Una storia di fine ottocento .Domestica, nubile, figlia di ignoti, deceduta all’ospedale di Teramo nel 1942 .Firmato “l’ufficiale del cimitero”

Una storia di fine ottocento .Domestica, nubile, figlia di ignoti, deceduta all’ospedale di Teramo nel 1942 .Firmato “l’ufficiale del cimitero”

di Marco Verdecchia

Dai documenti conservati nell’archivio del cimitero di Teramo risulta che, in quel camposanto, vi è stata una sepoltura nella zona di seppellimento numero dieci e al cippo numero uno. In ragione di quanto narriamo di seguito, è del tutto verosimile che nel posto indicato vi fosse solo una semplice croce di legno con incisa una piccola scritta. Oltre al nome della defunta vi avremmo letto solo le date della sua nascita, erroneamente riportata come il primo dicembre 1893, e della sua morte, sopraggiunta certamente il 10 settembre 1942. E sempre dai grigi faldoni di archivio di quel camposanto, si apprende che quell’ultima dimora terrena, al campo dieci, ospitò le spoglie mortali, classificate come cadavere numero 443, di una domestica nubile, figlia di ignoti e deceduta per uremia presso l’ospedale civile di Teramo.

Quella donna non poteva certo vantare origini di alto lignaggio e non doveva aver avuto una vita facile; oltre che dalla umile professione che viene dichiarata, lo comprendiamo anche dall’approssimazione con cui furono compilati i registri e lo scarno epitaffio; quella domestica nubile, infatti, era circa due anni più giovane di quello che gli archivi cimiteriali documentano e la sua vera data di nascita era il 20 gennaio 1895 o, come vedremo, qualche giorno prima di quella data.

Il giorno in cui quella modesta croce fu piantata nel terreno a segnare chi riposasse in quei due metri quadri di terra consacrata, intorno alla sepoltura c’erano pochissime persone; e quando gli uomini addetti al pietoso compito finirono di calare e ricoprire il feretro nella fredda fossa scura, restò a piangere quella scomparsa solo un ragazzo di sedici anni. Era di altezza modesta, assai magro e, se non fosse stato per le tante lacrime che gli avevano arrossato le pupille quel pomeriggio, avremmo notato sul suo viso grandi occhi castani assai vispi e sempre curiosi. Impietrito davanti alla sepoltura di sua madre, il ragazzo poteva solo piangere, non conosceva infatti preghiere e liturgie di alcun tipo e non aveva fiori da poter gettare sulla piccola gobba di terra che, a sepoltura ultimata, aveva preso la vaga forma della bara sottostante. Il giovane restò probabilmente a lungo a contemplare quell’ultimo segno dell’esistenza terrena della madre tanto cara e poi, quando già cominciava a imbrunire e si stavano per chiudere i cancelli del camposanto, si allontanò a piccoli passi verso la sua casa dove nessuno lo attendeva.

Di quella donna sepolta davanti al dolore del suo unico affetto terreno, sappiamo assai poco, tuttavia l’Archivio di Stato conserva ancora il suo atto di nascita originale. Il documento, vergato con una bella calligrafia ottocentesca, è redatto interamente a mano in quanto si tratta di un verbale “anomalo”; non c’è, infatti, qualcuno che dichiara la paternità di un bimbo (per la qual cosa si usava un modulo prestampato); semplicemente l’Ufficiale d’anagrafe attesta che un piccolo essere umano è «stato messo» da qualche parte e quindi trovato da qualcuno.

Più precisamente il Segretario delegato Carlo De Dominicis verbalizza di aver ricevuto una comunicazione «dal Signor Presidente della Congregazione di Carità di Teramo» dalla cui comunicazione si prende atto che «alle ore tredici e minuti quarantacinque di ieri, nell’Ospedale di Sant’Antonio Abate, posto in via largo dei Melatini al Numero quindici venne messo un bambino di sesso femminile involto in pannolini di mediocre stato senza segni alcuno e dell’età apparente di un giorno a cui venne dato il cognome di… e il nome di…». Dallo stesso documento deduciamo anche l’origine dell’errore nella trascrizione della data di nascita: gli estensori dei documenti successivi, con ogni probabilità, hanno frettolosamente preso in considerazione la data che il Segretario De Dominicis riporta come quella della propria nomina ricevuta dal sindaco «in data primo dicembre 1893», mentre, ovviamente, la data in cui viene compilato il documento è quella indicata in testa allo stesso verbale.

