Il figlio del peccato .Storia di una lunga espiazione

Il figlio del peccato .Storia di una lunga espiazione

di Marco Verdecchia.

Nella casa in cui viveva la famiglia di coloni, la maggior parte dello spazio era riservato alle bestie; meno ai poveri contadini. Nell’ampia stalla erano custoditi e quotidianamente accuditi più di venti capi di buoi, mucche e vitelli da latte. Al piano di sopra, accanto al capannone dove si ammucchiavano foraggio e pochi attrezzi agricoli, erano invece stipate una quindicina di “bestie umane”, perennemente angustiate da privazioni di ogni genere. Nelle poche stanze radunate intorno alla cucina soffiavano, attraverso infissi fatiscenti, i venti di tutte le stagioni; sui materassi di crine e i pagliericci riempiti con le foglie di granturco, cercavano riposo corpi sfiniti dalla fatica dei campi.

Nella camera più ampia dormivano i due fratelli più anziani e le loro consorti oltre a tre giovani coppie che, pur nell’incerta intimità di quei giacigli affiancati, avevano trovato un effimero momento di silenziosa intimità per “celebrare” il loro amore sofferto e unire i loro corpi a generare nuove vite. Nelle altre due camere, si ammucchiavano a riposare tutti gli altri componenti della grande famiglia: i giovani ancora scapoli o zitelle e un variegato campionario di malinconiche fanciullezze e adolescenze senza spensieratezze né speranze. Arrivò un tempo in cui, allo scendere della sera, i ragazzi in una stanza e le ragazze nell’altra, condividevano spesso un pezzo di materasso poiché questi non bastavano ormai per tutti. Finché, anche lo spazio per stendere gli inadeguati giacigli non fu più sufficiente per cui risultava infine impossibile tenere pudicamente separati i maschi dalle femmine e dare, a queste ultime, un barlume di intimità dove coltivare qualche fugace vezzo femminile. In una sera in cui la mezza stagione offriva l’aria giusta per poter riposare senza particolari spasmi di freddo o di calura, successe allora che Felice si stese a riposare accanto alla cugina Leonilde, proprio vicino alla soglia che immetteva nella piccola e umida stanza.

Per molte sere, i due ragazzi sentirono il respiro dell’altro che sembrava avere lo stesso ritmo del proprio; ma non si dissero parole, consapevoli che quella emozione insolita che lo stare vicini procurava loro, fosse inesprimibile oltre che “strana”. Eppure, durante il giorno, i due fanciulli si cercavano con gli occhi, anche quando erano seduti lontani nella lunga tavolata. Leonilde aveva poco più di 16 anni; gli occhi grandi colore verde-chiaro, il volto rotondo e paffutello. Portava i capelli lunghissimi, legati in un tuppo “da vecchietta”, ma il viso era bello e le scappava spesso di sorridere, specialmente quando le capitava vicino quel suo cugino. Il ragazzo aveva anche lui occhi molto belli, azzurri come molti di quella stirpe dannata. Per molti giorni, Felice aveva un umore che, inspiegabilmente, ricordava il suo nome; quando si avvicinava la sera, alla sfiancante fatica quotidiana che pesava sulla schiena, si aggiungeva un altro inconfessabile motivo che gli faceva desiderare di stendersi a dormire. Nella silenziosa complicità che li coinvolge, i due ragazzi sorvegliavano ogni cosa perché quel piacere inspiegabile e inconfessabile di coricarsi vicini gli si conservasse; si stendevano per primi, si rannicchiavano con gli occhi chiusi facendo finta di dormire e attendevano che ogni cosa intorno fosse ferma, per poter poi riaprire lo sguardo e ascoltare il respiro dell’altro immaginandone il profilo che era già inghiottito dalla fitta oscurità.

E dopo molti giorni, uno dei due smette di stare rannicchiato con le braccia sul petto e distende la mano lungo il fianco più vicino all’altro. Quindi passano ancora altre notti, tante notti, prima che l’altro compia il gesto identico e i due palmi possano iniziare a sfiorarsi. Allora si sente salire, in quelle due complici anime, un nuovo brivido più intenso, ancora più inspiegabile e inesprimibile. Di nuovo passano molte sere prima che le due mani si muovano impercettibilmente e le dita si incastrino in una stretta che ogni sera diviene sempre più tenera e desiderata.

