Filomena e Divinangelo :”questo matrimonio (non) s’ha da fare subito”

Filomena e Divinangelo :”questo matrimonio (non) s’ha da fare subito”

di Marco Verdecchia

Ebbe un gran riflesso Divinangelo quella mattina. Il fattore si era presentato nella casa colonica assai di buonora e, dopo aver a lungo ispezionato la stalla, il frutteto e gli orti annotando meticolosamente, sul suo taccuino tascabile foderato di nero, la stima di ortaggi e frutta che ci si aspettava di raccogliere, aveva anche preso nota con puntiglio e bella calligrafia degli agnelli e dei vitellini che si erano aggiunti alla già cospicua mandria di animali da latte. Per ogni nuovo segno che era necessario tracciare, l’uomo inumidiva il lapis con la saliva e dietro le sue spalle i silenziosi contadini sbirciavano senza comprenderli i misteriosi simboli che l’uomo tracciava sulla carta; non avendo la maggior parte di loro neanche qualche elementare conoscenza dell’aritmetica, essi cercavano tuttavia di divinare auspici se la parte a loro spettante di tutta quella Grazia di Dio sarebbe stata sufficiente ad aver farina, olio e formaggio per sfamare le tante bocche che si stringevano al tavolo della cucina due volte al giorno. Dopo quel rito compiuto con piglio severo e senza quasi proferire sillaba, il fattore aveva accettato di salire la consunta scalinata di mattoni per accomodarsi in casa e farsi offrire un “complimento” nella cucina di quella numerosa famiglia che, da oltre un secolo, generazione dopo generazione, abitava la casa colonica. I miti mezzadri coltivavano oltre trenta ettari di terra da cui, anche quell’annata, si aspettavano grano, orzo e granturco da riempire magazzini e granai della nobile famiglia la quale possedeva gran fetta delle estensioni di terre adiacenti al mare. In particolare quelle dove Divinangelo e i suoi fratelli prestavano le braccia erano tra le più preziose perché pianeggianti oltre che benedette dal piccolo torrente che, anche durante la calura delle estati, infiltrava nei terreni adiacenti l’umidità vitale per quanto ci si volesse raccogliere.

Il fattore mostrava autorevolezza nell’aspetto prima ancora che nell’atteggiamento; era infatti un uomo alto e robusto, vestito con pantaloni di velluto e una ampia giacca di fustagno. Quella mattina si era accomodato senza grandi cerimonie sulla sedia posta a capotavola, proprio vicino al camino che ancora irradiava gli ultimi colpi di fuoco a mitigare i residui freddi mattini di aprile. Quella sedia era solitamente riservata all’anziano capostipite della famiglia: Francesco, era padre di Divinangelo oltre che di tre altri tre fratelli e due sorelle; queste ultime da poco avevano sposato due giovani fratelli della casa colonica vicina e quindi avevano abbandonato la casa paterna per andare a vivere nelle casa dei loro mariti. Al fattore venne offerto un bollente caffè d’orzo, un bicchiere di latte appena munto e qualche dolcetto fatto con farina e pochi grammi di zucchero; il legale rappresentante dei padroni aveva lentamente consumato la colazione non derogando quasi mai al suo fare taciturno e severo, si sarebbe detto addirittura diffidente come si confaceva a chi, per conto della stirpe di aristocratici, doveva vigilare che i poveri mezzadri non sottraessero derrate e bestiame a ciò che spettava ai proprietari terrieri secondo quel diffuso contratto che si chiamavamezzadria, ultimo residuo dell’economia medievale giunto fin quasi alle soglie del terzo millennio. I giovani non sanno di cosa si tratta – ed è una fortuna che non ne siano a conoscenza direttamente se non tramite i libri di storia – ma quella più moderna variante dell’antica schiavitù prevedeva, almeno in teoria, che i frutti della terra venissero in parti uguali divisi tra i proprietari terrieri e i coltivatori (da cui appunto il termine mezzadria, ovvero “a mezzo”); di fatto però, lo stato di prostrazione e di inferiorità dei contadini, dovuto anche al diffuso analfabetismo, impediva loro un qualunque controllo sui “conti” e sulle spettanze che erano dovute per il loro lavoro. A ciò va aggiunto che il contratto di mezzadria non prevedeva nessun tipo di garanzia per i lavoratori; era sufficiente che i padroni, appunto tramite i loro fattori, ritenessero una certa famiglia “indegna” di essere alle loro dipendenze, anche solo per una presunta illecita condotta morale, e quelle sciagurate famiglie venivano allontanate senza nessun risarcimento oltre che senza nessuna spiegazione.