Il «Signor Presidente della Congregazione di Carità di Teramo» che invia la comunicazione all’ufficio anagrafe del comune era un tale Raffaele Roscioli, medico di origini campane assai benemerito per aver introdotto nel nosocomio teramano metodi enormemente innovativi per l’epoca: la Congregazione, inizialmente costituita allo scopo di fornire assistenza agli alienati mentali, divenne ben presto ricovero anche per malati le cui patologie erano legate soprattutto alle condizioni di indigenza, ma anche per soggetti dalla condotta morale poco ortodossa: alcolizzati, ex prostitute, eccetera. L’istituto, sin dalla sua fondazione avvenuta nel 1881, finisce per accogliere anche soggetti che soffrivano di variegati disagi sociali, in particolare molti uomini, donne e bambini allontanati dalle famiglie, dagli ospedali, dagli orfanotrofi.

Anche dal punto di vista strutturale, sotto la guida di Roscioli si realizzano importanti ampliamenti di quello che verrà poi conosciuto come il “Manicomio di Teramo”; in quegli anni si acquistano e si annettono, infatti, molti edifici adiacenti fino ad allora destinati ad altro uso e, al fine di collegare in maniera efficiente due diversi padiglioni, si realizza anche “l’arco di porta Melatina” esattamente come lo si vede ancor oggi da piazza San Francesco. Nella storia dell’Istituto si documenta anche come, sotto la illuminata direzione del dottor Roscioli, vi fosse un trattamento assai differenziato per i ricoverati della benemerita Congregazione: i cosiddetti “tranquilli” potevano recarsi a lavorare nella prima colonia agricola creata già all’inizio del ventesimo secolo oppure nelle officine che si andavano via via impiantando; le donne erano occupate prevalentemente nella cucina, nella tessitura, nel ricamo e cucito.

In una fredda mattina di quel gennaio 1895 si avvia verso quell’arco, appena edificato, una mamma disperata che ha un piccolo, ma prezioso, fardello tra le braccia. La donna cammina lentamente sbucando dai vicoli stretti della città; compie ogni passo cercando di non farsi notare e per questo si guarda attorno di continuo; striscia infine rapidamente lungo le mura del palazzo Melatino, preoccupata che qualcuno non esca da uno di quei portoni proprio in quel momento. Quando finalmente si trova a pochi passi dalla porta Melatina che apre lo sguardo verso l’ampio piazzale antistante, una mano tremante porta l’ultima carezza al viso della bimba avvolta in poveri stracci e poi quelle braccia compiono il fatale gesto – che possiamo ben immaginare dolorosissimo – di abbandonare la creatura circa a metà dei pochi metri che dividono la porta della Congregazione della Carità dal portale della piccola chiesa di Sant’Antonio Abate.

Il momento che la donna sceglie per quel gesto estremo è quello della temperatura meno rigida perché la piccola possa meno soffrire ma, con ogni probabilità, l’ora è suggerita anche dalla necessità che la creatura venga trovata subito o comunque appena possibile. Il punto in cui si abbandona la creatura, circa a metà tra la chiesa e l’ingresso della Congregazione, lascia inoltre intuire che quella madre infelice sperasse in una possibile sinergia tra la misericordia divina e quella umana. E’ altresì presumibile che quella donna abbia poi camminato ancora pochi metri fino a nascondersi dietro una delle colonne dell’arco per accertarsi che il pianto della bambina fosse presto udito e che quell’essere innocente con poche ore di vita venisse subito portato in un ambiente accogliente.

