Fonzino, il cacciatore senza prede

Fonzino, il cacciatore senza prede

un racconto di Marco Verdecchia

Funzin’ (Fonzino) faceva il barbiere e il lunedì, tradizionale giorno di chiusura della sua “pentica” che si trovava lungo il corso del paese, veniva immancabilmente a passare i pomeriggi a casa nostra. Dopo che si era seduto intorno alla tavola appena sparecchiata, mio padre, sorridendo, indicava a mia madre lo “stipo” della credenza dove si trovava il fiasco di “rosso” e mia madre riportava allora in tavola quel bottiglione allungando nel contempo, davanti alle mani del nostro ospite, un bicchiere ancora gocciolante che era stato appena lavato.

Sicuro che quello sarebbe stato il primo atto di una consolidata liturgia di ospitalità, il nostro amico barbiere non esitava a riempire e subito assaggiare il primo calice di quella celebrazione, senza mai smettere di gesticolare e raccontare a mio padre la prima delle malefatte sui paesani che aveva appreso nella sua bottega durante l’ultima settimana. Fonzino era sempre caustico nei confronti di chiunque: dai cattolici ferventi che dipingeva come icone dell’ipocrisia, ai comunisti finti-poveri che urlavano rivendicazioni all’unico scopo di conquistare potere per sé – e quelle invettive non sembravano neanche costargli molto sebbene lui appartenesse, se non altro per condizione sociale, a quella fede politica –, ai fascisti che coltivavano nostalgie per i tempi in cui era concesso loro di manganellare chiunque non fosse degno della loro istintiva simpatia.

Mio padre, che a differenza di lui era un “moderato”, rideva senza remora alcuna a ogni feroce sarcasmo, qualunque fosse il bersaglio degli irridenti scherni, probabilmente rassicurato dal fatto che i dileggi erano impartiti in maniera, come dire, “ecumenica”. Ce n’era poi anche per calciatori e dirigenti della squadra di calcio: Fonzino era stato un bravo centravanti del Giulianova e suo figlio, Alfredo, stava all’epoca per iniziare una carriera che lo avrebbe portato, seppur per brevi frangenti, a giocare in serie A; il nostro amico barbiere dileggiava l’allora presidente perché intento a “vendere” suo figlio come se fosse lui, il presidente, il genitore che aveva contribuito a farlo venire al mondo.

Fonzino aveva anche un hobby particolare che rappresentava la scusa ufficiale per venire da noi quasi tutti i lunedì: tentare di catturare uccelli. A tale scopo stendeva ogni volta una apposita rete di corda in una piccola radura tra gli alberi vicino a casa; questo piccolo spiazzo tra il verde era situato proprio dietro a una vasca alimentata dall’acqua di un vicino pozzo; lasciando aperto il rubinetto e aspirando per qualche secondo da un vecchio tubo di gomma, l’acqua scorreva formando un piccolissimo rivo fino alla radura tra gli alberi; gli uccelli venivano richiamati dal leggero gorgoglio di quel rivolo e planavano allora per dissetarsi quindi, seppur raramente, accadeva che rimanevano impigliati nella rete di cattura di Fonzino.

Dopo quella rapida “installazione”, il nostro amico barbiere saliva a casa nostra e passava insieme a noi lunghi indimenticabili pomeriggi; Fonzino era molto ben voluto da tutta la mia famiglia, non solo per la sua mitezza maldestramente celata da un  umorismo fintamente caustico e irriverente, ma anche perché era superbamente dotato di una inusuale capacità di raccontare e affabulare improbabili intrecci narrativi con cui, per ore, intratteneva in allegria estrema l’intera famiglia.

Mio fratello Bruno raccontò per tutta la vita che, allora adolescente, durante quei lunedì indimenticati rinunciava volentieri a incontrare i suoi amici e si privava della rituale quotidiana partita a boccette al bar de “Lu Ziffij”, per restare seduto con noi nella povera e buia cucina, come tutti rapito e affascinato, oltre che divertito, da quel barbiere istrionico che sorseggiava il vino rosso e poi, appoggiato il bicchiere sulla pietra di marmo del tavolo della nostra cucina, prendeva a girare attorno imitando i gesti consueti di finti fedeli che sfilavano in processione pregando con ipocrisia e convinzione palesemente scarsa. Oppure, Fonzino recitava l’ennesima replica, ogni volta condita da nuovi esilaranti variazioni della sceneggiatura, della storia di quell’uomo che, assai affezionato al suo cavallo, alla morte della bestia pretese dal parroco solenni funerali in chiesa.