Si capisce allora come, nella famiglia di Divinangelo, il fattore venne accolto col massimo rispetto, invitato a casa con grande deferenza e osservato anche con grande ansia in ogni atto che compiva appuntando le misteriose cifre sul suo piccolo taccuino. La mattina di cui parliamo era di una primavera lontana, quella del 1938; l’uomo dalla giacca di fustagno mostrò di gradire la colazione che gli era stata offerta (cosa che era, di per sé auspicio favorevole per il rapporto che avrebbe steso per i padroni) quindi ringraziò con poche parole e modi assai sobri prima di accennare a uscire. Poi, quando era già  sulla soglia, si voltò per rivolgere ai fratelli e alle mogli di quei miti mezzadri una domanda del tutto inaspettata: «Qualcuno di voi sarebbe interessato ad andare a fare il giardiniere nella villa dei signori?».

A quella domanda Divinangelo aveva avuto il felino riflesso che gli avrebbe consentito un miraggio di riscatto, e si era detto pronto a assumere quell’incarico anche da subito. Il fattore aveva risposto con un lungo silenzio durante il quale aveva scrutinato attentamente la figura del mezzadro allora non ancora trentenne che aveva fatto quella solerte dichiarazione; aveva quindi osservato con maniacale attenzione il suo fisico smilzo, brevilineo e dalle movenze alquanto impacciate; infine era risalito fino a inquadrare il viso magro e già solcato da rughe premature. Subito dopo, voltatosi di nuovo dando le spalle alla porta, si accinse a una serie di obiezioni che, con tutta evidenza, era preparato a fare. Innanzitutto bisognava saper leggere e scrivere bene, al custode della villa era infatti richiesto di tenere rigorosa contabilità di tutti i beni che entravano e uscivano dai granai e dai magazzini, inoltre i padroni pretendevano che fosse una famiglia ad abitare nella loro sontuosa villa e non un singolo; era una questione di sicurezza ma anche di morale e di decoro: uno scapolo avrebbe potuto essere sedotto da donne di malaffare portando l’immoralità all’interno della aristocratica dimora. Ma l’uomo dal fisico smilzo, dopo qualche comprensibile esitazione, non si fece intimidire da quelle obiezioni; anzi, eccitato da quel piccolo spiraglio di emancipazione che si apriva al suo orizzonte, replicò trafelato che lui, a differenza dei fratelli, era arrivato senza intoppi alla quinta elementare, sapeva leggere, scrivere e sapeva fare le operazioni aritmetiche per le quali, tra l’altro, si sentiva particolarmente portato. Inoltre disse, mostrando l’anulare della mano sinistra, che era già fidanzato con una brava sposa e non sarebbe passato molto tempo prima che il matrimonio venisse celebrato.

La casa che il fattore visitò quella mattina era particolarmente buia nonostante brillasse già un generoso sole di primavera; oltre che per le imposte minime ricavate solo da una delle pareti della cucina, la scarsità di luce era dovuta al fatto che quelle due piccole fessure tra le mura consunte erano state pudicamente oscurate perché un recente e lanciante lutto aveva colpito la piccola comunità di contadini. La moglie di Francesco era mancata proprio il primo giorno di primavera di quell’anno e le ancestrali consuetudini imponevano che l’intera famiglia vivesse per un anno in una sobrietà di comportamenti ancor più stretta di quella che le bassissime condizioni sociali già imponevano; erano quindi interdetti i festeggiamenti di qualunque ricorrenza e persino la ritualità per le più importanti sante ricorrenze si riduceva alla partecipazione muta ai solenni riti che si celebravano nella piccola chiesa del paese. Nonostante quella sentita mestizia a cui partecipava convinto, il giovane mezzadro Divinangelo ebbe la spudoratezza di dimenticare, seppur per un solo secondo, il dolore di quella recente perdita e “distrarsi” a immaginare un futuro diverso e più prospero per sé e per la sposa a cui avrebbe giurato fedeltà perenne di lì a qualche mese.