Se può esistere un barlume di felicità in un mondo senza altri orizzonti che una stalla, un pozzo, uno stazzo fangoso d’inverno e arido d’estate, un piccolo fiume e la fatica come unica compagna, ebbene quelli devono essere stati giorni di felicità per i due ragazzi. Leonilde cantava chissà quale melodia mentre “incollava” le cesta di panni appena lavati e resi più pesanti dall’acqua del fiume dove erano stati strigliati; la mamma e le altre donne, del tutto ignare della ragione di quella euforia, la canzonavano: «c’ho una figlia scema, c’ho una figlia scema», diceva di lei Domenica, guardandola sorridere senza ragione, nonostante il peso che le premeva sulla testa e la fronte che grondava di caldo.

Passarono molti mesi perché quella segreta carezza scambiata sotto le lenzuola passasse dalle mani al viso, e poi ai fianchi e poi all’abbraccio finale che portò i due cuginetti sopra l’abisso dove le vertigini presero il posto delle emozioni. E nel silenzio, mentre tutti dormivano, l’abbraccio divenne così intenso che una nuova creatura fu concepita, senza nessuna consapevolezza, ma con un amore immenso rimasto per sempre inespresso da quelle due giovinezze analfabete.

Poi, in breve arriva la consapevolezza della colpa e del conseguente dramma. Al silenzio delle notti si aggiunse anche il silenzio angosciante durante le giornate; mentre si lavano le lenzuola nell’acqua gelida del torrente, si sente la voce bisbigliata di Domenica che ripete per giorni ossessivamente alla figlia la stessa domanda: «Sei sicura? Da quanto tempo?». E quando Leonilde, tra le lacrime, rispondeva con il medesimo cenno di assenso, si avvicina Maria con il rosario in mano che esorta entrambe a credere che la Madonna l’avrebbe aiutata lo stesso, non importava il peccato che era all’origine di quel ventre che, ormai, iniziava a gonfiarsi.

In luoghi poco distanti, gli uomini più anziani estraevano il massimo della scarsa severità di cui erano dotati, per far comprendere al fratello, o cugino, o nipote, l’infamia e la vergogna in cui s’era macchiato. Felice chinava la testa senza parlare ed era ancora silenzio e visi scuri intorno; c’era solo una frase che il ragazzo continuava a ripetere per una difesa destinata a rimanere insufficiente e inadeguata: «Io me la sposo, io me la sposo!».

La famiglia di coloni, come molte che annaspavano in quegli anni sopportando medesime disumane condizioni, è estremamente religiosa; in quel credo antico e silente, gli uomini oggetto di ogni umiliazione sociale trovavano anche la forza morale e fisica per conquistare la prossima ora di sopravvivenza. Il dramma è quindi vissuto come etico e morale e induce sentimenti di colpa e di irreparabile disgrazia nelle anime delle miti donne che sgranano il rosario ad ogni tramonto e negli uomini che vivono l’affannoso respiro del proprio lavoro come una laica preghiera a Dio perché, nonostante tutto, Egli concede loro un pane per sfamarsi ogni giorno.

Ma c’è un altro aspetto che rende la situazione di quelle anime particolarmente drammatica in quel frangente: nel contratto di mezzadria che legava i coloni ai grandi proprietari terrieri non vi era nessuna garanzia per quella classe di lavoratori senza diritti; era sufficiente che il latifondista sospettasse una qualunque condotta immorale per interrompere unilateralmente il contratto di lavoro e gettare famiglie assai numerose nella indigenza più assoluta. Nel suo bel libro sulla storia nel XIX secolo della sua città natale (Giulianova, 1860), lo storico Riccardo Cerulli così scriveva:

«La disdetta stava sospesa, come una mannaia, sul capo dei contadini. E quando si avverava, il passaggio da una “masseria” ad un’altra era ben difficile; impossibile se il concedente era stato – o si riteneva – offeso. Allora il ceto agrario faceva blocco contro il ribelle che finiva in rovina. Molta emigrazione transoceanica avvenuta a metà dell’ottocento dal Teramano, trasse origine dagli sfratti punitivi per la disobbedienza dei mezzadri».

In queste condizioni, è evidente che il solo sospetto che nella casa dei contadini si pratichino atti di “libertinaggio” – chiamiamoli impietosamente così – sarebbe motivo più che sufficiente affinché quelle genti “immorali e depravate” vengano allontanate da quelle terre che pur avevano lavorato per generazioni chinando il capo a ogni sovrumana fatica e alla più umiliante delle condizioni sociali. Nella casa di Felice e Leonilde dove è avvenuto il “fattaccio” si corre quindi rapidamente ripari e  ci si affanna ad “aggiustare le cose” nell’unico modo possibile. Con la dovuta discrezione, i due cugini adolescenti si sposano in fretta e con ben poca solennità nella primavera del 1933; di lì a pochi mesi, la giovanissima sposa diventa mamma.