Ottenuta l’approvazione del parroco dopo estenuanti e spassose trattative, il protagonista di quel racconto, durante la funzione, interrompeva ripetutamente il rito per offrire a Domineiddio alcune preziose provviste alimentari in suffragio del defunto: «’sti tre salame e ‘sti tre tarall’ vale pe’ l’alme du ‘stu cavalle» («Questi tre salami e questi tre taralli valgano in suffragio dell’anima di questo cavallo»). Dal Kyrie fino all’Offertorio, i salumi e i taralli divenivano 3, 5, 7, 9, e poi 11. I versi in rima baciata venivano recitati cantando e girando attorno al tavolo (come se sul marmo bianco della nostra cucina fosse davvero composta l’amata salma del purosangue) e “coreografati” con saltelli ritmati alla musica, sempre mimando con gesti eloquenti i taralli inanellati nell’avambraccio destro e le salamelle infilate in quello sinistro.

Mia madre, fervente cattolica, rimaneva nei primi frangenti assai dubbiosa se tollerare le evidenti blasfemie di cui il racconto di Fonzino era infarcito ma poi, sopraffatta dall’esito esilarante di quella recitazione, si abbandonava al riso arrivando a asciugarsi le lacrime per il divertimento. Mio padre dimenticava persino di alimentare il fuoco o accendersi l’immancabile sigaretta per non perdere una sillaba di quel teatro impareggiabile; io, mio fratello, mia sorella e il fidanzato di quest’ultima, arretravamo progressivamente le sedie dal tavolo verso il muro per far spazio adeguato alle coreografie che accompagnavano la recita. Il racconto terminava con il farsesco e colorito diverbio finale – questo purtroppo irrimediabilmente perduto anche nella nostra memoria – tra il proprietario del cavallo defunto che, al termine delle esequie, si affrettava a raccogliere “le offerte” nella sua cesta per riportarle a casa, e il sacerdote celebrante il quale riteneva scontato e doveroso che quei salumi e quei taralli, essendo stati offerti in suffragio per l’anima defunta, dovessero adesso conseguentemente appartenere alla parrocchia.

Fonzino aveva anche uno strano sesto senso che gli consentiva di riconoscere, tra le voci di mille volatili che popolavano il piccolo bosco intorno a casa, il debole grido di aiuto lanciato da un malcapitato passerotto che era finito tra le maglie della sua trappola. Allora, appoggiava il bicchiere di vino ancora a metà sul tavolo di marmo e interrompeva il colorito racconto di quelle storie con cui intratteneva il pomeriggio di tutta la mia famiglia. Il bicchiere mezzo pieno lasciato sul tavolo era implicita dichiarazione che sarebbe tornato presto nonché rappresentava un palese invito ad aspettarlo; di lì a breve avrebbe terminato la sua narrazione. Quindi scendeva di buon passo per le scale di casa e si dirigeva verso la rete di cattura; io lo seguivo spesso ma a prudente distanza, timoroso com’ero di dover assistere troppo da vicino alla condanna all’ergastolo del povero uccellino.

Ma questo non avvenne praticamente mai; dopo aver delicatamente liberato dalla rete le zampe e le ali del piccolo animale, Fonzino pronunciava sempre e molto rapidamente una sentenza assai magnanima: il passero era troppo piccolo per essere messo in gabbia; il fringuello aveva poco piumaggio e probabilmente era malaticcio per cui era meglio lasciarlo andare, ovvero il merlo era una femmina e, in quella stagione, aveva sicuramente da sfamare i suoi piccoli, era quindi troppo crudele lasciar morire di fame l’intera nidiata per catturare un solo esemplare. Sicché nessuna di quelle possibili vittime fu mai veramente condannata a vivere in gabbia. Col passare dei mesi e delle tante stagioni in cui quella ritualità dei lunedì si perpetrava, io presi a chiedermi, nonostante l’ingenuità dei miei pochi anni, perché mai Fonzino intignasse a catturare quelle piccole creature se poi finiva sempre per liberarle.

Non ho mai trovato risposta plausibile.

Ma, adesso che con i miei anni ho persino superato quelli che Fonzino aveva allora, voglio “tifare”  per un particolare “movente”, pur non avendone alcuna prova: quello spirito assai arguto nello sceneggiare e recitare storie sarcastiche, ma in fondo così buono di indole, non amava propriamente catturare, ma liberare. Forse, quello che davvero Fonzino cercava e amava era semplicemente quella piccola gioia di avere tra i palmi per un istante la fragile creatura, per poi abbandonarsi al grande inconfessabile piacere di aprire la mano e sentire il furioso frullo delle ali che tornavano lassù, invisibili e inviolabili, tra i rami folti e intrecciati del piccolo bosco di lauri e olmi.

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