Dopo quel perentorio interesse che il contadino aveva manifestato, il fattore tornò indietro di qualche ulteriore passo; si sedette ancora nei pressi del tavolo e chiese a Divinangelo di apporre una firma leggibile sul suo taccuino. Le lettere furono tracciate in maniera un po’ incerta, la mano già sporca del letame della stalla gli tremava alquanto ma alla fine le undici lettere del nome di battesimo e quelle del cognome furono compilate in sequenza senza errori e l’agronomo dovette accertare che l’uomo non aveva mentito a dichiararsi in grado di scrivere e, anzi, a dispetto delle condizioni in cui era cresciuto, la sua calligrafia era persino degna di nota. Si passò quindi a un frettoloso esame di matematica: «Una damigiana per il vino contiene 54 litri, ma quanti quintali ci sono in 9 damigiane?». Se non proprio questa, molto simile dovette essere la domanda che fu posta a bruciapelo e allora il mite e giovane mezzadro, forse invocando in cuor suo l’aiuto della mamma che ora lo vegliava dal cielo, tracciò sui quadretti del quadernino la moltiplicazione giusta e fu anche in grado di indovinare le cifre che in sequenza andavano sotto la linea orizzontale che aveva tracciano con la mano tremolante per l’emozione.

Divinangelo fu alla fine accettato come candidato per il nuovo lavoro e seguirono altre prove. Probabilmente la più dura fu quella di ritrovarsi, per la prima volta, al cospetto dei signori che dimoravano nella grande villa di cui, fino ad allora, il nuovo aspirante custode aveva solo sentito parlare. Il contadino “rivestito” nel miglior modo possibile indossava l’unica giacca decente che, da sempre, aveva condiviso con i fratelli; i pantaloni erano pesanti e inadatti alla stagione, ma era l’unico paio che non presentasse toppe e scuciture di vario genere. Egli attese a lungo quasi senza respirare, seduto su una delle sedie di legno dell’ufficio del fattore dove gli era stato detto di accomodarsi, sino a che sentì nell’anticamera dei rumori di passi per lui davvero insoliti: era inusuale il ritmo, lento e cadenzato e già dal suono si intuiva l’eleganza di quell’incedere. Ed era poi nitido il rumore dei tacchi che battevano sul pavimento, così nitido da lasciar intuire chiaramente che quelle suole erano nuove e sicuramente sarebbe stato ben lucido e immacolato tutto il pregiato cuoio delle calzature. La porta si aprì senza che venisse bussato e apparvero nell’ufficio le eleganti sagome della Signora … e di Don… I due aristocratici non usarono la cortesia di salutare neanche il fattore che, deferente, si era subito alzato dalla scrivania ed era andato loro incontro; si avvicinarono invece con fare deciso al contadino in attesa scrutinando ogni sezione della sua figura. Sul volto magro di costui era comparsa una espressione di ansia tendente all’angoscia, quindi lentamente e gradualmente i quattro occhi aristocratici osservarono il fisico magro; in quella occasione l’uomo stringeva sul petto il cappello cercando in tal modo di dissimulare un improvviso tremore innescato da quella prima volta in cui si trovava a pochi centimetri da due esemplari di una razza palesemente a lui aliena. La Signora … e Don … si erano quindi scambiati un leggero cenno di intesa prima che l’uomo rivolgesse al candidato alcune brevi domande scandite con voce squillante e autorevole. Venne chiesto al contadino il suo nome e, quando costui rispose con il solo nome di battesimo, il solerte fattore si affrettò ad aggiungere il cognome, quasi scusandosi implicitamente della scarsa intuizione di quell’impacciato candidato; lo stesso amministratore provvide poi a precisare che si trattava di una famiglia al servizio di «Lor Signori» da almeno quattro generazioni e che nulla risultava di spiacevole per l’intera stirpe: mai un sacco di grano o una cesta di olive che fosse stata illecitamente sottratta dalla contabilità che, proprio in quell’ufficio, si provvedeva quotidianamente a stilare con sommo scrupolo morale ancor prima che aritmetico. Fu quindi chiesto al mezzadro, chiamandolo per la prima volta col suo nome di battesimo se egli avesse esperienza nella coltivazione delle piante e se se la sentisse di occuparsi del vasto giardino della villa.