Ma non si tratta di un matrimonio agevole, neanche dal punto di vista delle “carte”. Il diritto canonico non consente, infatti, di benedire l’unione tra consanguinei e qui la cosa è ben evidente perché i due sposi hanno lo stesso cognome e vivono da sempre sotto lo stesso tetto. Il sacerdote che al tempo presta la sua opera nella piccola parrocchia di campagna, presto informato della vicenda dalle devote del paese prima ancora che dagli interessati, si trova a pronunciare, rivolto ai due ragazzi, molti sermoni assai severi: li invita a pentirsi e a chiedere ogni giorno clemenza alla misericordia di Nostro Signore. E tuttavia, alla fine decide di attivarsi per cercare di aiutare quella famiglia tanto umile e devota. Così, una accorata richiesta giunge sul tavolo del Vescovo della Diocesi di Teramo e Atri; la sacra istanza è anche accompagnata da una supplica in cui si testimonia il sincero pentimento dei due giovani peccatori e la loro volontà di porre rimedio, mediante una esistenza consacrata alla vita famigliare, alla “terribile lussuria” a cui si sono abbandonati. Il sacerdote trova anche modo di argomentare con passione, pur con il povero lessico di un curato di campagna, che quella famiglia è da generazioni assai devota e ligia a farsi somministrare tutta la sequenza di sacramenti che la Santa Chiesa raccomanda; che nessun componente della famiglia ha mai mancato di comunicarsi nelle feste raccomandate dopo aver coscienziosamente ripulito la propria anima con il sacramento della confessione; che essi, pur nella loro povertà che sfiora l’indigenza, hanno contribuito alla vita della parrocchia con i doni che faticosamente strappano alla terra grazie all’aiuto di Dio.

L’accorata supplica del prete viene fortunatamente accolta. Quelle mani che si erano strette di nascosto nel buio, adesso si stringono di fronte all’altare spoglio di una povera chiesa di campagna e dell’acqua benedetta viene aspersa su quelle dita che possono teneramente intrecciarsi senza vergogna e senza timore di peccare. Finalmente quelle tenerezze sono benedette da Dio oltre che dalla famiglia. Dopo le tante umiliazioni subite, e prima delle ulteriori sofferenze che attendono i due sposi, almeno quello deve essere stato un giorno di gioia e di sollievo per i due ragazzi.

Si chiama Giacomo il bambino che viene al mondo pochi mesi dopo il frettoloso matrimonio riparatore; la nuova creatura porta il nome dello zio paterno che era morto pochi mesi prima ma, quasi fosse lui a dover pagare il prezzo per quel “peccato imperdonabile” dal quale è stato concepito, il piccolo viene alla luce già sofferente; il corpo si copre rapidamente di piaghe mai conosciute. Si fa ogni tentativo con i rimedi di quel tempo, si ricorre alla memoria e alla saggezza dei vecchi di tutto il circondario, ma ogni cura risulta vana. Giacomo soffre molto e lo si sente piangere fin dai campi dove il suo giovanissimo papà continua a lavorare, malgrado tutto. Come accadeva pochi mesi prima quando cercava ogni scusa per incontrare gli occhi verdi di Leonilde, Felice percorre con grande energia quelle scale di casa appena gli è possibile; adesso si aspetta di incontrare il volto rassicurato di una mamma che si accorge che la propria creatura sta guarendo. Ma questo non accade, appena vede il suo giovane marito, Leonilde abbassa gli occhi rassegnata; è già tanto che la sfortunata creatura riesca a prender sonno ogni tanto e a trovare, in quell’abbandono, un momento di sollievo.

Un giorno arriva pedalando una sgangherata bicicletta un medico svogliato e laconico; venuto dal vicino paese dopo tante insistenze, l’uomo di scienza sentenzia senza pietà che non c’è nulla da fare, nessuna plausibile diagnosi sembra possibile e tanto meno una terapia. Rimane solo di pregare la morte al piccolo, affinché non abbia a soffrire oltre.

