Fughe di cervelli anzi di persone

Fughe di cervelli anzi di persone

Quale cosa migliore se non quella di affidare ad un professore universitario il racconto, poco edificante per l’Italia, di laureati che vanno via all’estero per trovare il proprio e meritato lavoro intellettuale e meritato. Affidiamo il racconto a Marco Verdecchia che volentieri torniamo ad ospitare in questo blog

di Marco Verdecchia

La prendo un attimo alla larga, ma solo per un breve capoverso.

Quando sentite il politico di turno che snocciola qualche percentuale per elogiare/insultare sinteticamente l’operato di un governo, abbiatene somma diffidenza e non ascoltatelo troppo.

La statistica è una branca della matematica molto complessa; si basa su concetti e rappresentazioni astratte dei dati che sono molto sottili e spesso così sofisticati che, per comprenderli adeguatamente, è indispensabile rompersi la testa sulle pagine di un ponderoso manuale. I politici non sanno la statistica, non hanno tempo di studiarla e confondono, spesso con un approccio consapevolmente fraudolento, una complessa branca della teoria delle probabilità con un triviale “fare la media” di ogni cosa.

Invece di pensare alla statistica in fatto di immigrazione (non importa se dall’Italia o verso di noi), bisogna pensare alla persone, alla storia di ognuno e al bilancio che il nostro paese ne ricava quando qualcuno passa una frontiera in una qualunque direzione. Per questo voglio raccontarvi in breve alcune storie.

Ho avuto l’onore e il privilegio di lavorare nel dipartimento di fisica della mia università per più di tre decenni; in questo arco di tempo ho visto passare molte menti eccellenti e alcune semplicemente formidabili; molte di loro, un certo giorno, sono venute nel mio studio a salutarmi perché avevano, idealmente, la valigia in mano e stavano partendo.

Il primo, in ordine di tempo, fu un mio grande amico, Fabrizio Sassi, con cui avevo condiviso, per un paio d’anni, la stanza in affitto nei primi tempi di precariato nel mondo della ricerca. A differenza di me che ero trattenuto anche da “affari sentimentali”, lui, un certo giorno, si stufò di quella precarietà che ci appariva destinata a rimanere perenne e decise di sfruttare l’opportunità di una borsa di dottorato per passare l’oceano e andare a lavorare negli Stati Uniti. Doveva essere solo un anno, ma non è più tornato in Italia. Lo rividi qualche anno dopo, quando anch’io passai qualche mese come “invited researcher” al National Center for Atmospheric Research (NCAR) nel Colorado. Fabrizio aveva vissuto a lungo a Pescara, ma aveva origini emiliane e conservava imperterrito un forte accento della sua terra d’origine, al punto che, nelle domeniche in cui andavamo a passeggiare per i sentieri delle montagne rocciose insieme ad altri colleghi, lo prendevo ferocemente in giro perché per dire “Si” diceva “Yesc”.

Fabrizio non è più tornato in Italia da allora (primi anni ‘90), se non per vacanze e, dopo un po, ci siamo persi di vista. So che ha lavorato, facendosi molto apprezzare, anche alla NOAA (altra prestigiosa istituzione scientifica) e poi anche per il servizio meteorologico dell’esercito degli Stati Uniti dove, nonostante in quella istituzione sono estremamente restii ad avvalersi di qualcuno che non è un “puro cittadino” degli Stati Uniti, figuriamoci poi se dice “Yesc”.

Agli inizi degli anni ‘90 partì per gli Stati Uniti, con identica motivazione e “valigia”, un’altra mia amica Lucrezia Ricciardulli. Laureatasi anche lei in fisica qualche anno dopo di me. Lucrezia era abruzzese a metà: suo padre è aquilano doc, ma sua madre è danese; i due si erano conosciuti alla mensa dell’azienda per cui lavoravano; lui si era accorto che lei, appena arrivata in Italia, non riusciva a “dominare” un piatto di spaghetti utilizzando la forchetta e l’aveva quindi aiutata con la tecnica dell’attorcigliamento. Da quell’indispensabile supporto era nata la loro relazione. Come il mio amico Fabrizio, Lucrezia non è più tornata dagli Stati Uniti e si è fatta molto apprezzare per il suo lavoro scientifico, arrivando a una posizione di “Senior Scientist” presso il REMSS che si occupa dell’analisi dei dati da satellite.

Dal suo ottimo brillante scientifico, mi piace citare una impresa per cui la ammiro ma sono anche invidioso assai: nel 2019, Lucrezia Ricciardulli ha fatto parte dello spericolato equipaggio di un aereo che si è inoltrato nel cuore dell’uragano Dorian sopra il cielo delle Bahamas, lo scopo era quello di raccogliere dati per comprendere meglio la dinamica di questi giganteschi vortici; un quotidiano locale, The press Democrat, le ha dedicato una intervista a pagina intera: “Lucrezia Ricciardulli went along with a NOAA flight into the brunt of Hurricane Dorian as part of a scientific mission to track the historic storm”. Se cercate su youtube il suo nome e cognome tra virgolette, troverete subito anche una intervista televisiva sulla sua temeraria missione scientifica.

