Il racconto: Giampiero, il giornalaio rubato al teatro
di Marco Verdecchia
Mia madre aveva goduto di discreta salute fino a festeggiare i suoi 88 anni. Da quella data, iniziò invece a soffrire di una serie di malanni simultanei che la costrinsero a letto per quattro anni. Fu un’agonia lenta e terribile.
Ricordo con un misto di angoscia e malinconia quei tanti mesi in cui tornavo in paese tutti i fine-settimana per dare respiro alle varie badanti che l’assistettero. Durante quei week-end, uscivo di casa per pochissimi frangenti e, tra questi, ero assai affezionato al sacro rito della domenica mattina durante il quale andavo a prendermi il caffè al bar e poi a comprare i giornali. Mi recavo nella mia edicola preferita che non era affatto la più vicina a casa, ma preferivo camminare un quarto d’ora per ascoltare l’immancabile battuta sarcastica di Giampiero che mi innescava qualche minuto di forte sollievo che poi cercavo di protrarre per tutta la giornata ripetendomi le sue frasi sferzanti con metodica sistematicità, come fosse un sano mantra capace di portarmi sollievo e conforto nella difficile congiuntura.
Prendevo i miei giornali dall’espositore che si trovava sul marciapiede, quindi mi avviavo all’interno della botteguccia per pagare e, quando ancora dovevo varcare quella porta, iniziavo già a ridere non sapendo ancora per che cosa, ma ero assolutamente certo che il mio amico avrebbe inventato qualche irresistibile lazzo nel darmi il resto. Giampiero parlava un dialetto assolutamente “fracico”, per nulla contaminato dalle “andature” moderne che soffrono di infauste mediazioni con l’italiano televisivo. Inoltre, aveva un innato e formidabile senso della parodia, per cui sarebbe stato tranquillamente capace di sostare sulle tavole del proscenio senza annoiare il pubblico (ammesso, si intende, che quelli della platea avessero con profitto seguito un corso di base sulla “nostra lingua”).
Di solito, acquistavo un quotidiano e una rivista, il primo per me e la seconda per mia madre che, ormai immobile a letto, almeno passava un po’ di tempo a sfogliare le pagine del suo settimanale cattolico preferito. In una di quelle circostanze il mio giornalaio mi contestò severamente l’abbinamento dei giornali, rifiutandosi giocosamente, e assai a lungo, di darmi il resto e sintetizzando insistentemente la sua perplessità: «Tatì, t’ tja d’c’d’!» («Fratello mio, occorre che tu prenda una decisione chiara!»).
La contestazione nasceva dal fatto che abbinavo un quotidiano di chiare tendenza politiche radicali con una rivista cattolica e, secondo Giampiero, non si poteva fare; con quella rivista poteva darmi un giornale più moderato, ma non quello che io desideravo leggere quella domenica. L’acquisto si concluse secondo i miei originali desideri, ma dopo una estenuante trattativa in cui nessun peso ebbe il rumoreggiare di altri clienti che, nel frattempo, si erano accodati davanti al piccolo banco della bottega per poter comprare altri giornali.
Un’altra particolare domenica, avvenne che Giampiero, anziché apostrofarmi a bruciapelo con uno dei suo lazzi fulminanti, raccontò che mi aveva visto in una breve2 intervista che avevo rilasciato al TG regionale della RAI e si affrettò a precisare che era stato in ansia durante tutta la settimana perché temeva che le confidenze che si era permesso con me, nelle domeniche precedenti, mi avessero offeso, a me che «ero un professore importante». Rassicurato sul fatto che non ero affatto infastidito, che la sua vena ironica era piacevolissima e ancor di più che non ero per nulla una persona importante e degna di particolare rispetto, il mio giornalaio – che da quella mia breve “apparizione televisiva” aveva appreso anche che mi occupavo di meteorologia – prese l’abitudine di domandarmi spesso sintesi previsionali alquanto stringenti: « È lu vor’ ka mart’d’ arn’v’cot’ n’antra vodd’?» («È vero che martedì farete ri-nevicare di nuovo?»).
Ho provato a tradurla, ma l’esito è assai deludente perché il sottile gioco di parole dell’espressione dialettale attribuisce al meteorologo (nel caso, indegnamente, ero io) la capacità, non solo di prevedere, ma proprio di determinare gli eventi meteorologici. Nel frattempo avevo imparato a stare al gioco e, in risposta, gli chiesi se gli poteva arrecare particolare fastidio se avessimo deciso di «ri-nevicare» il martedì successivo. Concordammo allora che si poteva fare, ma in tarda mattinata, senza ostacolare l’attività di “spacchettamento” dei giornali che avveniva all’esterno della sua edicola, al mattino presto; era quindi assai tedioso compiere quell’operazione sotto precipitazioni nevose anche di lieve intensità.
Io e Giampiero siglammo il nostro accordo con una vigorosa stretta di mano (e senza ridere), davanti allo sguardo attonito di un altro avventore non indigeno il quale faticò alquanto a nascondere la sua inquietudine di fronte alla insolita trattativa che aveva visto concludersi sotto i suoi occhi; l’uomo uscì poi dalla bottega senza riuscire a nascondere la sua costernata espressione.
Ed arrivò poi anche una domenica in cui Giampiero, da primo attore, recitava insieme ad altri due compaesani che, validamente, gli facevano da spalla. Nell’occasione, quel giornalaio infaustamente rubato al teatro di varietà, era uscito sul marciapiede lanciando strali sarcastici contro un ignaro paesano che, approfittando della bella giornata primaverile, sonnecchiava sulla panchina assolata della piazza antistante. Il tizio, da quello che riuscii rapidamente a intuire, era colpevole di reiterata pigrizia, e in virtù di questo reato continuato, veniva punito con risvegli alquanto bruschi.
Accadde quindi che Giampiero attraversò la strada e, porgendogli un piccolo asciugamano, lo svegliò brutalmente dal suo sonno innocente con rumorosa espressione: «Giu’a’, ascighete ‘ssa s’dat’!» («Giovanni, asciugati tutto questo sudore che ti cola dalla fronte!»). Io ero piegato dal ridere per quella sequenza da avanspettacolo, ma gli altri spettatori sorridevano appena, segno che si trattava dell’ennesima replica di una consolidata pièce comica.
Giampiero se n’è andato prematuramente.
Una sera mi trovavo a raccontare delle sue gag a un mio amico d’adolescenza; ricordo che passeggiavamo sotto i platani che salgono verso il Santuario; mia madre era già mancata da qualche mese, ma io continuavo a cercare ogni occasione per capitare in quell’edicola. Ma non avevo più trovato Giampiero. Quella sera, abbassando il tono della voce, Tonino mi disse che il mio giornalaio preferito non c’era più e io rimasi senza parole. Com’era possibile? Non pensavo solo alla sua età – ancora non troppo avanzata – ma anche al personaggio che era. Non dovrebbero mai morire quelli come lui, non possono scomparire e lasciarci soli. Non poteva essere morto Giampiero, esattamente come non sono mai morti Totò e Peppino. Sebbene, a differenza dei suoi più noti colleghi napoletani, la platea di Giampiero avesse ambito esclusivo nel metro quadro di marciapiede davanti la sua edicola. il mio giornalaio apparteneva e appartiene al teatro del popolo; io lo vedo ancora là che provvedere a dare le monetine del resto a ogni avventore e aggiunge, a ogni copia del quotidiano preferito, un esclusivo gadget rappresentato da una facezia di sferzante sarcasmo personalizzata per quel particolare cliente.