Qualcuno si accorge quindi del pianto che proviene da «pannolini di mediocre stato» e bussa subito al portale della Congregazione invocando aiuto. La bambina non ha ovviamente un nome e deve esserci stato un medico o un infermiere che aveva premura di “rinnovare” qualche persona cara appena scomparsa; poi l’ignoto operatore osserva il piccolo viso scomposto dal pianto e nota un colorito insolitamente scuro verosimilmente legato alle poche ore di vita passate al gelo ovvero a un parto probabilmente complicato e portato a termine dalla madre in segreto e senza alcun aiuto. Così, plausibilmente, sulla base di qualche bizzarra coincidenza tra una morte appena sopraggiunta e una nuova vita ignota, nonché dall’osservazione del particolare colorito di quel visetto appena abbandonato, viene deciso il nome e il cognome della creatura, si sarebbe chiamata Luisa Nerini.

La solerzia nel celebrare quel frettoloso e laico battesimo e nel comunicare a chi di dovere l’avvenuto ritrovamento della creatura, ci lasciano intendere che la piccola Luisa trascorre almeno i suoi primi anni di vita nell’Istituto di via largo dei Melatini al numero quindici, proprio dove era stata abbandonata. A occuparsi di lei sono sia volontari religiosi che altro personale laico del vicino ospedale civico.

Quando qualcuno scrive quel nome appena inventato sul frontespizio di un nuovo fascicolo di quelli con cui la Congregazione documenta la presenza di ogni ospite, la madre della bambina, che per qualche istante aveva celato la sua presenza dietro qualche stipite o arco del vicolo, si è già allontanata di corsa portando con sé il suo ingombrante rimorso. Possiamo immaginare che abbia pianto a lungo, per giorni, forse la vita intera; vogliamo sperare che a rassicurarla vi fosse almeno la certezza che qualcuno si era subito preso cura della sua creatura.

Per molti giorni, una ignota nutrice deve essersi recata nelle stanze intitolate alla Carità offrendo generosamente il proprio seno a consolare gli affamati vagiti della bambina. Sin da quei primi giorni di vita, Luisa impara a disconoscere cosa sia il silenzio: non c’è ora del giorno e della notte in cui da dietro una di quelle pareti non si senta un urlo di dolore, di pazzia, di ribellione; non c’è istante in cui un’anima divorata dalla follia non si dimeni per tentare di volar via dalla prigione di quelle stanze tutte angosciosamente bianche.

Ancor oggi, a guardare anche distrattamente la facciata di quell’edificio ormai abbandonato, quelle sbarre di ferro ormai arrugginito suscitano un forte senso di angoscia (per chi non fosse del luogo, l’insieme di quegli edifici è da decenni abbandonato e in perenne attesa di una “riqualificazione”). Quel reticolato che ormai è di quasi sola ruggine ancora domina come una incombente minaccia la grande piazza antistante e quelle sbarre dovettero certamente essere una feroce umiliazione per chi vi fosse rinchiuso. Possiamo pensare a quante mani hanno afferrato quei ferri di quella gabbia tentando di liberarsi e quanti occhi hanno visto, per tanta parte della propria vita, l’immagine “a scacchi” della piazza circostante come immutabile orizzonte.

In quel mondo caritatevole ma certo non troppo ospitale la “nostra” Luisa vive l’infanzia abitando camerate dall’arredamento essenziale in cui tutto il mondo privato e intimo è racchiuso nei due cassetti di un comodino.

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Quando Luisa esce dall’ex manicomio ha circa vent’anni e ha davanti a sé una “brillante” carriera che la porterà a fare la sguattera, la domestica e poi, al “culmine del successo”, si occuperà delle pulizie nella sede di una banca. Una delle poche tracce che di quella umile vita si riesce a ritrovate è infatti un biglietto «Dal questore di Teramo» che “rassicura” il direttore della banca di Roma il quale, prima di prendere Luisa per avvalersi delle umili mansioni, aveva chiesto informazioni sull’onestà della donna. Si legge in quel documento che «Nerini Luisa d’ignoti è qui domiciliata e residente in via dell’Anfiteatro 19, nubile, risulta di buona condotta ed immune da precedenti penali. Convive con il figlio Nerini Angelo di anni 14, avuto da amori illeciti. Sia la Nerini che il figlio non risultano affetti da anomalie psichiche, appartengono alla razza ariana e professano la religione cattolica». Non solo, quindi, lei è figlia di ignoti, ma anche il figlio adolescente è “marchiato a fuoco” come frutto di “amori illeciti”. In compenso, non si sa bene in base a quali parametri visto che le loro ascendenze sono del tutto ignote, il questore sancisce che entrambi appartengono alla razza ariana (meno male!). 

