Il mondo ha bisogno anche della “Cischia”

Il mondo ha bisogno anche della “Cischia”

 In copertina “La raccolta della cischia”, olio su tela di Raffaello Celommi, Roseto degli Abruzzi, 1936.  

di Giovanni Damiani

Il grande pittore roteano ci ha lasciato una testimonianza di eccezionale importanza per un auspicabile restauro dell’ecosistema marino della nostra regione. Ritrae persone che, con un carro agricolo, stanno raccogliendo erba marina, chiamata lungo tutta la costa abruzzese “la cischia”. Sullo sfondo del quadro si intravedono persone che fanno la stessa cosa con rastrelli.

La cischia è una sorella della Posidonia oceanica.  Il suo nome scientifico è Cymodocea nodosa, pianta spermatofita marina diffusa nel Mar Mediterraneo, e fino agli anni ’40 in Adriatico e poi sterminata, a causa di un secolo di attività intensiva della pesca delle vongole che si fa setacciando la sabbia con le imbarcazioni vongolare e di attività di pesca a strascico che hanno desertificato i fondali. Senza questa testimonianza pittorica oggi tutto sarebbe stato definitivamente dimenticato, non sapremmo non solo dell’abbondanza straordinaria di questa pianta, ma neppure della sua esistenza nel recente passato. 

Essa ricopre numerosi e importanti ruoli ecologici. Come la più nota Posidonia, contribuisce alla mitigazione del cambiamento climatico perché dotata di elevato tasso di assorbimento di CO2 e produzione di ossigeno. Funge da nursery per molte specie animali e vegetali, contribuendo così al mantenimento della biodiversità e all’abbondanza del pescato. Stabilizza i fondali impedendo l’erosione costiera e mitiga il movimento ondoso. 

In passato, questa specie era talmente abbondante nel nostro litorale che veniva raccolta, come si vede nel quadro, sottocosta, in acqua bassa, così come si miete erba in un campo.  Essa veniva utilizzata largamente nei camini delle case, soprattutto della povera gente, per risparmiare perché dà calore mentre rallenta la velocità con cui brucia la legna.  Un inconveniente era la quantità di fumo nerastro che produceva la sua combustione, fenomeno che ha dato origine al toponimo di “Villa Fumosa” per un abitato vicino al mare nel comune di Pineto.  Ma preziose erano le sue ceneri che, ricchissime di di sodio”, sciolte in acqua, formavano “liscivia di soda” buona per lavare i panni o che, concentrata per ebollizione in un caldaio, forniva soda abbastanza forte da poterci fare, con l’olio vecchio e i grassi messi da parte, un buon sapone. Se vuoi vederne l’uso clicca qui

  “La Cymodocea è scomparsa quasi totalmente dall’intero mare Adriatico italiano.  Alcuni anni fa nella Laguna Veneta e nel Golfo di Trieste, su stimolo e proposta di Marevivo la cui dirigente nazionale, Maria Rapini, è di Pescara, sono stati realizzati con successo dei progetti pilota di restauro dell’ambiente marino con piantagione di questa fanerogama. 

Un tentativo fatto dalla stessa Maria Rapini e dal sottoscritto, di reimpiantarla nelle aree marine protette della Torre del Cerrano, e nella Riserva di Punta Aderci, non ha avuto la dovuta considerazione e alla fine è stato fatto naufragare. Eppure, c’erano (e continuano ad esserci) le condizioni.

   Un piccolo vivaio in cui la Cymodocea è sopravvissuta in Abruzzo è infatti nel porto di Ortona e potrebbe fornire materiale genetico autoctono per produrre, per moltiplicazione, tantissime piantine da reimpiantare a partire dalle aree marine protette. I costi non sono alti, e comunque in prospettiva garantirebbe enormi guadagni perché renderà non più necessari molti interventi di ripascimento.

Un “progettoCymodocea Abruzzo” può inoltre creare lavoro e specializzazioni, essendo un tipico intervento di rinaturalizzazione che presuppone un’alta intensità di manodopera che, una volta specializzata, verrebbe chiamata ad operare in altri luoghi di mari italiani e nel Mediterraneo in genere, se non altro come intervento provvidenziale, anche se non l’unico da adottare, per salvare le numerosissime spiagge in erosione.
Nel filmato la bellezza della riserva del Cerrano

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