Ma pregare la morte di un figlio è cosa contro natura per qualunque genitore assistito dal senno e, ancor di più, per la tenera Leonilde e il suo giovane marito. Felice è convinto che il destino non possa essere sempre contro di loro; deve esserci un rimedio. Tra i contadini c’era la convinzione che il latte d’asina fosse miracoloso per i neonati, e quella diceria non è in effetti priva di fondamento razionale: era infatti noto sin dall’antichità che quel latte fosse assai utile per curare le creature debilitate e sofferenti. Come mille altri saperi che ci appaiono ormai perduti per sempre, di generazione in generazione, i contadini si tramandano mille frammenti di culture millenarie che, in quanto “illetterati”, non sono mai riusciti a scrivere.

A quella sapienza antica si affida dunque Felice, sperando di salvare la sua piccola creatura. Ma di latte d’asina non se ne trova nella vicinanze; “qualcuno” dice che ce l’hanno a Roseto, a circa quindici chilometri da casa. Felice inizia allora una serie di “viaggi della speranza” e lo fa con l’unico mezzo a disposizione: una bicicletta ormai fatiscente, riciclata dagli scarti dei padroni che abitano nella grande villa. Ogni giorno il neo-papà comincia a pedalare per un lunghissimo e polveroso rettilineo lungo quella strada che oggi è la trafficatissima Strada Statale 80. Per acquistare le pozione di quel nutrimento che si spera miracoloso, l’angosciato papà spende i pochissimi spiccioli messi da parte dalla vendita dell’ultima porzione di raccolto che lui e i suoi fratelli hanno avuto a disposizione; ogni volta si accerta che il latte sia appena munto e poi pedala di nuovo fino a casa spingendo le gambe con più forza perché quel latte arrivi ancora caldo alle labbra del piccolo Giacomo.

Ma il bambino non migliora, si cercano invano segni anche minimi sul suo volto, sulla sua pelle, nella frequenza con cui piange o dorme o si attacca al seno, ma nessuno dei sintomi inesorabili sembra regredire o anche lasciare flebili possibilità di speranze. Eppure Leonilde e Felice non si perdono d’animo; come fosse un voto o una penitenza che lo aiuti a espiare il peccato di lussuria di cui sente di essersi macchiato, il papà del piccolo percorre quotidianamente i suoi trenta chilometri portando a tracolla una borraccia ben lavata che riempie ormai personalmente dalle mammelle dell’asina. Poi torna a casa e sale di corsa le scale sentendo ogni volta, con struggente dolore, il bambino che non smette di piangere.

Durante uno di quei quotidiani percorsi, Felice fa uno strano incontro. Non conosciamo esattamente le circostanze di quell’incontro, ma possiamo ragionevolmente provare a ricostruirle. È  un giorno che piove e uno scroscio particolarmente violento lo induce a fermarsi sotto un grande pino che costeggia la strada. Lì vicino c’è una piccolissima casa, forse di una sola stanza; sulla soglia sta una donna anziana ma ancora di bell’aspetto che vede l’infreddolito ciclista e lo invita a entrare per ripararsi. Felice è diffidente, pensa che sia una donna dai “costumi facili”, lui non ne ha mai conosciuto, ma qualcuno deve avergliene parlato. Alla fine, l’età e l’aspetto assai sobrio della signora lo rassicurano e lui si avvicina; la ringrazia e si ferma sulla soglia della porta, senza mai varcarla.

La donna scruta il volto del suo ospite che continua a guardare il cielo e ne intuisce l’angoscia, la fretta e il senso di disagio e di grande inquietudine; gliene chiede allora spiegazione. Dopo che quella domanda è stata reiterata più volte, Felice si lascia sfuggire qualche traccia del suo dolore; spiega che ha una creatura che sta morendo e rivela anche la ragione che lo induce a sfidare, con la bicicletta, il tempo inclemente di quei giorni. La misteriosa donna continua a parlargli con voce dolce, rimane distante per non intimorirlo, sostiene di possedere la rara facoltà di guardare il destino terreno delle persone, di tutte le persone, ma ha bisogno di entrarci in contatto, anche indirettamente. Chiede allora a quel padre addolorato di portargli un indumento del bambino perché lei possa guardare il futuro della piccola creatura e, eventualmente, rassicurarlo. Felice non vuole contrariare la sua interlocutrice che gli sta offrendo quella breve ma necessaria ospitalità; risponde subito che lo farà l’indomani, ripassando li alla stessa ora ma, in cuor suo, il pragmatico contadino non crede a quelle astruse magie.