In America arrivò e finì per restare, a partire dalla fine degli anni ‘90, anche Laura Bianco. Originaria di Pescara, Laura era stata mia studentessa in uno dei primi corsi che tenni all’Università dell’Aquila. Attualmente lavora al Physical Science Laboratory della NOAA, sempre nel Colorado; tra le altre cose, studia gli uragani e raffina i modelli numerici che simulano il comportamento del cosiddetto strato limite, ovvero quel particolare “sottile cuscinetto d’aria” che, sotto la spinta dei venti, “struscia” contro il suolo. Nel 2018 Laura Bianco è stata premiata con il “CIRES Technology Transfer” e nella motivazione del premio si legge che gli è stato conferito per “improving forecasts of turbine-height winds”, in pratica ha significativamente contribuito a migliorare l’efficienza degli impianti eolici per la produzione di energia.

È stata una mia brillante studentessa anche Rossana Dragani che anche lei ha fatto le valigie, stavolta per Reading (vicino Londra), nel suo brillante curriculum troverete che attualmente dirige il gruppo di Atmospheric composition del Centro Meteorologico europeo; Rossana coordina inoltre i rapporti tra il suo ente di ricerca e l’Agenzia Spaziale Europea contribuendo allo sviluppo di sensori innovativi da installare sui satelliti per le osservazioni meteorologiche.

Nel nord della Germania, precisamente a Darmstadt, lavora già da molti anni Francesco De Angelis, anche lui passato per la “nostra” laurea in fisica (addirittura figlio d’arte perché sua madre era stata mia compagna di corso). Francesco è aquilano e, per il suo ente di ricerca, è responsabile della missione MicroWave Imager, un radiometro a microonde che verrà lanciato a bordo del satellite MetOp-SG. A differenza di quanto ritenni di fare io a suo tempo, Francesco si è “portato dietro” la sua innamorata la quale lavora adesso con piena soddisfazione in un importante ospedale della zona. Interrogato da me prima di scrivere questo piccolo articolo, Francesco De Angelis mi segnala anche Andrea Addazi, giovanissimo fisico teramano che studia i buchi neri, non a Teramo, ma nella megalopoli cinese di Shanghai.

La “fuga” dei nostri ragazzi non è solo verso il settore pubblico della ricerca. Giovanna Ruscitti, aquilana, anche lei laureata in Fisica, lavora nella sede berlinese di Delivery Hero. Per sintetizzare del suo lavoro e del perché della sua scelta di lavorare all’estero, è sufficiente fare “copia e incolla” da una intervista da lei rilasciata a un sito web di Berlino: «Se si hanno voglia e capacità di crescita o leadership, Berlino è sicuramente la città giusta. Qui si viene pagati il doppio rispetto all’Italia, direi una bella gratificazione. Se in Germania vieni accettato per un lavoro, è grazie a meriti personali. Fin dall’inizio sono rimasta positivamente colpita dai rapporti tra colleghi. La collaborazione vince sulla competitività e ci si confronta in modo rispettoso. C’è poi la fortuna di poter lavorare in un ambiente multiculturale, un aspetto importante che in Italia ancora manca. Noi italiani siamo abituati a dovercela cavare, mentre i tedeschi hanno spesso un ambiente tutelato e con meno imprevisti». Che altro aggiungere? Sottolineo solo « multiculturale» e vi prego di rileggere quella frase.

Ancora recentemente hanno fatto le valigie Luisa Capannolo, anch’essa nostra laureata di origini aquilane che lavora all’Università di Boston e poi  un altro ragazzo dell’Aquila: Daniele Visioni (nella foto di copertina mentre tiene una lezione a Boston); dopo aver conseguito il titolo di dottore di ricerca nella nostra università è adesso Assistant Professor di scienze atmosferiche presso la Cornell University (stato di New York). Anche lui è stato contattato da me per spiegare le ragioni di questa scelta professionale. Mi ha risposto che la motivazione vera non era lusinghiera per “qualcuno” e preferiva non pubblicarla.

Gianluca Rastelli, giuliese di nascita, si è laureato con noi e poi ha lavorato a lungo presso la Universität Konstanz (Germania) prima di rientrare (almeno lui!) a Trento dove è ricercatore del CNR. Anche Mattia Fanì viene da Giulianova e anche lui è transitato per la “mia” università prima di concludere gli studi a Bologna. Dopo alcuni anni in cui ha lavorato al CERN di Ginevra, adesso Mattia è ricercatore all’università del Minnesota dopo esser transitato anche ai National Lab di Los Alamos.

