Il racconto. Armando vino buono e cortesia

Il racconto. Armando vino buono e cortesia

di Marco Verdecchia

Per molto tempo sono andato a rifornirmi di vino da Armando, un vecchio contadino del mio paese che conoscevo da sempre anche perché suo figlio era stato mio inseparabile compagno negli anni della scuola elementare. Malgrado l’età avanzata, costui continuava a produrre pochi ettolitri di ottimo “rosso”, fermentato da buone uve Montepulciano. Quando mi recavo da lui, mi accoglieva sempre con antica cortesia e mi invitava ad entrare nella sua cantina con lo stesso spirito con cui un vecchio sacerdote mi avrebbe introdotto verso l’altare di un tempio pagano.

E c’era una rigorosa sequenza liturgica anche in quello che mi diceva con parole sempre assai simili; un salmo immancabile era quello in cui lodava mio padre, la sua operosità instancabile e le doti umane che gli avevano impedito di compiere un qualunque gesto cattivo in tutta la sua esistenza e, come se io rispondessi “Amen” alla preghiera consueta di quel sacerdote-contadino, io dentro di me sempre stupivo e ammiravo quell’ateo celebrante per la costanza e la lucidità con cui custodiva quel ricordo, cosa non certo banale perché erano ormai quasi quattro decenni che mio padre era passato a miglior vita. E nonostante tutto quel tempo trascorso, la riconosciuta mitezza e laboriosità dei miei avi era una chiave sufficiente perché io venissi accolto con affetto ogni volta che mi fermavo al cancello della casa di Armando chiedendo rispettosamente permesso per entrare.

Armando sceglieva con cura la damigiana da svuotare, quindi succhiava l’olio con l’apposito becco e metteva a riempire del prezioso rosso le taniche che mi ero portato. E mentre quei boccioni si coloravano di uva spremuta, l’amico contadino riempiva di saggezza quei pochi preziosi minuti che mi erano sempre piacevoli e stimolanti; mi parlava di quanta fatica ci fosse dietro ogni bicchiere che noi consumiamo con indolente noncuranza, quasi fosse scontata la possibilità di inebriarsi di quel nettare maturato nell’umida penombra della sua cantina, tra botti ammaccate e vetri consunti. Mi portava poi nella vigna per spiegarmi quanto fosse difficile e necessario “scacchiarla”, rompendo i tralci più giovani che avrebbero tolto linfa ai frutti che maturavano. Io arrancavo dietro di lui, barcollando maldestramente tra le zolle, del tutto disabituato a muovere i passi sopra la terra. E quando prendeva in mano un di quei tralci staccandolo con movimento secco e sicuro io mentivo di aver capito con quale criterio selezionasse quei rametti che a me sembravano del tutto simili tra loro, sia quelli destinati a produrre frutti, sia quelli predestinati a fogliare senza partorire acini; era questa la sola segreta cortesia con cui cercavo di ripagare la sua.

L’ultima volta che sono andato da lui era estate e sembrò rifiutare la mia “solita” richiesta dei 50 litri per “uso personale”; argomentò che gliene restava poco e mancava molto alla prossima vendemmia, non gliene sarebbe rimasto abbastanza per sé. Io gli dissi che lui era ormai vecchio e doveva bere poco come i medici sempre raccomandavano, e a quella inattesa prescrizione per il bene della sua salute, aveva riso di cuore riempiendo di un suono squillante e contagioso il trapezio di orto ricavato tra gli ulivi. Quando ci avvicinammo alla vigna vidi una macchia nera che si muoveva tra i filari e Armando mi spiegò che era Mammut, il nome vero era più complicato ma lui lo chiamava così, veniva dall’Africa ed era un bravo ragazzo, lavorava senza sosta dall’alba al tramonto e non avrebbe saputo come fare senza il suo aiuto; a volte bisognava addirittura “pregarlo ripetutamente” perché si desse una tregua e sedesse a dissetarsi sotto la chioma di un melo o di una quercia. Chiesi a Armando da dove venisse esattamente questo Mammut, e lui ribadì che veniva dall’Africa, una localizzazione che gli pareva evidentemente molto precisa e esaustiva, cosa altro volevo sapere anche il quartiere dove era nato? Invece mi raccontò che una volta l’aveva visto che si allontanava verso il fosso a pisciare, e aveva notato che ce l’aveva lungo così, indicando una distanza alquanto “ragguardevole” con gli indici di entrambe le mani, e al mio cenno di divertito stupore aveva riso ancora, mostrando senza pudore gli ultimi tre incisivi che gli erano rimasti nella bocca. Visto che si trovava in argomento, ne approfittò per indicare il mio pube e chiedermi se mi funzionava ancora bene e, quando feci una faccia problematica accompagnata da un sorriso, ammiccò divertito lasciando intendere problematiche simili a quelle che sembravo ammettere.

E forse furono anche quelle ammissioni imbarazzanti che gli rinnovarono la simpatia nei miei confronti, già resa eterna dal benevolo ricordo di mio padre, e lo convinsero a concedermi la dose di vino che ero andato a domandargli. Prima di andar via, ricordo bene che, quasi presagisse che quello era l’ultimo nostro incontro, si mostrò assai restio a incassare i soldi che gli avevo appoggiato sullo sgabello della cantina, come ero solito fare. Con fare imbarazzato e confuso ribadiva che lui il vino lo produceva solo per sé e per i suoi amici, non gli interessava venderlo; in fondo mi stava dicendo che io ero un suo amico e non si può vendere nulla a un amico; ad accettare del denaro gli sembrava di violare i sacri comandamenti della innata, atavica e istintiva religione a cui i contadini sono devoti. Poi mi salutò con un breve cenno del capo, come se avesse improvvisamente avuto fretta e prese a mulinare le gambe veloci verso laggiù dove Mammut lavorava senza sosta; lo vidi sparire tra la selva ordinata di colture, lo udii ancora che urlava qualcosa al suo aiutante nero e mi sembrò che questi ridesse divertito al misterioso invito che Armando gli aveva rivolto.

Ripassai da quelle parti qualche settimana dopo e passando notai un manifesto listato a lutto proprio sul muro di fronte all’ingresso del cortile della casa di Armando. Fermai la macchina e lessi con angoscia quel nome e quel cognome che conoscevo bene; oltre all’elenco dei familiari che davano “il triste annuncio”, si apprendeva solo che era mancato “improvvisamente”. Mi piacque pensare che semplicemente si era addormentato una sera per non riaprire gli occhi il mattino dopo. Passeggiai allora sulla strada fino al punto da cui si intravedeva la vigna dei cui frutti bevevo ancora a ogni cena. Tra i filari erano già cresciute le erbacce e la macchia scura dell’africano che scacciava i tralci inutili non c’era più. Oltre la vigna si vedeva la linea di rovi del fosso doveva Mammut o come-mai-si-chiamasse si era appartato a urinare destando inconsapevolmente la bonaria invidia del mio amico. Mi venne da sorridere e mi sembrò di sentire che anche Armando ridesse ancora con me.

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