in quei paraggi abitavano o transitavano, a sviluppare delle “ovvie” deduzioni sulle inusuali circostanze con cui quelle visite della giovane moglie e contadina si svolgevano. Cominciarono intanto a notare che il cesto con la verdura della moglie di Micuccio – così si chiamava il legittimo marito di Bettina – restava deposto a lungo e sempre in luogo sospetto, lontano dall’ingresso, in pieno sole – si da pregiudicare, tra l’altro, la freschezza di quegli ortaggi e ciò non poteva certo essere trascurato da quella donna che di campagna viveva. A destar sospetto e chiacchiericcio, si aggiungeva l’aspetto inusualmente assai curato con cui la umile mezzadra si presentava in villa e, non ultima, l’osservazione di quanto essa tenesse a esser puntuale in tale servizio non incaricando mai il marito di portare il fardello in quella villa, neanche quando il cesto risultava particolarmente pesante e difficile da trasportare.

E non si fermarono quegli incontri quasi quotidiani neanche nei mesi in cui la veste di Bettina cominciò a scoprire una scollatura sempre più generosa in ragione del fatto che il suo ventre cresceva vistosamente, annunciando una nuova vita e richiedendo sempre più stoffa a coprirlo. Solo negli ultimi mesi di quella dolce attesa, con presumibile rincrescimento del nobiluomo, la giovane sposa dovette restare a casa aspettando di completare il lieto evento, e disattendere quindi quell’impegno a cui aveva fatto fronte per tanto tempo con tanta genuina e spontanea disponibilità.

Quando, infine, dalla modesta catapecchia tra le campagne sotto la grande villa si sentì il primo vagito, fu già la stessa levatrice a notare come  la somiglianza del viso tondo del pargolo con i lineamenti di Don Lorenzo fosse inequivocabile e addirittura imbarazzante, mentre nessun segno di quella fisionomia richiamava, neanche lontanamente, l’ovale smilzo e scavato del volto di Micuccio! Forse l’ostetrica non arrivò neanche a tagliare il cordone ombelicale prima di rivolgere una chiara e, per certi versi, preoccupata occhiata verso le altre due comari che assistevano al parto.

Naturalmente tutto il paese ne fu presto informato e le felicitazioni di rito al povero Micuccio per l’arrivo del primogenito, furono assai fredde e frettolose, arrivando implicitamente a essere una inconfessabile condoglianza per il sospetto comportamento fedifrago della sua consorte.

Di tutti questi avvenimenti e delle relative circostanze, seppi solo in anni successivi, quando presi a osservare anch’io, attraverso i cancelli chiusi della villa, la figura di Don Lorenzo che si aggirava, ormai da solo, lungo i vialetti del suo giardino. Anzi, è assai plausibile che le voci inerenti le peculiari sembianze del neonato contadino fossero giunte fino ai sontuosi saloni della villa, tant’è che Donna Maria Vittoria, comprensibilmente infastidita dai volgari commenti che le furono riferiti, cominciò ad accompagnare il marito in quelle sue passeggiate mattutine e la coppia arrivò a comparire puntualmente anche alla Messa domenicale, cosa che mai si era verificata in precedenza.

Ma mentre gli “ sconcertanti fatti” si verificavano, io non andavo ancora a scuola e venni a sapere solo della inopportuna osservazione di Tomassino sulla “casuale” rassomiglianza tra il pargolo e il gran signore; sebbene non fossi minimamente in grado di comprendere perché mai quel complimento all’aspetto del bambino dovesse risultare “spiacevole”, deducevo dai discorsi degli adulti che si trattava di un evento per molti versi imbarazzante.

Di quella scomoda somiglianza a noi raccontò Cettina qualche giorno dopo che il commento dell’allegro falegname si era diffuso per ogni bottega e per ogni bancarella. Ricordo che mia madre mi teneva per mano, era un giorno di mercato e la piccola piazza, nel cuore della parte più antica del mio paese, brulicava di voci e massaie che si aggiravano tra cesti di pomodori, finocchi e qualche primizia; si ascoltavano ovunque le accese contrattazioni sul prezzo delle fave e delle uova. Cettina parlava a mia madre con voce bassa, ma si vedeva che era eccitata assai; diceva che lei «se lo aspettava che accadesse»: lo avevano notato tutti che la mamma del piccolo Lorenzo andava ogni giorno nella villa di Don Lorenzo con un cesto di frutta fresca in testa trattenendosi, poi, ben oltre il tempo necessario a consegnare quei prodotti del suo orto e del suo frutteto. E poi quella donna la si conosceva come era fatta: sarebbe stata disposta a offrire a Don Lorenzo «qualunque tipo di frutta».

Mentre parlava agitandosi vistosamente, io osservavo il crocifisso d’oro che portava al collo e che sbatteva ripetutamente sulla generosa scollatura del suo giunonico petto; ogni tanto il Cristo sembrava dovesse scomparire nell’immensa fessura tra le poppe traballanti. Per Cettina era ovvio, quindi, che «il piccolo Lorenzo, somiglia tale e quale a Don Lorenzo!». Io non me ne avvidi e non posso darlo per certo, ma è più che probabile che, a quella frase, mia mamma si sia girata un attimo a guardarmi per accertarsi che la mia somiglianza con mio padre fosse del tutto inequivocabile.

Il racconto di Cettina mi aveva molto colpito, ci ripensai per giorni e giorni; forse era stato per i grandi seni che si agitavano e per l’immagine, che dovette sembrarmi sacrilega, del Crocifisso sballottato tra quelle morbidezze semoventi. Forse era stato per il senso misterioso delle sue parole e per quella spiegazione sulla somiglianza del piccolo Lorenzo che non riuscivo a comprendere appieno. Mi tornava in mente, in special modo, quella frase a proposito della frutta che la giovane mamma offriva a Don Lorenzo, «qualunque tipo di frutta» aveva detto Cettina, e aveva allungato le vocali di quel «qualunque» come se desiderasse che la parola durasse il maggior tempo possibile. Ma qual’era questa frutta che una giovane donna poteva offrire? Intorno a casa avevo un pero, un ciliegio, un nespolo e una pianta di cachi, e anche vari alberi di prugne di cui ero ghiotto. Ma il frutto a cui alludeva Cettina doveva essere un altro.

Dopo averci pensato molti giorni, riuscii faticosamente a collegare tutti gli elementi in una maniera che mi apparve improvvisamente assai logica: una nuova vita che era nata, l’immagine della bella contadina, i misteriosi incontri nella villa di Don Lorenzo, il «qualunque» con le vocali lunghissime.

Ebbi allora finalmente una fantastica intuizione, credo sia stata la più grande intuizione della mia vita, davvero un colpo di genio. E fu da quel giorno che abbandonai definitivamente le ipotesi, propugnate nei miei confronti da molti adulti, ipotesi secondo cui il cavolo e la cicogna giocassero un qualche ruolo nella riproduzione umana.

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