Il ladro di canne

Il ladro di canne

Un racconto di Marco Verdecchia

La modesta facciata della chiesa di Sant’Antonio a Giulianova si trova nascosta alla piazza principale del paese e sembra volersi umilmente celare non potendo competere con l’austera bellezza dei palazzi ottocenteschi che segnano il perimetro dell’ampio rettangolo sul cui lato che volge a levante si apre il belvedere da cui si guarda il mare e il porto ove si rannicchiano, presto al mattino, schiere di pescherecci. Ai tempi della mia infanzia, in quel modesto tempio non si diceva quasi mai messa, ma durante la giornata vi entravano in sequenza molte pie donne che inginocchiavano sugli ammuffiti banchi col capo coperto da abbondanti fazzoletti scuri e giungevano le mani a domandare grazie e benedizioni divine sulle loro povere vite per le quali il prodigioso intervento della Divina Provvidenza rappresentava, in alcuni casi, quasi l’ultima istanza per una dignitosa sopravvivenza.

L’anonima facciata in mattoni della chiesa nascondeva, all’immaginazione oltre che alla vista, le modeste eppur ambiziose curve barocche dell’unica navata interna, poverissima di luce perché rischiarata solo dai lucernari aperti poco sotto le volta, ma ricca di nicchie abitate da statue lignee di santi ormai irriconoscibili per l’abbondante polvere che, in circa due secoli, violando lentamente ma inesorabilmente le consunte teche, si era depositata sulle sacre icone e aveva colorato di sé i poveri paramenti che vestivano le venerabili figure. Alla chiesa si accedeva attraverso uno scuro e anonimo portale che, neanche esso, recava alcun pregiato segno del sacro spazio che si apriva all’interno, mentre una pesante e quasi lugubre tenda copriva alla vista dei passanti anche la fioca luce dei ceri che malamente rischiaravano il sofferente crocifisso posto sulla sommità dell’abside. La posticcia e fluttuante tenda di consunto velluto grigio era appesa a una piccola cantoria sorretta da due esili colonne appoggiate al pavimento senza particolare fregi, mentre la balaustra, il cui pur modesto pregio era ormai celato dalle incrostazioni del tempo, nascondeva alla vista lo sfregio delle canne d’organo che erano state rubate. La facciata o mostra – così si chiama l’insieme delle canne in vista dello strumento – appariva quindi come una bocca affamata e angosciosamente buia a cui sono stati strappanti i denti per sorridere, e di quel che doveva essere la sontuosa etichetta del sacro strumento restava ormai solo una fatiscente cassa di cui si indovinava appena le pregiate forme intarsiate.

Per accedere alla balaustra della cantoria vi era una ripidissima scala di legno posizionata a destra dell’ingresso della chiesa; i pioli, ormai malfermi e scricchiolanti, sfociavano in una botola del pavimento della cantoria, proprio vicino alla consolle dello strumento tanto insultato dall’incuria e dal teppismo. Con tutta evidenza quei profanatori erano saliti nottetempo per i gradini asportando in successione le parti più pregiate dell’aerofono a cominciare dalle canne in lega con alta percentuale di stagno che erano poste in vista nella facciata dello strumento, per proseguire poi con quelle, certamente più appetibili a quegli oltraggiosi figuri: le canne in lega di piombo, cosiddette di “metallo maculato”, sapientemente forgiate per produrre i celestiali suoni dai timbri più caldi. Con ogni probabilità quei metalli vennero quindi spacciati all’armaiolo che aveva bottega proprio nella piazza attigua e furono fusi per ricavarne pallini con cui riempire le cartucce per i fucili da caccia. I metalli delle canne da cui erano usciti i suoni di Avemarie e Te Deum, finirono quindi per impallinare starne, tordi, beccacce e altre specie di anatidi.

