Quando Patrizia Tocci scrisse del nonno.
Premessa.
Ci vogliono alcune righe di spiegazione prima di leggere il racconto di Patrizia. Era il 2017 quando Giacinto Damiani di Ricerche&Redazione decise di pubblicarmi quello che era il terzo libro per me. Dopo “Macerie dentro e fuori”, e “Lo dico al Tg” arrivò “I Mille Abruzzi” che ritengo la più bella pubblicazione scritta E’ intima ma coinvolge in 158 pagine centinaia di persone. L’ultimo capitolo la posso considerare ” una mia pensata”. Lanciai sui social la proposta di scrivere ” in proprio” un racconto. Dodici storie, hanno scritto loro il tutto. Io ho messo solo su carta, senza correzioni che tra l’altro non servivano. Alcuni scrittori non li conosco nemmeno oggi. Ne venne una carrellata di ricordi, intimi. Tra gli scrittori Patrizia Tocci che ha pubblicato diversi lavori. Una persona che conobbi dopo il sisma aquilano, dopo aver pubblicato un libro dove gli aquilani raccontavano le loro 48 ore dopo la tragedia. Una idea geniale , stimo molto Patrizia. Perchè dopo 9 anni questo esordio nel blog? A consigliarmelo Camillo Camillo che cura la parte informatica dell’unione ciechi abruzzese e sta lavorando alla pubblicazione in “braille” di Noi non abbiamo colpe” il libro che presenterò all’Aquila proprio per l’unione il 20 febbraio prossimo. Godiamoci il racconto di Patrizia che parla del nonno.
La nostalgia
di Patrizia Tocci
Mio nonno era una persona importante nel paese perché “levava il malocchio” agli uomini e agli animali, insomma era una specie di stregone, ma buono. Qualcuno, con occhio invidioso, aveva fatto un maleficio a qualcun altro. Piccola, ma forte della mia precoce impostazione empirista, seguivo tutti i gesti del nonno, scimmiottandolo in quell’insolito rituale. Segnava tante croci con le dita unte d’olio sulla fronte del malcapitato, poi lasciava cadere quelle gocce in un piatto pieno d’acqua. Leggeva le forme delle gocce come facevano gli aruspici o i lucumoni. Poi l’acqua veniva buttata nel fuoco acceso.
Ero curiosa e forte delle mie prime nozioni scolastiche, sorridevo a quelle superstizioni, alle mancanze e alle crescenze, mettevo in dubbio la sua conoscenza e la sua capacità. A volte lui si spazientiva del mio razionalismo. Mi chiamava miscredente e le parti si invertivano. Un giorno si lasciò scappare una promessa: una notte di Natale mi avrebbe insegnato il segreto che lui conosceva. Lui invecchiò, e negli anni crebbe a dismisura la mia fede razionalistica.
Divenni grande e lui il segreto se lo portò con sé. Insieme a un piccolo passero che faceva sempre il nido in un sasso bucato, nel muro della parete di casa nostra. Insieme a un albero vecchissimo di noce su cui saliva ancora, in là con gli anni, con una agilità da scoiattolo. Insieme alle more, all’uva spina e alle nocchie. Insieme a quelle giornate polverose dell’estate, perse tra le ortiche e i pagliai. Insieme a un’infanzia in cui sembra ci sia una risposta a ogni domanda. Ma crescendo invece, le domande e le risposte si aggrovigliano. E mi piacerebbe 229
che ancora potesse rivelarmi quel segreto. Una, tra le mille cose che adesso vorrei chiedergli e non posso più. Con più comprensione di allora, con maggiore indulgenza.