Quando Luisa muore dopo sole 47 primavere, il ragazzo ha 16 anni e torna a casa dopo i funerali senza trovare più nessuno ad attenderlo. Essendo figlio di «amori illeciti», aveva preso ovviamente il cognome della madre. Nonostante la solitudine e la problematica adolescenza che lo attende, Angelo troverà comunque la forza, la fierezza e il coraggio per salire sulle colline intorno alla città e unirsi ai partigiani per l’ultimo segmento di battaglia che porterà alla liberazione di Teramo dalle truppe nazifasciste nella successiva primavera del 1944. Quel periodo da giovane combattente gli sarà riconosciuto come servizio di leva, come risulta dal foglio matricolare ritrovato presso il distretto militare di Teramo. Seguiranno per quel ragazzo, dopo l’agognata fine della guerra, ancora parecchi anni di fame e solitudine prima di incontrare la donna che con lui formerà famiglia. Una famiglia assai numerosa..

I discendenti di Angelo non ascoltarono mai dal padre una sola parola circa la sua problematica giovinezza. Può essere che quella non riconosciuta paternità lo umiliasse ancora o non volesse trasmettere ai suoi figli il profondo senso di dolore che quei ricordi continuavano a suscitargli. Eppure, intignando nella ricerca paziente di quei pochi pezzi di carta che ancora ristagnano impolverati sugli scaffali dei vecchi archivi di vari uffici e raccogliendo tante testimonianze di voci ormai oltre i novant’anni, alcuni di quei figli hanno alla fine appurato con certezza quasi matematica quale cognome “spettava” al loro papà e, conseguentemente, a loro. «Lu sapav’ tutta Ter’m’» («Lo sapeva Teramo tutta») è l’espressione più ricorrente che è stata ascoltata interrogando chi ancora ricordava. E tuttavia quel cognome è alquanto “importante e celebrato” per cui, per usare le parole che avrebbe pronunciato Guglielmo da Baskerville, «ci appare pietoso e saggio tacerlo». Anche perché dalla trascrizione esplicita di quella identità si potrebbe ricavare la erronea sensazione che vi sia, da parte di quella discendenza, una qualche rivendicazione di qualunque tipo, ovvero l’intenzione di inficiare l’immagine di una persona peraltro rispettabile. E non è così.

È certamente lecito a questo punto che qualche lettore domandi che senso abbia pubblicare il racconto di vite così “modeste”. A noi che le raccogliamo e trascriviamo pare invece quasi doveroso, anche se non sapremmo spiegare la ragione di questo irrazionale obbligo morale da cui siamo patologicamente afflitti. E volentieri lasciamo una (eventuale) risposta a Umberto Braccili che su queste pagine ci ospita e che, imperterrito e mosso da motivazioni altrettanto misteriose delle nostre, continua a raccogliere e dare visibilità a queste “stupide” storie di gente da tempo transitata in questo mondo senza lasciare alcuna rilevante traccia (almeno apparentemente) .

Nota di Umberto Braccili

Oltre ai complimenti per il tuo modo di scrivere empatico, penso che il tuo raccontare faccia parte di un bisogno che tutti noi abbiamo. Ricordare tante sfaccettature della propria vita . Quando ci doneranno (pagando) i due metri di terreno non chiederanno la denuncia dei redditi o l’elenco delle ultime 10 auto avute in vita. Il trapasso non prevede un esame. Il ricordo è quello che lasceremo tutti. Un 730 etico senza detrazioni. Grazie per scrivere sul “tuo” blog.

Un pensiero su “Una storia di fine ottocento .Domestica, nubile, figlia di ignoti, deceduta all’ospedale di Teramo nel 1942 .Firmato “l’ufficiale del cimitero”

  1. Complimenti, Marco Verdecchia! La tua storia è tanto antica, quanto struggente; tanto storicamente rilevante, tanto umanamente appassionante.
    Le storie umane non vanno mai in prescrizione , esse irradiano luce dentro ai cuori che continuano a battere.

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