Avvenne poi, decenni più tardi, che un gruppo di benemeriti artisti e artigiani della rocca – così si chiama in dialetto, con una valenza vagamente dispregiativa, il mucchio di case mediamente malmesse che forma il nucleo più antico del paese – si attivarono volontariamente e disinteressatamente per ridare dignità a quelle antiche vestigia tardo-barocche. A guidare l’encomiabile e meritevole impresa fu un bravo scultore e pittore, Roberto Macellaro, il quale salì sulle impalcature a restituire luce e splendore alle volte consunte dal tempo, alle dorature che segnano le ellissi dei lucernari e alle complesse geometrie il cui perimetro disegna le nicchie degli altari laterali. E più in basso di dove lavorava quell’appassionato restauratore, agirono anche altri volenterosi artigiani che, per poterle ripulire dagli insulti di due secoli, presero a sbullonare, non senza difficoltà, le statue.

E malgrado il luogo sacro e le intenzioni altrettanto pie, non mancò qualche frangente in cui volarono dei “salmi” non proprio ortodossi; si racconta infatti (a bassa voce, affinché il parroco non abbia a sentire) che di fronte alla statua di un santo i cui bulloni non si volevano proprio allentare, lo scoraggiato artigiano che in quell’intento si adoperava, si sia lasciato andare a una colorita imprecazione seguita da un «K’ cazz’ d’ Sant’ è quo’?» («Che razza di Santo è questo?»), e il suo collega, destando ilarità in tutti presenti abbia risposto: «San Garrate». La battuta è ben divertente per gli indigeni, ma praticamente intraducibile; San Garrate in dialetto suona come «Si è incastrato».

Terminati quei lavori, i paesani tornarono ad apprezzare la piccola chiesa che anzi divenne ambita soprattutto per le cerimonie più solenni: i matrimoni come i funerali. E a seguito di quel rinnovato prestigio della cappella barocca, vi fu un parroco assai sensibile che prese a concludere le sue omelie domandando ai fedeli delle particolari offerte con lo specifico intento di far restaurare anche l’organo di quella chiesa. A seguito di ciò, un giorno, uno di quei fedeli si presentò al confessionale allungando sotto la fitta grata che separa il penitente dal confessore, una busta con una generosissima offerta per il restauro dell’organo e confessando con sommo imbarazzo quei furti ormai lontani nel tempo che pure, con tutta evidenza, gli procuravano ancora lancinante rimorso. «La caccia a quei tempi» – spiegava l’accorato penitente – «non era uno sport e, meno che mai, un salutare pretesto per passare una giornata all’aria aperta; era, invece, uno dei pochissimi modi per mettere in tavola un po’ di proteine della carne». Il parroco ascoltò, assorto e incredulo, quelle sentite e imbarazzate confessioni e, alla fine, probabilmente con un bonario e commosso sorriso completamente celato dalla grata del confessionale, impartì il rituale «Ego te absolvo a peccatis tuis», comminando nel contempo una penitenza puramente simbolica.

Nell’autunno del 2013, per ragioni che qui non interessa raccontare, mi trovai a organizzare un concerto per organo in quella chiesa. Mentre il Maestro si era seduto alla consolle per provare i registri e le sonorità del grande strumento (tra l’altro la chiesa ha un’ottima acustica) mi intrattenni a lungo col parroco ringraziandolo più volte, e sinceramente, della sua disponibilità (aveva concesso la chiesa e l’organo con grande entusiasmo e del tutto disinteressatamente); gli raccontai anche, con un po’ di infantile emozione, che in quella chiesa ero stato un tempo chierichetto e mi ricordavo che quel bell’organo era completamente distrutto. Don Domenico mi svelò allora l’episodio del “dilazionato pentimento” che ho raccontato; io ne fui affascinato e gli feci mille domande ma, trattandosi di una confessione, egli non potette dirmi altro se non quello che ho qui trascritto.

Le mani che avevano divelto le canne dell’organo erano lisce e vigorose, quelle che allungarono la busta con l’offerta riparatrice erano ormai rugose e tremolanti. E a me piace pensare che quella possibilità sia universalmente accessibile per tutti noi: c’è un tempo (magari lontano) per riparare a tutto, anche alle malefatte più odiose che possiamo compiere.

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