Divinangelo si sentì per un attimo quasi sollevato che gli si rivolgesse direttamente la parola; ebbe quasi la sensazione che quella domanda rappresentasse una nuova fase dell’esame e, quindi, la prima parte poteva già dirsi superata. Egli seppe essere convincente a dire che si, era felice di assumere quel nuovo incarico e che già nell’intorno della casa ove abitava aveva giocato a far riprodurre qualche geranio e aveva imparato a ricavar semi da certi fiori che aveva trovato nei dintorni. Si parlò infine del suo stato civile e gli fu ribadito che, come da tradizione, si voleva senza possibilità di derogare a tale abitudine, che ad abitare la casa del guardiano fosse una famiglia e non un singolo. Era quindi necessario che egli prendesse moglie e, essendo la copertura di quel ruolo inderogabile, il matrimonio s’aveva da fare il più presto possibile. Insomma l’imposizione che venne recitata fu esattamente l’opposto di quella che i bravi di Manzoni si trovarono a prescrivere al povero Don Abbondio. Il nobiluomo non dimenticò di aggiungere, con altrettanto severo piglio e un linguaggio che, almeno in quel frangente, fu reso più elementare perché il sempliciotto contadino potesse facilmente intendere, che occorreva che la sposa in questione fosse assai rispettosa, costumata e con comportamenti assai sobri da non destare, con il proprio aspetto e i propri atteggiamenti, alcun imbarazzo ai tanti visitatori di alto rango che regolarmente frequentavano la dimora. Affinché ciò fosse verificato, fu anche decretato che la fidanzata del contadino venisse condotta alla villa perché i padroni potessero conoscerla di persona ed accettarne la moralità al di fuori di ogni dubbio. Nel frattempo, solo per un limitatissimo periodo di un paio di mesi al massimo, l’ormai ex mezzadro avrebbe potuto prender posto nell’abitazione adiacente al palazzo nobiliare  – si intende, ovviamente, a debita e pudica distanza – e occuparsi con solerzia di ripulire le aiuole della villa che avevano già l’erba incolta di settimane e sistemare i vasi di gerani e begonie nell’ampio spazio antistante la facciata principale del palazzo. Del contratto di lavoro e della remunerazione, si risolse in fretta con un lieve cenno della mano verso il fattore che avrebbe dovuto preparare i documenti e stabilire la cifra secondo quanto era solito per tutto il personale alle dipendenze della famiglia.

Dopo aver brillantemente superato quel nuovo rigoroso esame, Divinangelo si trovò quindi a vivere e lavorare nella sontuosa residenza già nei giorni successivi al colloquio che abbiamo provato a immaginare con qualche piccolo sforzo della nostra fantasia. Nella modesta dependance all’interno del grande giardino, l’uomo sarebbe rimasto per tutta la vita e, salvo alcune defezioni dovute alla guerra che di lì a poco avrebbe oscurato i cieli, in quel luogo sarebbero nati i suoi cinque figli. In quella lontana primavera del 1938 gli venne dunque assegnato l’alloggio che a lui dovette sembrare addirittura smisurato: una cucina arredata già con una stufa, una credenza e un tavolo; due stanze da letto, un ampio ingresso e, da non crederci, servizi igienici con water e lavandino all’interno della casa. Il lavoro gli parve alla sua portata e ne fu subito entusiasta; il badile e la zappa adesso affondavano non sull’immensa distesa di terre, ma entro piccoli spazi di aiuole delimitate da basse siepi di bosso. Di acqua ce n’era in abbondanza e la si poteva agevolmente attingere facendo funzionare le pompe che aspiravano dal pozzo profondo scavato in un terreno adiacente alla villa. Tutto il perimetro della elegante residenza era protetto dagli sguardi indiscreti dei paesani grazie a un bosco di lauri, due querce monumentali e numerosi pini secolari che svettavano maestosi sopra le grandi macchie di verde.