Erika Coppola è nata a Popoli ed è stata una delle mie allieve più brillanti. Sono stato relatore della sua tesi di laurea e poi, in collaborazione con un collega dell’università di Reading, l’ho seguita per la tesi di dottorato che ha discusso in quella università britannica. Erika è fisicamente restata in Italia, a Trieste, ma lavora in un organismo internazionale: il Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam (ICTP) che è finanziato principalmente dall’Unesco. Per me e altri della nostra università, lei è stata un punto di riferimento importante perché “le abbiamo spedito” molti dei nostri migliori allievi subito dopo la laurea: Fabio Di Sante, teramano, Laura Mariotti originaria di Capitignano, Emanuela Pichelli, aquilana. Questi e altri sono poi “volati”, anche loro, verso altre prestigiose istituzioni scientifiche internazionali, quasi sempre all’estero. Erika Coppola è capogruppo della sezione di modellistica regionale ad alta risoluzione all’interno della sezione di Earth System Physics dell’ICTP; è inoltre coordinatrice del regional assessment dell’ultimo report IPCC (International Panel for Climate Change che è il summit degli scienziati che, per conto dell’ONU, produce i report periodici sui cambiamenti climatici. La sezione di  Earth System dell’ICTP è stata a lungo diretta da Filippo Giorgi. Quest’ultimo è il più autorevole climatologo italiano, almeno a parere di chi scrive; originario di Sulmona e laureato nella mia università poco prima di me, anche Giorgi lo abbiamo “regalato” al già citato NCAR del Colorado per gran parte della sua carriera scientifica.

E la storia si ripete anche con i più giovani: Ludovico di Antonio è originario di Campli e, durante i mesi del lockdown per  l’emergenza Covid, ha brillantemente conseguito, primo in assoluto, la laurea specialistica in Scienze e tecnologie dell’Atmosfera istituita in collaborazione dall’Università dell’Aquila e dalla “Sapienza” di Roma. Non abbiamo fatto in tempo a offrirgli una borsa di studio che è partito per la Francia dove ha appena brillantemente conseguito il dottorato di ricerca al Laboratoire Atmosphères, Observations Spatiales(LATMOS) di Parigi; disperiamo di averlo ancora a lavorare con noi. Nella sua pagina web, Ludovico scrive, tra le altre cose, della sua nostalgia per l’Abruzzo e per la bellissima natura “intorno a casa sua”, quindi quella sua decisione di partire non deve essere stata semplice da prendere.

Sin qui ho citato quasi esclusivamente ex-studenti del mio settore disciplinare, ma potrei allargarmi. Tanto per fare un esempio, citerò Ettore Segreto (nella foto), originario del teramano, che, dopo essersi laureato nella nostra università, ha collaborato a lungo con i laboratori nazionali del Gran Sasso per arrivare a essere candidato a “Full Professor” (vuol dire docente al massimo livello) alla Universitade Estadual de Campinas di San Paolo del Brasile (uno scambio quasi alla pari: noi compriamo i loro calciatori, loro investono, decisamente più a buon mercato, sui nostri docenti). Ettore dirige attualmente il cosiddetto photo-arrest system di un importante esperimento, DUNE-SP, che è condotto da una collaborazione internazionale capeggiata dal Fermi-lab di Chicago; è inoltre responsabile (ovvero è il “capo”) del Léptons Laboratory dell’università di San Paolo. Nel 2019, Ettore Segreto – anche lui ha sostenuto l’esame di fisica numerica con me circa 20 anni fa – è stato premiato dal dipartimento di fisica delle particelle dell’American Physics Society per i suoi rilevanti contributi allo sviluppo della strumentazione per la fisica delle altre energie. Nel già citato laboratorio di Los Alamos lavora anche Roberto Acciarri, anche lui abruzzese e anche lui laureato “da noi”; Roberto, ancora giovanissimo, sta già facendo una brillante carriera essendosi distinto, tra l’altro, durante il test del rivelatore protoDUNE al CERN di Ginevra (era uno dei responsabili dell’installazione malgrado i “pochi anni”).

Potrei andare avanti per molto, ma mi fermo qui. Vi basta? Volete fare una media? Direi che non serve, pensate non alla statistica, ma all’insieme di queste “vite” che abbiamo regalato ad altri. Proviamo, invece a vedere, senza numeri, ma solo qualitativamente, quanto ci abbiamo rimesso.

Sapete quanto costa laureare un fisico? Uno sproposito, non scrivo la cifra per vergogna; il rapporto studenti/docenti è tale che, nella mia università come in molte altre, i fisici combattono ogni anno contro i consigli di amministrazione che vorrebbero chiudere un corso di laurea così poco redditizio. E dopo aver formato questi “gioielli dell’ingegno”, noi li mandiamo prevalentemente all’estero, almeno gran parte dei più bravi. Sia detto per inciso: non è che noi che siamo rimasti in Italia, o addirittura in Abruzzo, siamo tutti delle “sciacquette”, tuttavia la tendenza è di netta perdita rispetto al grande investimento che facciamo per mettere questi talenti in grado di “produrre” risultati e innovazione. È un po’ come se alla FIAT – quella dei “tempi d’oro” non quella evanescente di adesso –  dopo aver formato gli eredi di Sergio Pininfarina con grandi investimenti a medio termine, avessero proposto a quegli allievi uno stipendio di 1500 euro lordi, regalandoli, di fatto, alla Volkswagen!

Di chi è la colpa di tutto questo? Naturalmente del governo precedente, qualunque fosse il governo precedente e qualunque sia quello attuale.

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