Quando torna a casa con la borraccia piena di latte d’asina, ha l’animo sempre più povero di plausibili speranze; racconta solo a sua moglie dello strano incontro che ha fatto; le dice che lui non ci crede. Leonilde lo guarda con i suoi grandi occhi senza parlare, Giacomo sta bevendo il latte, poi torna a piangere ed emette un piccolo rigurgito; il bambino ha indosso una camicetta azzurra che gli si sporca con il piccolo conato; la mamma si affretta a cambiarla, l’indumento sporco rimane appoggiato alla sedia. Felice guarda a lungo la piccola camicia, poi, improvvisamente, come preso da un improvviso istinto,  la afferra e se la mette in tasca.

L’indomani il giovane papà ripassa di fronte alla casa della misteriosa donna, la porta è aperta come se lei lo stesse aspettando. Felice entra, lascia l’indumento del neonato senza neanche accertarsi che la padrona di quella piccola casa sia presente, quindi riprende il proprio cammino per andare a procurare la dose quotidiana di latte. Quando ripassa entra di corsa nella stanza della sedicente veggente; la donna è seduta su una grande poltrona rossa molto consunta, vede il contadino che accenna a entrare ma si ferma sulla porta. In un primo momento, non dice nulla; Felice vede che la camicetta azzurra del bimbo è appoggiata sul tavolo, accanto a un crocifisso e una candela che sembra esser stata appena spenta. Poi, dalla poltrona consunta salgono poche solenni e pietose parole. Il responso è terribile, non lascia speranza ed è anche molto preciso: la creatura non arriverà a 14 mesi!

L’infausta previsione della ignota e misteriosa donna si rivelerà esatta. Giacomo cesserà di respirare solo tredici mesi dopo esser venuto al mondo. Leonilde si curerà di lavarlo e vestirlo per l’ultima volta, gli metterà addosso proprio quella camicetta azzurra che un pomeriggio, in un ultimo disperato tentativo, Felice aveva portato alla presunta veggente. Mamma Leonilde si chiuderà in un lungo silenzio e, per molti giorni, passeranno più lacrime che luce dai suoi grandi occhi verdi. 

Non servì un carro a trasportare la piccola bara sino al ciuffo di cipressi che si trovava a metà collina, ma fu il papà a caricarsi sulle braccia quel fardello tanto caro. Alla fine di quella salita, ormai stremato, fu aiutato dai fratelli che lo avevano seguito in silenzio durante il mesto corteo, sicché potette abbracciare Leonilde e entrambi potettero abbandonarsi a un pianto liberatorio che durò assai a lungo.

Felice e Leonilde vissero tutta la vita insieme mettendo al mondo altri quattro figli. Anche l’ultima stagione della loro vita sarà, per entrambi, piena di sofferenze. A lui dovranno amputare una gamba e passerà parecchi anni sulla sedia a rotelle. Leonilde sarà spesso ammalata, sempre più in difficoltà a camminare e a compiere i piccoli gesti della quotidianità. Quando Felice dovette essere ricoverato in ospedale per l’ultima volta, lo vennero a prendere con un’ambulanza; certamente avrebbe voluto che si realizzasse un piccolo, anche temporaneo, miracolo: potersi alzare un attimo e, per l’ultima volta, abbracciare teneramente la sua Leonilde, come aveva fatto per la prima volta quella lontana notte di circa 60 anni prima. Ma lei giaceva quasi immobile sul letto della sua sofferta vecchiaia e quel miracolo non avvenne. Allora Felice, che già era steso sulla barella, le lanciò l’ultimo saluto, senza neanche riuscire a guardarla in viso:«Leoni’, ci arv’dem’ d’ llà» («Leonilde, ci rivediamo dall’altra parte»). E così accadde. Si rividero davvero «dall’altra parte», dove volarono entrambi, a distanza di pochi mesi, nel 1983. Quando fecero indossare a Leonilde il vestito per il suo ultimo viaggio, in molti notarono per la prima volta che la donna aveva tatuata su un braccio l’immagine della Vergine di Loreto; la sua Fede, e quella del suo sposo che li aveva sostenuti nelle tempeste di tante avversità, si poteva ben sintetizzare dall’antico segno impresso sulla pelle: una dottrina silenziosa, discreta eppure indelebile.

Molti anni dopo, da uno dei loro figli, Silvio, noi abbiamo appreso l’incipit della loro storia sentimentale che abbiamo qui provato a raccontare.

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