Dopo quei primi giorni che per Divinangelo dovettero essere felici o addirittura esaltanti, vi fu, come previsto, un nuovo colloquio con i padroni a cui dovette partecipare anche la sposa promessa. Filomena arrivò di buon mattino, accompagnata, come fossero guardie della sua onorabilità, dai due fratelli maggiori che la scortarono fino all’ingresso dell’ufficio del fattore per poi dileguarsi e nascondersi pudicamente dietro una siepe particolarmente alta e folta che Divinangelo aveva indicato loro (doveva certo essere inusuale che un luogo tanto nobile venisse frequentato simultaneamente da un così alto numero di contadini). Anche Filomena venne fatta accomodare sulla panca di legno addossata a un delle pareti dell’ufficio e anche lei udì con imprevista emozione il peculiare ritmo scandito dalle scarpe che si avvicinavano alla porta per poi aprirla senza bussare. A differenza del suo futuro marito che le sedeva accanto, la donna venne quasi ammaliata anche dal raffinato vestito di seta che la Signora … indossava e dall’intenso effluvio di acqua di colonia che l’austera figura femminile emanava quando le si trovò accanto. L’incontro stavolta fu più breve e venne condotto dalla Signora … (che era invece restata in silenzio durante il colloquio precedente). A differenza di quelle pronunciate dal marito, le parole della aristocratica baronessa furono assai cordiali e, in alcuni frangenti, addirittura marcate da una inaspettata dolcezza. Le uniche domande che vennero rivolte alla futura moglie del nuovo giardiniere riguardarono il suo nome di battesimo e la sua provenienza. Dopo averla squadrata a lungo, i due signori, sia pure senza pronunciare parole, rilevarono unanimi che quella giovane contadina vestita di scuro con il capo coperto da un dignitoso fazzoletto nero con solo i colori di pochi fiori stampati, non aveva l’aspetto, i modi, le movenze né l’indole di una pericolosa seduttrice. Il loro rassicurante verdetto venne quindi comunicato con un cenno al fattore che, sempre con la massima deferenza, fece appena in tempo ad accennare un ossequioso inchino prima che i due uscissero dall’ufficio per risalire ai loro piani alti.

Anche quella prova era dunque superata e pareva proprio che Divinangelo fosse avviato verso una emancipazione insperata solo poche settimane prima. Egli dovette essere quasi incredulo quando per la prima volta ricevette il suo primo stipendio fisso mensile.

Ma doveva arrivare per quell’uomo l’ostacolo che, paradossalmente, sarebbe stato il più arduo da superare, per quanto inizialmente imprevedibile. Si trattava infatti di un intralcio che arrivava proprio dalla sua famiglia e non dai padroni. Come già accennato, la famiglia del “nostro” contadino aspirante giardiniere era nel pieno dell’anno di lutto che accompagnava l’inconsolabile dolore per la perdita della mamma di Divinangelo. Il vecchio di casa, Francesco, non acconsentiva quindi che suo figlio celebrasse nozze proprio durante l’anno di dolore e mestizia. Non era neanche pensabile che si apparecchiasse tavola a festa per quell’evento o che si avesse a respirare aria di solenne allegria quando ancora era così fresco il cordoglio per l’anima cara della amatissima consorte la cui voce terrena si era spenta.

Accadde allora che quel figlio che coltivava la sua piccola ambizione cercò di spiegare a suo padre che era necessario derogare alla consolidata tradizione di lutto e mestizia, che si doveva per forza affrettare quelle nozze. I padroni esigevano quel passo per consentirgli il nuovo lavoro e sarebbe stato importante per tutti, anche per i fratelli che lì restavano a mezzadria, avere una piccola sicurezza in più con un fratello che, in qualche maniera, “faceva carriera” (l’espressione appare qui esagerata o, addirittura, sarcastica, ma per quei contadini condannati da generazioni a rapporti di esasperante sudditanza era proprio così). Ma il vecchio non sembrava voler sentire ragioni, ascoltava quelle accorate suppliche del figlio con attenzione ma poi, con una voce dolce che sapeva accordarsi anche con l’autorevolezza, ribadiva la necessità dell’inviolabile atavica tradizione di rispettare i morti, di custodire la loro memoria, di onorare la loro misteriosa sopravvivenza che andava percepita anche se gli occhi più non ne sancivano la presenza fisica.

Finché un giorno, quel giovane ragazzo aspirante sposo, fino ad allora sempre incline a chinare il capo di fronte all’autorevolezza del vecchio, sentì la necessità di ribellarsi e urlare. Lo fece solo per un momento e non lo avrebbe fatto mai più. E di fronte all’inaspettata ribellione, il vecchio Francesco abbassò il capo e recitò una preghiera che aveva la forma di una lacrima. Quindi, con la voce rotta dal pianto recitò ad alta voce solo un sintetico «Va bene». 

Con la sola cerimonia religiosa, in assoluta sobrietà ed evitando ogni forma di festa, il matrimonio tra Filomena e Divinangelo fu quindi celebrato in una piccola cappella nascosta tra i rovi nelle campagne lungo il fiume Salinello. Era il 16 ottobre 1938.

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